Downtown 81

Film 1981 | Docu-fiction, 72 min.

Regia di Edo Bertoglio. Un film con Ted Bafaloukos, Tom Baker (III), Eszter Balint, Jean Michel Basquiat, Roberta Bayley. Cast completo Genere Docu-fiction, - USA, 1981, durata 72 minuti. Uscita cinema lunedì 10 marzo 2014 distribuito da Feltrinelli Real Cinema. Valutazione: 3,00 Stelle, sulla base di 1 recensione.

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Una docufiction su Jean-Michel Basquiat, ragazzo che, partendo da una condizione di povertà assoluta, ha conquistato l'Olimpo dell'arte del graffito, con il supporto di Keith Haring.

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Una sorta di musical costellato di performance dal vivo in cui Basquiat e le band interpretano se stessi.
Recensione di Paola Casella
Recensione di Paola Casella

Nell'arco di una giornata a Manhattan, fra il 1980 e il 1981, Jean-Michel Basquiat, allora poco più che un artista di strada, si aggira fra Downtown e Harlem in cerca di un posto dove dormire la sera, secondo lo schema che avrebbero poi adottato anche i fratelli Coen per il loro A proposito di Davis. Sottobraccio porta uno dei suoi quadri, quelli che poi sarebbero stati valutati decine di migliaia di dollari, ma che al momento vale solo un biglietto da venti e un assegno che Jean-Michel non può incassare. Lungo la via si imbatte in tutto il sottobosco della scena artistica newyorkese di quegli anni: musicisti e spacciatori, modelle e dj, stripper e graffitari. Un mondo in cui le limousine attraversano, senza vederle, le rovine di palazzi fatiscenti, terreno di caccia delle droghe pesanti (e cocaina e marijuana sono onnipresenti anche fra gli amici dell'artista).
Questa è la New York raccontata da Tama Janowitz e Jay MacInereney, e a ricostruirla in tempo reale è Glenn O'Brien, autore e produttore di Downtown '81 (originariamente intitolato New York Beat Movie), già noto come membro della Factory di Andy Warhol e editor di "Interview", poi affermato scrittore nonché columnist del "Vanity Fair" italiano. O'Brien si ritaglia un piccolissimo e autoironico cammeo come critico musicale del "Christian Science Monitor" (una sorta di "Osservatore Romano" d'oltreoceano), così come fanno molte figure del Downtown newyorkese dell'epoca, soprattutto musicisti: da John Lurie e Vincent Gallo, che firmano alcuni brani della colonna sonora, da "Blondie" Debbie Harry a Kid Creole and The Coconuts e James White and The Blacks.
Downtown '81 è infatti anche una sorta di musical costellato di performance dal vivo nei locali dell'epoca, soprattutto il Mudd Club e la Peppermint Lounge. Le esibizioni, molto ben filmate a distanza ravvicinata, sono alcuni dei momenti più vitali del film, nato come una sorta di docu-fiction in cui Basquiat e molti dei personaggi, comprese le band, interpretano se stessi secondo il modello Warhol, senza preoccuparsi minimamente dell'effetto straniante della loro recitazione amatoriale cui contribuisce anche un doppiaggio spesso fuori synch, poiché il sonoro dei dialoghi andò interamente perduto e fu ricostruito a posteriori (mentre quello delle performance musicali è originale, e si sente).
Downtown '81, girato appunto fra l'80 e l'81 dal regista italo svizzero Edo Bertoglio, era infatti rimasto al palo per mancanza di fondi (che sarebbero dovuti provenire dalla Rizzoli grazie all'intermediazione di Elio Fiorucci) e fu recuperato solo nel 2000, anno in cui partecipò fuori concorso al Festival di Cannes suscitando grandi entusiasmi. Il suo valore, ancor più che di testimonianza artistica, è quello di reperto archeologico: nessuno avrebbe potuto raccontare con maggior dovizia di particolari e fedeltà di luoghi e personaggi quel particolare periodo della New York in cui tante tendenza artistiche underground - dal rap alla new wave, dalla graffiti art alla videomusic - emergevano tutte insieme nutrendosi l'una dell'altra, e i protagonisti dell'epoca, in primis lo stesso Basquiat, si trovavano a un passo dalla celebrità, ma con ancora un piede affondato nella miseria e nel rischio del fallimento.
Poco importa che oggi Downtown '81 sembri un esperimento artificiale di ricostruzione d'ambiente, perché popolato da personaggi fuori moda e più ridicoli che glam: al momento erano il nuovo che avanzava, e le frasi fatte che O'Brien fa dire a Basquiat e compagni erano davvero un modo di esprimersi e di pensare concentrato più sull'essere supercool che sull'avere un senso compiuto.
La street life di New York viene restituita allo spettatore con estrema precisione e una certa aura romantica (ma senza la patina nostalgica dello sguardo retroattivo). In questo mood piece dal sapore vintage spicca Basquiat con il suo quieto carisma e quel talento multiforme e insopprimibile che sapeva passare con disinvoltura dalla pittura alla musica: un cavaliere errante dell'era post punk pronto a baciare principesse senzatetto, un angelo nero in cammino attraverso le mille luci e il degrado urbano di New York come era, e come non sarebbe stata più.

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