Dopo essersi laureato in cinematografia, gira alcuni cortometraggi di mediocre fattura. Nel 1963 firma uno dei suoi capolavori, Sciogliere e legare ovvero Cantata,che segna l'inizio del rinnovamento del cinema magiaro, concepito all'insegna della repressione del '56 e ispirato allo stile di Antonioni. In questo film si segnala già l'intenzione di aggirare l'imperante realismo socialista con aperture verso il simbolismo ed espressionismo. L'anno successivo, con Il mio cammino, definisce i termini della sua poetica che ritroveremo in tutta la sua produzione successiva: il tono privato, e non pubblico, con cui il regista osserva la storia del suo Paese, la componente lirica e picaresca della narrazione, le figure che vagano, da sole o in gruppo, in paesaggi sterminati e, infine l'incomunicabilità, mutuata da Antonioni, e resa attraverso un testo estremamente ridotto e talvolta inesistente. Il suo stile di regia lento, solenne, essenziale e rigoroso emerge in tutta la sua portata nel trittico I disperati di Sandor (1966), L'armata a cavallo (1967), Silenzio e grido (1968), tutti film dedicati al passato storico dell'Ungheria. L'armata a cavallo riecheggia l'epopea rivoluzionaria alla Ejzenstejn, grandiosa e corale, senza però il progressismo del grande maestro russo che qui si tramuta in pessimismo storico e tragica sconfitta. In questo caso si può veramente parlare di universo disperato di Jancsò. Il film successivo Venti lucenti (1969) riprende il tema della violenza rivoluzionaria. Con ritmi sempre più coreografici e grande uso del «piano-sequenza», il suo discorso sul potere continuò rigorosamente in Scirocco d'inverno (1969), Agnus Dei (1971). Dopo due film italiani, La pacifista (1970) e La tecnica e il rito (1971), girò Salmo rosso (1972, premio della regia al festival di Cannes) che è una patetica cantata rivoluzionaria: i contadini che scioperano contro il latifondo non si piegano né alle minacce né alle promesse e il loro trionfo ha un sapore quasi sacro, laddove l'intera simbologia cristiana viene trasfigurata in metafora sull'avvento del socialismo. Segue Elettra amore mio (1975) e quindi Vizi privati, pubbliche virtù (1976) che prende lo spunto dalla tragica fine dell'erede al trono d'Austria che si suicidò alla fine dell'Ottocento per tracciare un cupo affresco di miserie morali e di decadenza etico-politica. Dal connubio fra coreografia/musica/balletto e storia nascono Rapsodia ungherese e Allegro barbaro (1979) che esplorano ancora le lotte per la libertà e la storica sopportazione di un destino tragico. Più interessante sotto il profilo formale, Il cuore del tiranno (1981). Dopo una parentesi di televisione e un film di produzione francese, L'aube (1986), Jancsò è tornato in Ungheria per realizzare inquietanti e confusi drammi politico-esistenziali, tra cui La stagione dei mostri (1987) e L'oroscopo di Gesù Cristo (1989). Nel 1990 ha girato Dio cammina a ritroso e Il valzer del Danubio Blu. Tutta la produzione di Jancsò è centrata sul rapporto fra la prepotenza del potere e la dignità dell'individuo. La storia è lo scenario più vasto in cui questa eterna lotta si può collocare e nell'ambito di essa la sconfitta è il suo crudele epilogo. Jancsò è il poeta dei vinti, dapprima identificati individualmente e poi considerati nella loro totalità di classe sociale o comunità. Senza più miti ed eroi, il cinema di Jancsò diventa un coro di lamenti. I suoi paesaggi sono sempre spazi enormi e lo stile essenziale scolpisce ogni gesto in questo piatto universo di silenzi.
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