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ROBIN HOOD – IL PREZZO DEL SANGUE.
Tre ritorni di tutto rispetto in un solo film: Michael Sarnoski alla regia dopo Pig e A Quiet Place - Giorno 1, Hugh Jackman come protagonista e Robin Hood. Tutti e tre in un’opera particolare e rivisitata sulla figura del principe dei ladri.
Anno 1247, Robin Hood è diventato ormai vecchio e stanco con un solo e unico scopo, morire con onore. Passa i giorni e le notti dandosi alla macchia nelle foreste e nelle terre selvagge d’Inghilterra e vivendo ancora da vagabondo fuorilegge tra caccia, furti e incontri sempre più frequenti di persone che lo vogliono uccidere per vendetta. Perché a detta sua le storie e le leggende narrate sono tutte false e che ha solo seminato rancori, sangue e odio. Un giorno incontra il suo vecchio amico Little John, sotto falso nome di Edward e divenuto contadino. Quest’ultimo gli propone un ultimo lavoro per riprendersi la terra sottratta dai vecchi proprietari terrieri e salvare sua moglie Margaret e la figlia.
Si preparano, tendono un agguato notturno, freddano tutti i proprietari, ma uno di loro riesce a fuggire ed avvertire il resto del clan. Il patriarca giura vendetta e tempo dopo ritorna alla fattoria incendiandola e duellando contro Robin Hood. Rimasto ferito gravemente nello scontro viene salvato da Little John e sua figlia e condotto nel Priorato di San Clemente in un’isola remota. Sotto le cure e la protezione di Suor Brigid e di un misterioso lebbroso e col falso nome di Randolph, Robin Hood scoprirà tutte le conseguenze delle sue azioni e dei modi al quanto improbabili di trovare finalmente la tanto agognata pace.
A livello tecnico si rimane su alti livelli con Sarnoski che dirige tutto in maniera cupa, fredda e desaturata. Delle inquadrature larghe con ampia profondità di campo che mostrano le grandi lande dell’Inghilterra tra paesaggi montani, distese rurali e foreste collinari solitamente avvolte nella nebbia. Ancora meglio di notte dove le luci naturali, il fuoco delle torce e la fitta oscurità donano una fotografia eccellente e immersiva, anche grazie alla filigrana analogica in Imax. Vistosi i primi piani nei dialoghi, le inquadrature fisse, i movimenti lenti e i piani sequenza che seguono i personaggi nelle azioni. Un montaggio ben fatto che tiene quasi sempre il ritmo nonostante un andamento lento e bello disteso in alcune scene di tensione. Un’ottima ricostruzione storica nelle scenografie del monastero, delle case e nei costumi del Basso Medioevo. Delle musiche pacate e di puro accompagnamento di scena.
Delle scene d’azione per nulla spettacolari, crudissime e belle sporche con ottimi effetti analogici e prostetici. Un Hugh Jackman completamente nel ruolo di Robin Hood e a suo agio nel mostrare un fuoco ancora acceso nel suo essere attempato, un’ottima Jodie Comer come suor Brigid nell’essere espressiva negli sguardi e nelle pose anche in completa freddezza e compostezza, Bill Skarsgård interpreta un buon Little John sia nei dialoghi che nell’azione più sanguinaria e selvaggia, un curioso Murray Bartlett nel ruolo del lebbroso negli sguardi e nelle movenze seppur coperto di stracci, buono Noah Jupe nel fare Arthur e una deliziosa Faith Delaney nel fare la figlia di Little John Margaret.
Inutile dire che cercare in questo film eroismo, epicità, romanticismo, avventura, azione sfrenata e un Robin Hood che rubava ai ricchi per dare ai poveri è come pretendere di cavare il sangue dalle rape, anzi manco quelle. Qui è tutto svilito, squallido, distaccato, grigio e sottratto, il contrario delle leggende più volte smentite da Robin perché raccontate da cantastorie e menestrelli ubriachi e ne rimane soltanto un personaggio negativo, un criminale che in tutta la sua vita ha soltanto ucciso, rubato, deflagrato e molto probabilmente tenuto tutto per sé. Col risultato di aver lasciato una scia di cadaveri e ai posteri dei parenti alla sua ricerca per ucciderlo, trovando sempre la morte. Rimane un combattente esperto e un’infallibile arciere, ma senza risparmiare nessuno, neppure i bambini. Nonostante ciò è in buoni rapporti con un Little John credente in Dio e in via di cambiamenti per una nuova vita, a differenza di Robin, ma anche in lui rimangono stipsi di violenza e brutalità. Dopo una prima parte d’azione, violenta e cruda si passa ad una seconda parte molto più contemplativa, riflessiva e dialogata in un rifugio monastico isolano, pacifico e tranquillo.
Attraverso il lebbroso con il quale si confronta con le scelte che ha fatto e la scoperta di una leggenda che sotto sotto tanto falsa non era, dandogli poi degli ultimi, importanti consigli, suor Brigid che aiuta il prossimo, salda nella fede, fa’ riflettere Robin sull’importanza delle piccole cose della vita, ma con un passato tragico con il quale non ha ancora voltato pagina, compiendo tra l’altro atti carnali nostalgici segreti e il rapporto con la piccola Margaret con la quale scopre un lato paterno e affettivo mai avuto prima; Robin cercherà una via redentiva. In particolare con Arthur e dei dialoghi importanti, a volte belli tesi, in cui sarà combattuto se spezzare la catena di vendette un’ultima volta con il sangue o per la prima volta con la speranza di una vita migliore per entrambi, avviliti dalla vendetta e da conti in sospeso. Anche con Brigid dove si mostrerà una via del perdono e che il male non sempre porta altro male. Fino ad un finale drammatico, spirituale, crepuscolare, ma anche speranzoso, ultraterreno e luminoso dove in fondo Robin troverà quello che cercava non attraverso la violenza, ma facendo la cosa giusta.
Certamente non un film per tutti, tante cose da raccontare che si prende i suoi tempi, non cerca per niente il mainstream, non vuole intrattenere lo spettatore con i classici topoi narrativi che abbiamo sempre visto su Robin Hood o su Hugh Jackman, ma vuole farlo riflettere su un personaggio completamente umano e su un’umanità che in fondo merita una seconda possibilità.
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