| Titolo originale | My Name is Joe |
| Anno | 1998 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Gran Bretagna |
| Durata | 105 minuti |
| Regia di | Ken Loach |
| Attori | Peter Mullan, Louise Goodall, Gary Lewis, David McKay, Lorraine McIntosh, Marie Kennedy . |
| Uscita | venerdì 4 dicembre 1998 |
| Tag | Da vedere 1998 |
| Distribuzione | Sony Pictures Italia |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,21 su 14 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento martedì 9 dicembre 2014
L'ex-alcolizzato Joe si innamora di Sarah assistente sociosanitaria che si occupa della famiglia di un giovane ex tossicodipendente, Liam e di sua moglie che è ancora nel giro della droga. Il film è stato premiato al Festival di Cannes,
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CONSIGLIATO SÌ
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Glasgow. Joe è un ex alcolista che per vivere unisce qualche lavoretto al sussidio di disoccupazione. Allena anche una squadra di calcio di dilettanti di cui fa parte Liam, giovane ex tossicodipendente sposato con Sabine e padre di un figlio. Joe cerca di prendersene cura e facendo ciò conosce l'assistente sociale Sarah di cui si innamora. La loro relazione viene però messa in pericolo da quanto Joe mette in atto per venire in aiuto di Liam.
Peter Mullan offre un contributo non secondario a questo film di Ken Loach (riconosciutogli a Cannes con il premio quale migliore attore). È grazie alla sua interpretazione che prende corpo uno dei personaggi destinati a stagliarsi nella filmografia loachiana. Joe ha una personalità complessa: inadatto al compromesso ha un passato da cui vuole liberarsi ma che ne condiziona il presente. La sua vocazione paterna si esplicita nella conduzione della squadra di calcio così come nel desiderio di evitare a Liam e Sabine di sprofondare in dipendenze analoghe a quella che lo ha segnato. È, a suo modo, un assistente sociale senza titoli di studio ma quando incontra Sarah è costretto a ricercare in se stesso le motivazioni più profonde e a confrontarsi con il rapporto che intercorre tra mezzi e fine. La sua generosità innata, il suo bisogno di correre in soccorso di chi è fragile (avendo sperimentato la fragilità) lo mette in contrasto con l'etica di Sarah. La donna (di cui Loach ci offre un nudo che non ha nulla della siliconata ostentazione che invade tanto cinema ma che invece ci richiama saggiamente alla normalità) non manca di attenzione nei confronti dei propri assistiti ma non può accettare che si travalichino certi limiti anche se non farlo può significare il precipitare di una o più vite nella disperazione. È un contrasto che trova nella sequenza finale uno sbocco a cui spetta allo spettatore fornire un'ulteriore significazione.
L'ex-alcolizzato Joe si innamora di Sarah assistente sociosanitaria che si occupa della famiglia di un giovane ex tossicodipendente, Liam e di sua moglie che è ancora nel giro della droga. Liam gioca in una squadretta di calcio di cui Joe è l'allenatore. Per aiutare Liam ad uscire dai guai Joe accetta di effettuare due trasporti illegali per il boss locale. Non dice nulla a Sarah per non metterla in pericolo ma, quando la donna viene a scoprire la verità, non si fida più di lui anche se aspetta un bambino. Loach, dopo i due film speculari Terra e libertà e La canzone di Carla in cui si rifletteva sul rapporto tra sentimento d'amore e coinvolgimento politico, torna al quotidiano della Gran Bretagna. Gira un manifesto contro Tony Blair che è legato al capitale come i suoi predecessori: Loach ne è convinto e lo ribadisce in un film che non ha però nulla del pamphlet anche se il regista non rinuncia alle proprie prese di posizione. Osservate quel finale che al contempo chiude e riapre la vicenda: quanti registi "made in Usa" ci avrebbero regalato un bell'happy end? Loach, che si nutre dell'ottimismo della ragione, lascia a noi la scelta.
Non sempre lineare, a sprazzi poco convincente e con qualche forzatura, è tra i meno riusciti tra i film di Ken Loach. Pur restando interessante, intenso e dal consueto messaggio sociale che ha sempre accompagnato il suo cinema. Il finale estremamente drammatico lo riscatta, come il tentativo apprezzabile di raccontare un'ennesima storia sui diseredati scozzesi.
Joe non somiglia per niente a Babbo Natale, e forse verrebbe bocciato se si presentasse fiei grandi magazzini londinesi offrendosi per impersonare Santa Claus (nonostante la penuria di volontari, che è finita pure nei Tg). Eppure, se avrete il coraggio di rischiare un Natale cinematografico insolito, Joe potrebbe diventare vostro amico. Essendo protagonista di un film di Ken Loach, Joe è un rappresentante [...] Vai alla recensione »