Sentieri selvaggi

Film 1956 | Western 119 min.

Regia di John Ford. Un film Da vedere 1956 con John Wayne, Natalie Wood, Ward Bond, Jeffrey Hunter, Vera Miles, John Qualen. Cast completo Titolo originale: The Searchers. Genere Western - USA, 1956, durata 119 minuti. - MYmonetro 4,06 su 4 recensioni tra critica, pubblico e dizionari.

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Ultimo aggiornamento lunedì 14 dicembre 2020

1868: la guerra civile è finita da tre anni ed Ethan (Wayne) torna a casa. Viene accolto dalla famiglia del fratello. In Italia al Box Office Sentieri selvaggi ha incassato 19 .

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Consigliato assolutamente sì!
4,06/5
MYMOVIES 4,00
CRITICA
PUBBLICO 4,13
ASSOLUTAMENTE SÌ
Un classico del genere western che dibatte i grandi temi fordiani.

1868: la guerra civile è finita da tre anni ed Ethan (Wayne) torna a casa. Viene accolto dalla famiglia del fratello. Qualche giorno dopo, con un gruppo di coloni partecipa a una battuta contro una banda di indiani. Nel frattempo la famiglia di suo fratello viene trucidata, tranne una nipotina di pochi anni che viene rapita dagli indiani. Insieme al giovane Martin (J. H.) Ethan comincia la ricerca, che durerà dieci anni. Alla fine trova la ragazza che è diventata un'indiana. Ethan è sul punto di ucciderla, ma all'ultimo momento si ravvede e la porta a casa. Il film è considerato un capolavoro persino dalla grande critica ufficiale, che ha sempre ritenuto il western un genere minore e troppo popolare. Nella più recente classifica stilata da critici di tutto il mondo Sentieri selvaggi è addirittura al quarto posto. In realtà Ford aveva realizzato altri capolavori, più puliti e rigorosi, come Ombre rosse e Sfida infernale, ma Sentieri selvaggi presenta un versante "intellettuale" e spurgato del mito che lo fa preferire (da "quella" critica appunto) ai precedenti titoli, più ingenui e allineati a una morale più rassicurante e "bonariamente" manichea. Si tratta comunque di un grande film che dibatte i grandi temi fordiani e ne aggiunge altri. Wayne non era mai stato così negativo e isterico: l'attore si piacque tanto che diede a suo figlio, nato in quei giorni, il nome di Ethan. Wayne e il giovane compagno percorrono territori e stagioni, nel deserto, nella neve, fra gli indiani, i banditi, i piccoli e grandi paesi, guidati da una notizia, da un sentito dire. Ciclicamente tornano a casa, sempre più stanchi e delusi, ma ripartono e continuano a cercare la ragazza. Faticano a oltranza per la propria identità e coerenza.

Trai più celebrati risultati del grande John Ford.
a cura della redazione
mercoledì 26 luglio 2006

Trai più celebrati risultati del grande John Ford The Searchers e stato forse a suo tempo il più contestato alla prova degli anni, non emerge come la sua opera più calibrata e perfetta ma certo tra le maggiori espressioni della sua arte di narratore popolare e fabbricante di miti Una sto ria che può risultare ancor oggi aspra e disturbante ma comunque scandita - come tanto piaceva al regista demiurgo - da notevoli momenti d ironia e vero e proprio divertimento. Una pellicola visivamente straordinaria nella sua essenzialità capace sequenza dopo sequenza di farsi perdonare piccole contraddizioni e glissati di scrittura e di montaggio che pure ci sono Tutto ruota intorno alla eroica patologia" del virile e combattente, alI american Wayne "the Duke", il Duca, come lo prendeva amabilmente in giro Ford. Ethan spara agli occhi dei guerrieri morti perché non trovino la via del loro paradiso, li scalpa con gusto, stermina inutilmente bisonti per privarli di cibo, prende a calci le squaw e ammazzerebbe la sua stessa nipote perché "infettata" dalla vita promiscua con i pellerossa. Il suo personaggio si fa completo carico di uno sguardo complessivo sul mondo indiano come lercio, seviziatore, stupratore; è tanta la sua rabbia da mettere continuamente gli altri bianchi nella condizione di doverlo moderare, contenere. E in tal modo giganteggia come una bizzarra sorta di "martire razzista". Il film apre e chiude con le fortissime, famose inquadrature dell'avvicinarsi e allontanarsi di Ethan alla casa nella prateria, la cui oscurità interna incornicia l'abbagliante, minacciosa bellezza del selvaggio spazio esterno. Anche a prescindere da queste inquadrature-capolavoro, c'è un cerchio che si chiude tra l'inizio e la fine del film, un cerchio che racchiude un uomo per sempre lontano, condannatosi all'esclusione. In guerra ha perso la sola causa cui tenesse, nel frattempo la donna che amava ha messo su famiglia con il fratello; e "paga" la loro ospitalità con denaro sonante, senza che nessuno glielo chieda. Al termine, fa vincere le ragioni di civiltà e umanità e ricompone famiglie, ma non sono le sue ragioni e non avrà mai una famiglia sua. In fondo risparmiando Debbie ha tradito la sua coerenza, ha contraddetto la sua folle integrità, e non possedeva più altro. L'uomo più simile a lui è il nemico Scarl Scout, lo spietato comanche che uccidendo e violentando, paradossalmente, ridava a Ethan quella parvenza di ragione di vita che è la vendetta a tutti i costi. I loro destini vanno a senso unico, in parallelo; non a caso, fra l'altro, sono primariamente sconfitti - il sudista e l'indigeno - dalla stessa cavalleria yankee, dai "bianchi del Nord". E così - in questo film di genere così sui generis - l'espressione "eroe tutto d'un pezzo" assume una valenza particolarmente inquietante, contrappuntata con le tante declinazioni della sana "duplicità" della gente comune, degli ottimi comprimari... dal gagliardo Clayton che a seconda della bisogna indossa la veste del sacerdote o del ranger del Texas, al giovane (mezzosangue) Martin che a ridosso della solitudine assassina di Ethan matura solo un desiderio di perdono e ritorno alla pace di una fattoria e di una donna, a Mosè, il fool shakesperiano con le sue sagge balordaggini, vagabondo della frontiera che otterrà infine la sua sospirata sedia a dondolo davanti a un bel fuoco acceso.

a cura della redazione

Considerato unanimemente un capolavoro del cinema americano e mondiale in genere, Sentieri selvaggi fu tratto da un romanzo di Alan LeMay, sviluppato con molta abilità da Frank S. Nugent e John Ford. La sceneggiatura mise in rilievo la figura di Ethan Edwards; combattente per i sudisti nella guerra di Secessione e dal passato poco chiaro (probabilmente contrabbandiere fra Stati del Sud e Messico), Ethan appare all'inizio del film mentre fa ritorno a casa del fratello, di cui, si intuisce, ha sempre amato la moglie. John Wayne, qui in una delle sue prove migliori, riuscì a rendere alla perfezione la complessità del personaggio: un uomo non semplice, che ha elaborato un sistema di valori basato sulla lealtà, la fiducia, la tenacia (la ricerca della nipote dura cinque anni!) e, soprattutto, su un individualismo che da un lato Io rende indipendente e pronto ad affrontare ogni situazione, dall'altro gli rende quasi impossibile trovare un proprio posto nella comunità umana.
Il personaggio rimane in mente anche per l'odio patologico che manifesta verso gli indiani, dei quali conosce assai bene usi e costumi. Tremenda la sua abitudine di cavare gli occhi dei morti (gli indiani credono che lo spirito di un cadavere senza occhi vaghi senza pace), impressionante la ferocia con cui uccide i bisonti per privare i nemici di ogni risorsa alimentare. Ma soprattutto èda notare il fatto che quando ritrova Debbie, la nipote rapita dai Comanches, vedendola ormai trasformata in un'indiana preferisce tentare di ucciderla. A un critico cinematografico inglese che si complimentò con John Wayne per come fosse riuscito a interpretare un personaggio "cattivo", l'attore rispose semplicemente che Ethan Edwards era un uomo di quel tempo e a quello si adeguava. Nel corso del film il punto divista del regista sul personaggio risulta caratterizzato da una certa ambiguità: non nasconde certo gli eccessi di Edwards, ma questi contribuiscono ad alimenta me la tragica, solitaria grandezza.
Il duro mondo dei pionieri
Ciò che è certo è che Ford esaltò in Sentieri selvaggi la vita e la forza d'animo della piccola comunità di pionieri, dimenticati dal mondo nel deserto californiano in attesa che qualcuno, prima o poi, si ricordi di loro. La tempra di queste persone, resa da un gruppo di attori magnifici e fedeli al regista (tra gli altri Ward Bond, John Qualen e Ollie Carey, vedova del celebre attore Harry Carey), è in grado di far fronte a ogni rovescio della sorte; lo sparuto gruppo di pionieri costituisce un avamposto della civiltà americana, nata appunto anche grazie al sacrificio di comunità come quella ritratta nel film.
Molto accorto fu l'uso degli esterni, con la Monument Valley resa al massimo delle sue possibilità paesaggistico-spettacolari (memorabile la scena iniziale: nella casa dei pionieri si passa dal buio alla luce, mentre si apre la porta e al di fuori si staglia all'orizzonte la figura di John Wayne). Particolarmente efficace anche la rappresentazione del trascorrere delle stagioni, con le splendide scene invernali che dilatano una ricerca che pare infinita e senza speranze. Alla classicità del film contribuisce anche la colonna sonora di Max Steiner, che accompagna la narrazione nei suoi diversi cambi di tonalità. Infatti, pur essendo Sentieri selvaggi un film fondamentalmente drammatico, Ford non rinuncia a momenti di commedia, come la buffa storia d'amorefra Jeffrey Hunter e Vera Miles o la scazzottata in occasione del secondo ritorno a casa dei cercatori.
Il finale del film, simmetrico rispetto all'inizio (la porta della casa dei pionieri si richiude, lasciando al di fuori John Wayne), ha fatto versare fiumi d'inchiostro. Due le interpretazioni, delle quali ci pare più plausibile la seconda: o Ford ha inteso ridimensionare il personaggio di Wayne, restituendolo alla sua vita di uomo solo che ha ora il compito di affrontare una vita normale, senza più guerre e ricerche impossibili; oppure, al contrario, il regista ha voluto esaltare la grandezza tragica e solitaria del protagonista, al quale il destino non consente di comportarsi come gli altri uomini.
Il tramonto dei miti
Uso degli spazi, rappresentazione del rapporto con la natura e dello scontro fra civiltà, resa spettacolare delle scene d'azione, l'approfondimento psicologico dei personaggi: Sentieri selvaggi indaga a fondo tutte le possibilità del western tradizionale, ma costituisce anche un punto di non ritorno. L'età dei miti e delle certezze stava tramontando e anche il cinema western avrebbe presto dovuto fare i conti con un'America che stava cambiando. Quando il film uscì fu ben accolto dal pubblico e dalla critica, ma fu col passare degli anni che acquisì la fama che ha oggi. Howard Hawks lo riteneva il miglior film a colori mai realizzato, John Milius il più bel film americano di ogni epoca; Martin Scorsese ha dichiarato: "Il dialogo è poesia e le sfumature sono sottili e splendide. Lo rivedo una o due volte all'anno"; anche Steven Spielberg torna a vederlo assai spesso, rimanendo ogni volta colpito dall'interpretazione di John Wayne e dalla cura della messa in scena.

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RECENSIONI DALLA PARTE DEL PUBBLICO
domenica 7 aprile 2019
samanta

Il film è un capolavoro assoluto del cinema, certamente il più bel western. Inizia e finisce con una melodia romantica "What nakes a man to wonder?" Nella scena iniziale si apre una porta di una casa affacciata sulla Monument Valley, una donna esce e vede avvicinarsi un cavaliere, la scena finale si vede una porta aprirsi sullo stesso paesaggio e un uomo si allontana.

Frasi
Vorrei che moriste.
Un giorno succederà.
Dialogo tra Ethan Edwards (John Wayne) - Martin Pawley (Jeffrey Hunter)
dal film Sentieri selvaggi
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