Lo scopone scientifico

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Un film di Luigi Comencini. Con Joseph Cotten, Alberto Sordi, Bette Davis, Silvana Mangano, Mario Carotenuto.
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Commedia, durata 116 min. - Italia 1972. MYMONETRO Lo scopone scientifico * * * - - valutazione media: 3,44 su -1 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

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di FREEDOM2006


Feedback: 100
domenica 2 ottobre 2011

Il film, scritto da Rodolfo Sonego e diretto da Luigi Comencini, ci propone un tema molto caro alla commedia all’italiana, ovvero l’eterna contrapposizione tra l’alta borghesia e il sottoproletariato, tra il colto e l’ignorante, il ricco e il povero. Lo stile e l’approccio, tuttavia, appartengono a quel filone della commedia degli anni Settanta, caratterizzato da atmosfere ed elementi più tristi e malinconici rispetto al decennio precedente. Ma Sordi è particolarmente abile a dare risvolti comici a situazioni pregne di amarezza; così, con un’interpretazione sempre all’altezza, coerente con la nuova tendenza, e grazie anche all’ottimo contributo di Silvia Mangano, egli riesce a stemperare la forza emotiva del film e a regalare momenti di viva comicità. 
Una miliardaria americana (interpretata da una Bette Davis volutamente invecchiata), ogni estate, si reca in soggiorno presso la sua mastodontica villa romana, ai piedi della quale si estende una baraccopoli. In questa ampia distesa di gente disgraziata, con i medesimi stenti, vivono anche Peppino e Antonia (rispettivamente, Alberto Sordi e Silvana Mangano) e i loro bambini. “La vecchia” (così viene chiamata dal popolaccio), ridotta su una sedia a rotelle, come l’anno precedente invita i due protagonisti nella sua reggia, per disputare una partita all’antico gioco dello “scopone scientifico”. E’ lei stessa a concedergli il denaro con cui giocare: un eccesso di sicurezza verso le proprie capacità, oppure una svalutazione degli avversari; fatto sta che Peppino e Antonia giocano senza sopportare alcun rischio. Possono soltanto vincere. E’ la loro “grande occasione”, simile all’occasione “americana” offerta allo sbandato pugile di periferia Rocky Balboa, che inopinatamente si ritrova a contendere il titolo dei pesi massimi al mostro sacro Apollo Creed. Sulle prime, questo grottesco rituale sembra avere giustificazione in una particolare passione della vecchia per lo “scopone scientifico”; in alcuni tratti, nella sua finta giovialità, si potrebbe persino intravedere, da parte sua, una volontà benefattrice, come se provasse piacere – pur non rinunciando a inseguire la vittoria - a concedere ai due baraccati la chance di cambiar vita. Basterà poco per vedere che non è così: dopo l’ennesima disfatta, i protagonisti tornano a giocare dalla vecchia e vincono diverse mani, mettendo in cascina un bel gruzzolo. La padrona di casa, colta di sorpresa, la prende malissimo. Carica di rabbia, oltre a corrucciarsi e ad affossarsi sulla sua sedia, inizia a maltrattare il suo compagno di gioco, interpretato da Joseph Cotten (il segretario ed ex amante di lei, un uomo dimesso che la asseconda pedissequamente). Ai suoi accessi di malumore, seguono improvvise perdite di lucidità, avvisaglie di un malore, al quale, tuttavia, ella non intende sottomettersi. In quel lasso di tempo, si capisce che il cerimoniale, per la Signora delle carte, non è una sfida o un momento di piacere, né tanto meno un gesto di signorilità verso i più deboli. Piuttosto, si ha la sensazione che ella abbia sempre goduto nell’illudere la coppia rivale (che lei, falsamente, chiama “amici”) con l’attrattiva dei suoi soldi, giocando con le loro vite, per poi umiliarli, sadicamente, e vederli uscire dalla sua villa con il capo chino e senza un soldo. Ma adesso, il destino, le sta voltando le spalle, e apertamente strizza l’occhio ai due poveretti, i quali vincono e continuano a vincere con strabiliante facilità, avvantaggiati dalle pessime condizioni di salute dell’antagonista. Ma questa non ci sta, e quando sembra a un passo dalla resa fisica, tra le rimostranze del suo medico di fiducia e del dimesso compagno, chiede di continuare il gioco con il sistema del “lascia o raddoppia”. Peppino e Antonia si lasciano incastrare, trascurando una circostanza essenziale: la loro acerrima avversaria, considerato l’imponente patrimonio che possiede, può permettersi il lusso di giocare e perdere chissà quante mani, mentre loro, con una sola andata male, perderebbero tutto: addio appartamento, addio istruzione per i figli, tutti beni che se abbandonassero adesso il tavolo da gioco sarebbero acquisiti.
Più che dall’ingenuità e dall’ignoranza, i due sono trascinati al gioco dalle frustrazioni accumulate, dalla speranza e dall’aspettativa di riscatto, che non sono solo proprie, ma dell’intera comunità dei baraccati (tra questi, spicca il personaggio del “professore”, interpretato da Carotenuto), che li incitano a raddoppiare fino alla fine, approfittando del fatto che la vecchia, colpita da un collasso, non appare più in grado di connettere. E’ chiaro che ora, per questa fetta di sottoproletariato, inclusi i due protagonisti, non si tratta più solo di vincere soldi, ma di sferrare un duro colpo a quella miliardaria americana, eletta a simbolo del potere e dell’ingiustizia, perfetto contraltare della quotidiana sofferenza e della miseria, cui, invece, è ridotta la gente della baraccopoli.
Quella che era un’occasione per ottenere del prezioso denaro e accedere ad una vita meno disastrata, diventa per i nostri (anti-)eroi, sospinti dagli altri baraccati, una sorta di guerra civile; una guerra da dichiarare al ricco come istituzione sociale; allo stesso modo, il sadismo inizialmente frivolo della vecchia miliardaria si traduce in un arguto piano di sopraffazione sul povero. Così, non solo la posta in gioco finisce per confondersi, ma anche le parti in conflitto tendono a fondersi in un’unica entità negativa e amara, il cui elemento comune è l’avidità, la brama di ricchezza e lo spirito di sopraffazione sull’altro.
 
Francesco Boschetti

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