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tom87
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giovedì 14 marzo 2013
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un'amara allegoria dell'attuale turchia
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Era dai tempi di “Uzak” che non ancora si rivedeva un’opera così potente e rarefatta. Per più di due ore non accade quasi nulla in fatto di trama (le azioni sono sempre le stesse, ripetitive ma emblematiche), ma tanto in fatto di interiorità psicologica dei singoli personaggi. Potremmo dire che la storia di questo anomalo giallo sia stata genialmente presa a pretesto per raccontare ciò che succede nei meandri dell’animo umano; come se la vera indagine dovesse essere quella noir dell’umana natura, dei volti e dei corpi dei personaggi, e non piuttosto dell’oggetto della trama.
Tre auto vagano nel cuore della notte sulle colline dell’Anatolia.
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Era dai tempi di “Uzak” che non ancora si rivedeva un’opera così potente e rarefatta. Per più di due ore non accade quasi nulla in fatto di trama (le azioni sono sempre le stesse, ripetitive ma emblematiche), ma tanto in fatto di interiorità psicologica dei singoli personaggi. Potremmo dire che la storia di questo anomalo giallo sia stata genialmente presa a pretesto per raccontare ciò che succede nei meandri dell’animo umano; come se la vera indagine dovesse essere quella noir dell’umana natura, dei volti e dei corpi dei personaggi, e non piuttosto dell’oggetto della trama.
Tre auto vagano nel cuore della notte sulle colline dell’Anatolia. A bordo ci sono un medico, un commissario, un procuratore, alcuni poliziotti, un assassino e il fratello. Devono ritrovare il cadavere di un uomo assassinato. Purtroppo l’omicida racconta che era ubriaco e non riesce a ricordare dove lui e il fratello abbiano sepolto la vittima. La ricerca continuerà fino all’alba, quando finalmente la salma sarà ritrovata e ogni cosa troverà una spiegazione. Coinvolgono questi uomini che cercano, avanzano, discutono, si fermano, riprendono il cammino. E’ bastata questa semplice trama, tesa e intrigante, un gruppo di bravissimi attori, la magnifica fotografia, i travolgenti paesaggi, gli espressivi primi piani, e ancora, la dilatazione dei tempi, l’incisività della regia, l’inquietudine delle tenebre, i lunghi dialoghi serrati e cechoviani, a far si che quest’opera diventasse un capolavoro premiato a Cannes con il Gran Premio della Giuria, e una pellicola necessaria e importante.
In una messa in scena intimistica; caratterizzata da una Natura maestosa, selvaggia e indifferente che schiaccia i personaggi ma ne riflette anche i loro stati mentali; il regista turco espone un suggestivo affresco politico-etnografico per riflettere su che cosa resta della Turchia di oggi. Una Turchia senza più punti di riferimento e immersa in orrori quotidiani, divisa fra tradizione e globalizzazione; smarrita in una condizione di avanzamento statico e incerto. I tre uomini ne simboleggiano la legge, la scienza e l’ordine in preda a confusioni e fragilità; l’assassino ne simboleggia il passato violento e il morto introvabile la sua conseguenza. Attraverso i dialoghi e le relazioni tra i personaggi, i ricordi e i gesti di ognuno di loro (emozionante la sequenza in cui gli uomini si fermano ad ammirare la bellezza, intravista e illuminata dalla fioca luce di una candela, della figlia del sindaco di un villaggio) il regista descrive il lento e faticoso cammino sociale della Turchia. Il girovagare a vuoto dei personaggi diventa l’allegoria di questo paese, sospeso tra il buio e la luce, tra il bisogno di un ordine e una chiarezza e il tormento di una solitudine privata di morale e sentimento.
Sotto questo aspetto il film è interessante e doloroso, ma anche vitale, perché nel descrivere i limiti esistenziali e umani (raffigurati metaforicamente sia da un’Anatolia sempre identica nel suo arido paesaggio, sia dal sentimento di rassegnazione e stanchezza dei personaggi) il regista non lascia solo disperazione. Nel suo rigore morale lancia anche un invito alla speranza. L’uomo non deve arrendersi, non deve cedere al buio di una notte che non fa distinguere e capire nulla, ma deve costantemente continuare la ricerca. E’ l’unico modo per poter sperare di arrivare ad una piena coscienza di sé e far luce su molte cose di questo mondo…
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pensierocivile
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mercoledì 13 marzo 2013
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il protagonismo dell'autore
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La storia è di una semplicità naturale, la resa non semplice. Seppure il racconto possa snodarsi con la giusta leggerezza e il giusto rispetto per la narrazione Nuri Bilge Ceylan sceglie di mettere davanti a tutto l'autorialità, la colta presenza dell'intellettuale, stroncando ogni possibile respiro. Chiacchiere, dialoghi infiniti, metafore assortite, lentezza riflessiva: tutto l'armamentario dell' autore che marca la sua presenza. A volte insopportabile, a volte feroce come nel rimprovero "così non entriamo in Europa", o nel dover disporre il cadavere nel bagagliaio dell'auto; a volte discepolo della poesia, negli occhi del dottore che vede il ragazzino giocare a calcio.
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La storia è di una semplicità naturale, la resa non semplice. Seppure il racconto possa snodarsi con la giusta leggerezza e il giusto rispetto per la narrazione Nuri Bilge Ceylan sceglie di mettere davanti a tutto l'autorialità, la colta presenza dell'intellettuale, stroncando ogni possibile respiro. Chiacchiere, dialoghi infiniti, metafore assortite, lentezza riflessiva: tutto l'armamentario dell' autore che marca la sua presenza. A volte insopportabile, a volte feroce come nel rimprovero "così non entriamo in Europa", o nel dover disporre il cadavere nel bagagliaio dell'auto; a volte discepolo della poesia, negli occhi del dottore che vede il ragazzino giocare a calcio. Tutte le contraddizioni di una terra buia pronta al risveglio, paesaggi senza fine e un popolo in cerca di identità, nel film c'è tutto, in un tempo infinito.
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stefanoadm
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martedì 22 gennaio 2013
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l'insostenibile lentezza di ceylan
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Bastano alcune straordinarie sequenze a giustificare tutto ciò? Bastano i bagliori rurali di un fuoco notturno, i paesaggi fascinosi di una campagna che non ti aspetti, le chiacchiere che costruiscono storie "per sovrapposizione" o il vagare kafkiane di auto e uomini stanchi a fare di "C'era una volta in Anatolia" ciò che vorrebbe essere? Semplicemente no. Un film, purtroppo o per fortuna, purtroppo e perfortuna, non è un romanzo.
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filippo catani
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martedì 14 agosto 2012
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tre uomini toccati dal dolore
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Nella provincia anatolica un gruppo di poliziotti capitanati da un commissario, il procuratore e con l'ausilio del medico legale cercheranno di fare luce su un omicidio. Gli uomini dovranno prima affrontare un lungo viaggio con l'autore del crimine per trovare il cadavere. Sarà questa l'occasione per i tre di soffermarsi sulle sofferenze che provano.
Il film del turco Ceylan è veramente per coloro che amano un certo genere di cinema: ritmo molto lento, grandi silenzi, numerosi paesaggi e grandi riflessioni esistenziali e introspettive. In poche parole non ci troviamo certo davanti a un thriller come siamo abituati solitamente a definirlo in quanto, con l'avanzare della pellicola, il risolvere il caso lascia spazio alle riflessioni di cui si accennava in precedenza.
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Nella provincia anatolica un gruppo di poliziotti capitanati da un commissario, il procuratore e con l'ausilio del medico legale cercheranno di fare luce su un omicidio. Gli uomini dovranno prima affrontare un lungo viaggio con l'autore del crimine per trovare il cadavere. Sarà questa l'occasione per i tre di soffermarsi sulle sofferenze che provano.
Il film del turco Ceylan è veramente per coloro che amano un certo genere di cinema: ritmo molto lento, grandi silenzi, numerosi paesaggi e grandi riflessioni esistenziali e introspettive. In poche parole non ci troviamo certo davanti a un thriller come siamo abituati solitamente a definirlo in quanto, con l'avanzare della pellicola, il risolvere il caso lascia spazio alle riflessioni di cui si accennava in precedenza. Il commissario mette anima e corpo nel lavoro perchè è troppo il dolore di stare a casa e vedere il figlio malato. Lui e la moglie infatti, per sua stessa ammissione, si chiedono spesso perchè proprio loro siano stati toccati da una simile disgrazia. Anche il procuratore è assillato da un vecchio caso di cui metterà a conoscenza il medico che piano piano lo aiuterà a mettere in luce quanto già in cuor suo il procuratore sapeva ma che voleva negarsi. Ma anche il dottore stesso vive di tormenti e rimorsi tanto che ha deciso di lasciare la città per trasferirsi nella remota provincia. In tutto questo si vede la situazione di poveri villaggi alle prese con la mancanza di elettricità e dalla povertà. Non manca però qualche tocco d'ironia specie grazie ad un pedante gendarme la cui unica preoccupazione è quella di sapere i confini dei vari comuni e giurisdizioni. Certo si arriva alla fine un po' provati ma ne vale davvero la pena.
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gianmarco.diroma
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domenica 5 agosto 2012
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venedik de bir zamanlar
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Chissà se il traduttore di Google funziona. Once upon a time in Venice. C'era una volta a Venezia. Una condizione di privilegio, quella di vivere a Venezia, che forse non permette di comprendere però il valore di questo film amato da un'orda di critici: perché vivendo a Venezia, una città dove le storie e le leggende sono scritte sui muri, dove la densità di storie e leggende per metro quadrato è decisamente alta (ed è questa forse la principale differenza tra Venezia e l'Anatolia raccontata da Nuri Bilge Ceylan: lì le storie o la storia viaggiano orizzontalmente lungo paesaggi senza fine, come se si avesse a che fare con la stesura (non la maturazione!) dell'impasto di una pizza napoletana per ben 150 minuti, mentre qui, le storie, corrono sui muri, salgono sù per i palazzi e poi scendono giù, lungo le calli e le fondamenta, e se vogliono prendere il largo, c'è bisogno dell'acqua della Laguna e poi di quella del mare, sempre che non si voglia prendere una boccata di "Libertà" attraversando l'omonimo ponte), diventa difficile abituarsi alla lentezza di questo "capolavoro" contemporaneo della cinematografia turca.
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Chissà se il traduttore di Google funziona. Once upon a time in Venice. C'era una volta a Venezia. Una condizione di privilegio, quella di vivere a Venezia, che forse non permette di comprendere però il valore di questo film amato da un'orda di critici: perché vivendo a Venezia, una città dove le storie e le leggende sono scritte sui muri, dove la densità di storie e leggende per metro quadrato è decisamente alta (ed è questa forse la principale differenza tra Venezia e l'Anatolia raccontata da Nuri Bilge Ceylan: lì le storie o la storia viaggiano orizzontalmente lungo paesaggi senza fine, come se si avesse a che fare con la stesura (non la maturazione!) dell'impasto di una pizza napoletana per ben 150 minuti, mentre qui, le storie, corrono sui muri, salgono sù per i palazzi e poi scendono giù, lungo le calli e le fondamenta, e se vogliono prendere il largo, c'è bisogno dell'acqua della Laguna e poi di quella del mare, sempre che non si voglia prendere una boccata di "Libertà" attraversando l'omonimo ponte), diventa difficile abituarsi alla lentezza di questo "capolavoro" contemporaneo della cinematografia turca. Ripeto: sarà colpa di Venezia. Anche qui esiste la lentezza. La velocità corre sulle barche e insieme a chi le ha e a chi le guida. Per il resto, si va a piedi. Ponte dopo ponte, calle dopo calle, fondamenta dopo fondamenta. La lentezza permette di guardare, permette di conoscere, permette di perdersi nella contemplazione (l'otium). Ma a Venezia la conoscenza, la contemplazione si stemperano nel pettegolezzo, la moneta forse più diffusa in una città dove ci si incontra e ci si perde per caso. L'ergonomia tutto sommato a Venezia ha un potere limitato. Non c'è ne tanto bisogno. Perché di tanta tecnologia infondo non ce n'è. Poche pose innaturali, come lo stare inscatolato dentro un automobile. Quindi pochi studi a riguardo. Ed in questa dimensione di privilegio, ci si rende conto di come C'era una volta in Anatolia sia un film sbagliato: ma non sbagliato perché è noioso, troppo lungo, verboso... no! Sbagliato perché se si pone come punto di partenza, come postulato e/o assioma una verità sostenuta (e non "Rivelata") la teoria citata dal Mereghetti per la critica di Casablanca, con la quale, citando nientepopodimeno Umberto Eco, nella quale si dice grossomodo che se 2 o 3 luoghi comuni in un film danno come risultato degli stereotipi, mentre in un film frutto di una sequenza continua di stereotipi il risultato potrebbe essere il mito (ovvero Casablanca e/o Gilda), "donc" guardando "Bir zamanlar Anadolu'da", un film dove più che l'Anatolia, si vedono una serie di persone che l'attraversano, dove più che una terra, si vedono delle persone attraversarla in macchina questa terra, un film dove del mito dell'Anatolia non c'è nulla (mentre Bogart e la Bergman erano miti del cinema e nel cinema come tutti gli attori capaci di essere veramente carne del verbo di un regista e/o di una produzione cinematografica), ecco che qui di mito non ce n'è! Perché di"frasi ad effetto" se ne sentono un'infinità lungo tutto il corso del film. Ma nemmeno una sentita. Nemmeno una vissuta. Frasi dette. Parole vuote! Forse parole e frasi che "pur non mancando di naturalezza, mancano sicuramente di natura"! E vivendo a Venezia, una città che si è fatta storia e leggenda essa stessa, diventa insopportabile resistere al sonno di fronte ad un film dove la "testa" (ovvero il racconto), ha preso il sopravvento sulla materia narrata (ovvero il corpo).
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giaspoto
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sabato 14 luglio 2012
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autolesionistico
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Certi critici cinematografici continuano imperterriti a recitare la propria ammuffita particina degli intellettuali che esaltano i film quanto più sono insopportabili . "C'era una volta in Anatolia" ricorda una frase di Oscar Wilde: "Chi usa cinquanta parole per dire quello che si può dire in cinque è capace di qualsiasi delitto". Nuri Bilge Ceylan ne ha usate cinquemila (due ore e mezza di film) per raccontare un nulla da cineforum anni 60, quando di estrapolavano sguardi e frasi non dette per esaltare il vuoto spinto. Mediocre spaccato di vita turca, dialoghi da film francese di trent'anni fa. Assenza di musica e di montaggio, per aumentare l'effetto-verità e infierire sugli spettatori.
Per chi vuole espiare e farsi del male.
[+] e' vero
(di gianbond)
[ - ] e' vero
[+] fuga dalla sala
(di wodkalemon)
[ - ] fuga dalla sala
[+] noia?!?
(di brian77)
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marco michielis
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lunedì 9 luglio 2012
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racconterai ai tuoi figli...
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Gran premio della giuria al festival di Cannes, "C'era una volta in Anatolia", diretto dal già più volte premiato in Francia Nuri Bilge Ceylan, costituisce un'autentica sorpresa nel panorama cinematografico mondiale. Il regista turco riesce a dare vita adun poliziesco assolutamente impeccabile nello svolgersi della vicenda, ma soprattutto dipinge i suoi protagonisti come figure assai complesse, connotate da una tragedia legata al passato, la quale fa fatica a emergere, e, di fatto, non si mostra mai chiaramente per tutta la durata della pellicola.
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Gran premio della giuria al festival di Cannes, "C'era una volta in Anatolia", diretto dal già più volte premiato in Francia Nuri Bilge Ceylan, costituisce un'autentica sorpresa nel panorama cinematografico mondiale. Il regista turco riesce a dare vita adun poliziesco assolutamente impeccabile nello svolgersi della vicenda, ma soprattutto dipinge i suoi protagonisti come figure assai complesse, connotate da una tragedia legata al passato, la quale fa fatica a emergere, e, di fatto, non si mostra mai chiaramente per tutta la durata della pellicola. Drammi chiusi in se stessi: così definirei i personaggi di questo capolavoro, i quali, sebbene dialoghino più volte fra loro, non riescono mai a raggiungere il nocciolo della propria amara verità, incomunicabile, eppure bisognosa di essere in qualche modo svelata. Ecco che allora si instaura un contatto estremamente diretto tra felicità (assai rara, ad essere sinceri) e sofferenza, tra vita e morte, assai efficacemente simboleggiato dal vetro di una finestra, che apre e chiude il film. In particolar modo nell'ultima scena, la vita, ovvero i bambini che giocano, e la morte, l'autopsia del cadavere ricercato fin dall'inizio, si affacciano, senza possibilità di conciliarsi, una sull'altra. Grande prova soprattutto dell'attore turco Taner Birsel, che menziono con piacere, e i miei complimenti vanno anche al direttore della fotografia, che compie un lavoro veramente importante sugli effetti luminosi, rendendoli sofisticati e quasi surreali, sullo sfondo delle colline anatoliche che si snodano davanti allo sguardo durante il tragitto notturno. Solo per palati fini.
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gianbond
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domenica 8 luglio 2012
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una palla turca
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Come si fa a dare 4 palle/stelle a un film del genere? Riassunto: tre auto della polizia accompagnano nella notte anatolica il killer di un uomo seppellito in piena campagna. Ora, chi è stato in Turchia sa che se si allontana dalle zone turistiche di notte rischia di perdersi nel nulla, perchè non c'è nemmeno un lampione o un paracarro. Ora nemmeno il nostro killer, che è turco, di notte nella campagna turca riesce a distinguere una mazza nonostante i fari della Polis, la quale si incazza non poco e lo mena inutilmente. Questa inutile ricerca dura 2 terzi del film. Per dare un po' di sostanza a questa logorante attesa (per lo spettatore) vengono inseriti alcuni battibecchi triti, un po' di dialoghi pseudo esistenziali, e una mela che rotola in un rigagnolo che fa molto neorealismo turco.
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Come si fa a dare 4 palle/stelle a un film del genere? Riassunto: tre auto della polizia accompagnano nella notte anatolica il killer di un uomo seppellito in piena campagna. Ora, chi è stato in Turchia sa che se si allontana dalle zone turistiche di notte rischia di perdersi nel nulla, perchè non c'è nemmeno un lampione o un paracarro. Ora nemmeno il nostro killer, che è turco, di notte nella campagna turca riesce a distinguere una mazza nonostante i fari della Polis, la quale si incazza non poco e lo mena inutilmente. Questa inutile ricerca dura 2 terzi del film. Per dare un po' di sostanza a questa logorante attesa (per lo spettatore) vengono inseriti alcuni battibecchi triti, un po' di dialoghi pseudo esistenziali, e una mela che rotola in un rigagnolo che fa molto neorealismo turco.
Ovviamente se si cerca di giorno le cose si trovano, infatti il mattino dopo il cadavere è subito ritrovato.
Ultima parte. Si fa l'autopsia per sapere di che cosa è morto il malcapitato. Si asportano tutti i pezzi asportabili del suddetto e il film finisce, così, senza una risposta che dia un senso a 2 ore e mezza di logorante attesa.
Io vi ho avvertito.
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[+] noia alle quattro stelle
(di maria enrichetta)
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[+] morta infreddolita nella notte dell'anatolia
(di eles )
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angelo umana
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venerdì 6 luglio 2012
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anime stanche
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“Turchia, esterno notte” … Un convoglio di tre veicoli con una decina di uomini procede lungo una strada polverosa e un temporale incombente, che sembra presagire avvenimenti tragici. In varie tappe il convoglio si ferma, ne scendono l’assassino che deve indicare dove è stato sepolto il corpo di un uomo ucciso, la guardia che lo custodisce in manette, il procuratore che gli altri adulano per una vaga somiglianza con Clark Gable, il suo segretario/cancelliere che scriverà il rapporto del sopralluogo, il focoso commissario della “Polis” Nagy definito, dal procuratore, “tanto fumo e poco arrosto”, un pover uomo col figlio malato che vorrebbe cambiar vita, l’assorto e molto umano medico legale, gli autisti, i due aiutanti coi badili che dovrebbero scavare nel punto della sepoltura, il militare pedante in tuta mimetica esperto di chilometri e distanze … ma nella notte il luogo esatto è difficile da ritrovare.
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“Turchia, esterno notte” … Un convoglio di tre veicoli con una decina di uomini procede lungo una strada polverosa e un temporale incombente, che sembra presagire avvenimenti tragici. In varie tappe il convoglio si ferma, ne scendono l’assassino che deve indicare dove è stato sepolto il corpo di un uomo ucciso, la guardia che lo custodisce in manette, il procuratore che gli altri adulano per una vaga somiglianza con Clark Gable, il suo segretario/cancelliere che scriverà il rapporto del sopralluogo, il focoso commissario della “Polis” Nagy definito, dal procuratore, “tanto fumo e poco arrosto”, un pover uomo col figlio malato che vorrebbe cambiar vita, l’assorto e molto umano medico legale, gli autisti, i due aiutanti coi badili che dovrebbero scavare nel punto della sepoltura, il militare pedante in tuta mimetica esperto di chilometri e distanze … ma nella notte il luogo esatto è difficile da ritrovare.
Il viaggio e le sue tappe ci aiutano a conoscere ogni componente del convoglio, ognuno con la propria piccola storia e dramma, le confessioni di sé che pian piano emergono da queste “anime stanche”. Apprendiamo che quello è un luogo dove ognuno risolve le proprie questioni come può, dove tutti hanno un’arma; apprendiamo pure, dal commissario Nagy, che “un uomo inutile è anche innocuo” e, dal procuratore e dal medico, che qualcuno può togliersi la vita per punire un’altra persona e, ancora, che “ogni cosa ha un motivo e se scritta nel destino, accade”. E’ una notte particolare, di esami che ognuno si fa, con il paesaggio illuminato dai fari delle auto e la vegetazione che ondeggia sotto un vento rabbioso. In una sosta per la cena l’interessante e a volte buffa combriccola è ospite del sindaco di quel paese: in questa riunione c’è perfino il riferimento all’entrata della Turchia in Europa e i piccoli mercanteggi che un sindaco fa per sé e il suo povero paesino. Alla luce del lume vediamo il volto della figlia minore del sindaco, è come l’apparizione bella e silenziosa della purezza e della semplicità, contrapposta ai visi enigmatici di quel gruppo di adulti appesantiti dalle loro storie.
La mattina arriverà e rischiarerà ogni cosa, il luogo della sepoltura finalmente identificato, la soluzione dei misteri che stavano dietro quanto avvenuto, la chiarezza che ognuno sembra trovare dentro di sé. E’ un film tremendamente bello e interessante: tremendi sono i drammi personali e i segreti che sembrano doversi rivelare, interessanti sono i ritratti “indulgenti” di ogni personaggio, le piccole storie di burocrazia raccontate dal sindaco e dall’addetto all’esame autoptico, esame che nulla ha di macabro e con discorsi perfino godibili, belli i visi di coloro che sono formalmente la donna e il bambino dell’uomo ucciso che, chissà, il medico immagina come sua famiglia e approdo (“Tutti pagano per i loro peccati ma i bambini pagano per quelli dei grandi”). Due ore e mezza spese benissimo, anche per il piccolo spaccato di Turchia fornitoci, in compagnia dei personaggi e di un film premio speciale della giuria a Cannes 2011.
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tiamaster
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mercoledì 4 luglio 2012
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film lentissimo,introspettivo e bellissimo.
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c'era una volta in anatolia è un film lentissimo, inoltre dura tre ore,infatti in alcuni punti è quasi insostenibile,ma per godersi al meglio la visione bisogna continuare a vederlo.c'era una volta in anatolia è un film che scava nelle psicologie dei personaggi e lo fà in modi mai banali.basta pensare quando l'investigatore protagonista si paragona a clark gable,quando,in realtà, è uno dei personaggi con più problemi,ma non li dà mai a vedere.un pò come tutti i personaggi.Bellissima la regia e la fotografia,che contribuiscono a rendere il film bellissimo anche a livello visivo.Film completo e lentissimo,ma se lo si guarda tutto con attenzione,lo si apprezzerà moltissimo. Veramente bello.
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