C'era una volta in Anatolia

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Un film di Nuri Bilge Ceylan. Con Yilmaz Erdogan, Taner Birsel, Ahmet MŘmtaz Taylan, Muhammet Uzuner, Firat Tanis Titolo originale Bir zamanlar Anadolu'da. Drammatico, durata 150 min. - Turchia 2011. - ParthÚnos uscita venerdý 15 giugno 2012. MYMONETRO C'era una volta in Anatolia * * * 1/2 - valutazione media: 3,56 su 56 recensioni di critica, pubblico e dizionari. Acquista »
   
   
   

Un'amara allegoria dell'attuale Turchia Valutazione 4 stelle su cinque

di Tom87


Feedback: 4603 | altri commenti e recensioni di Tom87
giovedý 14 marzo 2013

Era dai tempi di “Uzak” che non ancora si rivedeva un’opera così potente e rarefatta. Per più di due ore non accade quasi nulla in fatto di trama (le azioni sono sempre le stesse, ripetitive ma emblematiche), ma tanto in fatto di interiorità psicologica dei singoli personaggi. Potremmo dire che la storia di questo anomalo giallo sia stata genialmente presa a pretesto per raccontare ciò che succede nei meandri dell’animo umano; come se la vera indagine dovesse essere quella noir dell’umana natura, dei volti e dei corpi dei personaggi, e non piuttosto dell’oggetto della trama.
Tre auto vagano nel cuore della notte sulle colline dell’Anatolia. A bordo ci sono un medico, un commissario, un procuratore, alcuni poliziotti, un assassino e il fratello. Devono ritrovare il cadavere di un uomo assassinato. Purtroppo l’omicida racconta che era ubriaco e non riesce a ricordare dove lui e il fratello abbiano sepolto la vittima. La ricerca continuerà fino all’alba, quando finalmente la salma sarà ritrovata e ogni cosa troverà una spiegazione. Coinvolgono questi uomini che cercano, avanzano, discutono, si fermano, riprendono il cammino. E’ bastata questa semplice trama, tesa e intrigante, un gruppo di bravissimi attori, la magnifica fotografia, i travolgenti paesaggi, gli espressivi primi piani, e ancora, la dilatazione dei tempi, l’incisività della regia, l’inquietudine delle tenebre, i lunghi dialoghi serrati e cechoviani, a far si che quest’opera diventasse un capolavoro premiato a Cannes con il Gran Premio della Giuria, e una pellicola necessaria e importante.
In una messa in scena intimistica; caratterizzata da una Natura maestosa, selvaggia e indifferente che schiaccia i personaggi ma ne riflette anche i loro stati mentali; il regista turco espone un suggestivo affresco politico-etnografico per riflettere su che cosa resta della Turchia di oggi. Una Turchia senza più punti di riferimento e immersa in orrori quotidiani, divisa fra tradizione e globalizzazione; smarrita in una condizione di avanzamento statico e incerto. I tre uomini ne simboleggiano la legge, la scienza e l’ordine in preda a confusioni e fragilità; l’assassino ne simboleggia il passato violento e il morto introvabile la sua conseguenza. Attraverso i dialoghi e le relazioni tra i personaggi, i ricordi e i gesti di ognuno di loro (emozionante la sequenza in cui gli uomini si fermano ad ammirare la bellezza, intravista e illuminata dalla fioca luce di una candela, della figlia del sindaco di un villaggio) il regista descrive il lento e faticoso cammino sociale della Turchia. Il girovagare a vuoto dei personaggi diventa l’allegoria di questo paese, sospeso tra il buio e la luce, tra il bisogno di un ordine e una chiarezza e il tormento di una solitudine privata di morale e sentimento.
Sotto questo aspetto il film è interessante e doloroso, ma anche vitale, perché nel descrivere i limiti esistenziali e umani (raffigurati metaforicamente sia da un’Anatolia sempre identica nel suo arido paesaggio, sia dal sentimento di rassegnazione e stanchezza dei personaggi) il regista non lascia solo disperazione. Nel suo rigore morale lancia anche un invito alla speranza. L’uomo non deve arrendersi, non deve cedere al buio di una notte che non fa distinguere e capire nulla, ma deve costantemente continuare la ricerca. E’ l’unico modo per poter sperare di arrivare ad una piena coscienza di sé e far luce su molte cose di questo mondo…

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