Il "non film" del maestro Lynch
di Gloria Satta Il Messaggero
Pensavate che Mullholland Drive fosse un rompicapo inestricabile? Preparatevi: è una passeggiata rispetto a INLAND EMPIRE , il nuovo film di David Lynch che con le sue tre ore enigmatiche, surreali, totalmente spiazzanti si è abbattuto ieri sulla Mostra lasciando gli spettatori tramortiti e intimiditi, alla ricerca disperata quanto vana di risposte. Chiamarlo film è improprio. Il sessantenne maestro, sempre più coinvolto nella meditazione trascendentale e in attività assortite (pittura, architettura, previsioni meteo, creazione di mobili), è convinto che il cinema tradizionale abbia fatto il suo tempo: esentato dalla necessità di affidarsi a una storia che abbia un capo e una coda, un film secondo lui deve aprirsi ad altre forme di espressione e lasciare lo spettatore libero di intuirne significati ed emozioni. Così INLAND EMPIRE , girato in digitale (e scritto tutto maiuscolo secondo le indicazioni del regista), interpretato dall'attrice-feticcio di Lynch, Laura Dern, da Harry Dean Stanton, Jeremy Irons, Julia Ormond (in Italia uscirà nel 2007, distribuito da Bim), non è un film ma un'esperienza metacinematografica, un flusso di coscienza, un viaggio nell'incoscio: rimandi psicanalitici, flash di memoria, percezioni extrasensoriali, déjà vu , immagini surreali, dialoghi strampalati in inglese e polacco (le riprese si sono svolte a Los Angeles e Lodz), reminiscenze oniriche e sovrapposizioni continue tra realtà e fantasia contribuiscono a comporre questo puzzle allucinato. Tra Hitchcock e Twin Peaks , a metà strada tra un quadro astratto e un incubo personalissimo, caratterizzato dall'oscurità più minacciosa e accompagnato dalla musica "de paura" del fido Badalamenti.
Parlare di trama è un azzardo. Lynch, che ammette di aver improvvisato molto sul set, liquida la faccenda dicendo che INLAND EMPIRE (un albergo di Los Angeles e, metaforicamente, il mondo interiore di ciascuno di noi) è la storia di un mistero (e grazie...), «di un mondo all'interno di altri mondi» intorno a una donna innamorata e terrorizzata, come molte sue protagoniste. All'inizio siamo nella classica situazione di cinema nel cinema: la Dern è un'attrice che deve girare un film accanto a Justin Theroux, diretta da Jeremy Irons, ma qualcuno l'avverte che sull'operazione, remake di un film "maledetto", pendono sanguinosi presagi. Da questo momento in poi, la "sceneggiatura" diventa un cavallo impazzito che lascia per strada personaggi e situazioni. E soprattutto richiede allo spettatore nervi saldi, immaginazione fervida e fede cieca nel regista.
Dice Lynch: la pellicola è lenta, il digitale è rock. D'accordo, ma come dare un senso logico a una famiglia di persone con le teste di conigli, una tipa polacca minacciata da un vecchio, un immancabile bacio lesbico, un cacciavite assassino, un balletto di ragazze disinibite, una macchia di ketch-up che pare sangue, una donna che spia gli altri attraverso il buco praticato da una sigaretta in una sottoveste di seta, un gruppo di saltimbanchi della regione baltica, le puttane in attesa sulla Hollywood Boulevard, la morte della protagonista che finisce accoltellata in mezzo ai barboni (ma scoprirermo che è un film nel film), la scimmia che chiude i titoli di coda come scherzo estremo del regista? Su tutto e su tutti, campeggia la Dern con la sua espressione perenennemente terrorizzata. Lynch la definisce «la migliore attrice vivente» e magari ha ragione: non è da tutti uscire indenni da un viaggio nel delirio, sia pure firmato da un maestro al quale il cinema evidentemente non basta più. Che peccato.
Da Il Messaggero , 7 settembre 2006