Lo dicevamo non molto tempo fa, in occasione del centenario del cinema sudcoreano: in Corea è quasi sempre una questione di contrasti, tra Nord e Sud, violenza e dolcezza, coraggio e ingiustizia. Il cinema sudcoreano si nutre di queste contraddizioni, ha fatto degli strappi bruschi un'arte a sé. Chi lo segue con passione, almeno dalla hallyu - o "new wave", per semplicità - di fine millennio, ormai non può più farne a meno. Che si tratti della vendetta secondo Park Chan-wook o dell'azione spettacolare di Kim Jee-woon, nessuna cinematografia è riuscita a darci quel che la Corea ci ha regalato negli ultimi vent'anni di cinema. Ed è un po' per celebrare questo, oltre che la Palma d'oro vinta da Bong Joon-ho con Parasite, che Tucker Film e il Far East Film Festival hanno ideato K-Cinema. Quattro film e quattro estratti della variegata offerta sudcoreana per far capire che nel 2019 l'onda lunga della hallyu è ben lungi dall'essersi spenta.
Tra i fortunati che l'hanno visto a Cannes 2018, molti sono concordi nel definire Burning uno dei titoli più importanti degli ultimi anni: un'analisi precisa e spietata della spaccatura in seno alla società sudcoreana, che nasconde molteplici significati nascosti e si dirama in direzioni inaspettate. La base di partenza è un racconto di Murakami Haruki, ma Lee Chang-dong (già autore di Poetry e Oasis) ne stravolge l'assunto e colloca la vicenda quasi al confine tra Nord e Sud della Corea. Il triangolo amoroso diviene duello silenzioso tra stili di vita inconciliabili, che suggerisce riflessioni su temi universali come il valore attribuito oggi alla vita umana e nazionali, come il ruolo dell'egemonia statunitense nel passato e nel presente sudcoreano. Un capolavoro ermetico, da vedere e assaporare, per poter elaborare la propria di riflessione.
Per comprendere invece cosa significhi cinema popolare in Corea e perché questo parli a milioni di spettatori, A Taxi Driver è il titolo perfetto: il film di Jang Hun è la biografia di un tassista che negli anni 80 si è ritrovato suo malgrado nel mezzo dei tumulti sanguinosi tra studenti e governo militare. Una vicenda tragica e insieme un passaggio storico della lotta per la democrazia, osservato dal punto di vista di un uomo comune, qualunquista ma di buon cuore. Straordinario Song Kang-ho nei panni del tassista, più che mai vicino allo spirito di un altro "tassinaro" come Alberto Sordi.
Passando a toni più sfumati e colori pastello, si arriva a Little Forest, delizioso racconto di rinascita spirituale, tratto da un manga giapponese. È la storia di una ragazza in fuga dalla città e da insoddisfazioni professionali e sentimentali, che trova nella campagna e nei suoi ritmi placidi e naturali il luogo in cui riacquisire fiducia in se stessa.
Infine un mix dei generi che hanno reso il cinema sudcoreano un modello su scala mondiale (basti pensare a quanto la saga di John Wick vi abbia attinto): gangster movie, thriller su un efferato serial killer e poliziesco trovano un curioso punto di incontro in The Gangster, The Cop, The Devil. Proiettato al Midnight Screening di Cannes (spazio ormai monopolizzato da anni da produzioni sudcoreane) è un film che non inventa ma esalta, mettendo la perizia consolidata di un'intera cinematografia al servizio dell'istrionico Ma Dong-seok, il gigante buono (Train to Busan), divenuta una delle star più amate in patria.