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SPIDER-MAN: BRAND NEW DAY.
38esimo film del Marvel Cinematic Universe e il quarto stand alone sull’arrampicamuri interpretato da Tom Holland. Premetto che per me i primi tre film diretti da Jon Watts erano uno più brutto dell’altro, nei cross over non era mai stato tutto sto’ granché e con No Way Home si era toccato veramente il basso in un fanmade con i soldi. Perciò l’unica aspettativa che avevo per Brand New Day era soltanto il cambio di regia con Destin Daniel Cretton che aveva diretto il mediocre Shang Chi. E devo ammettere che almeno lì le cose sembrerebbero essere migliorate…
Sono passati ben quattro anni da quando l’incantesimo del Dottor Strange ha cancellato dalla memoria di tutti il ricordo di Peter Parker, durante i quali ha vissuto il suo anonimato vestendo i panni dell’Uomo Ragno, sgominando orde di criminali, sconfiggendo superesseri del calibro di Scorpion, Lapide, Tarantola, Boomerang e i Ninja della Mano. Questo gli ha permesso di avere l’approvazione della gente e la completa collaborazione con la polizia e l’ispettrice Jean DeWolff. Di contro però vive in solitudine e vede sui social i suoi amici Ned e MJ entrare all’MIT e ad un passo dalla laurea senza mai però entrarci in contatto in quanto non possono ricordarsi di lui. Le cose cambiano quando Spiderman riesce a fermare un auto carro blindato impazzito che sgomina disastri in città fino a schiantarsi in una prigione del Damage Control, un’organizzazione governativa col compito di contenere i supercriminali, per poi scoprire al suo interno un’entità telepatica misteriosa in grado di passare di persona in persona e possederle fino a parlargli del VMAX e il collegamento con l’organizzazione.
Parallelamente Peter, dopo essersi imbucato ad una festa a casa di Ned e MJ, scopre che lei ha un altro, entra in depressione e scopre di stare cambiando in quanto il suo organismo sta’ sviluppando ormoni ragneschi che lo rendono più forte, più veloce, con ragnatele organiche che gli escono dai polsi e un senso di ragno più sviluppato, ma senza averne il pieno controllo. Le due svolte si intrecceranno più volte fino a coinvolgere svariati personaggi newyorkesi, scoprire l’identità del telepate, le sue vere intenzioni e di come Peter cercherà di superare la sua situazione esistenziale, con o senza i suoi vecchi amici.
Sebbene Cretton avesse fatto un lavoro poco ispirato con Shan Chi, salvo però delle scene d’azione anche buone, in questo film riesce ad avere una marcia in più con una regia molto più quadrata e creativa rispetto a Jon Watts. Innanzitutto i toni sono più maturi, a tratti pure cupi e l’ambientazione urban riesce a mantenersi bella salda. Una fotografia molto più elaborata dove il colorato teen fumettoso viene eliminato lasciando spazio a contrasti più impattanti e leggermente desaturati dove i rossi e blu vengono molto bene e i gialli delle luci metropolitane notturne creano un bel contorno. Spettacolari le scene d’azione, molto leggibili con i giusti rallenty, lodevoli le acrobazie, le coreografie dei combattimenti e le scene panoramiche con i dondolamenti e le scene di inseguimenti in strada. Traendo spunto anche dai videogiochi per Playstation. Non da poco sono le scene introspettive con alcune dal sonoro bello impattante. Un uso ben dosato della cgi e con notevole analogico bello tangibile e amalgamato, come nel costume dell’Uomo Ragno e in alcune scene d’azione.
Ottime le musiche di Michael Giacchino che riarrangia il motivo dello Spiderman dell’MCU in maniera più matura e meno scanzonata. In alcune situazioni si creano delle belle tensioni come nelle possessioni telepatiche in strada, ma anche in alcuni dialoghi. Inutile dire che l’ironia stavolta è ben dosata e non più da siparietti comici a tratti irritanti. Davvero buone le interpretazioni tra i quali spiccano Tom Holland che si dimostra più calato del solito e senza sembrare sopra le righe, ma molto più coi piedi per terra e una Sadie Sink che riesce a donare delle buone espressioni. Nella norma Zendaya e Jacob Batalon, Jon Bernthal che fa’ un Punitore più comico del solito, ma sempre posato, una Florence Pugh da comprimaria, idem per Mark Ruffalo come Bruce Banner.
La storia, per quanto mi riguarda, vive di uno yin e yang che a ripensarci non la rende proprio del tutto riuscita. I punti di forza sono sicuramente i rapporti tra i personaggi, soprattutto tra l’Uomo Ragno e il Punitore in quanto affrontano delle situazioni insieme tra molti contrasti con il primo che è più pacifista e il secondo più armaiolo e reazionario. Hanno entrambi dei trascorsi simili e arrivano ad una conclusione più che degna del loro arco narrativo insieme. Le tematiche come la solitudine, la depressione, il coraggio di voltare pagina e di andare avanti vengono ben trattate nella parte centrale attraverso dei bei dialoghi tra Peter Parker, MJ e il personaggio della Sink. All’inizio i personaggi principali sono tutti ben caratterizzati ed esplorati senza sensazioni di piattezza e anzi addirittura si arriva ad una sequenza dove un po’ tutti hanno avuto quel cuoricino spezzato e che serve appunto come molla per poter finalmente maturare e riplasmarsi la vita. Inutile dire che la nuova condizione di Peter mostra luci ed ombre belle contrastanti.
Ma ahimè comincia lo yang. E’ in tutto per tutto un tassello dell’MCU, stand alone, ma molto collegato. I vari avversari come Scorpion, Hulk e la Mano non sono null’altro che degli ingranaggi per farli combattere o interagire con l’Uomo Ragno, dopo di che vengono liquidati. Idem per Ylenia Belova e l’ispettrice. Peter Parker ha dei gadget e una tecnologia con IA non da poco, ma non si vede mai come fa’ a permettersela in quanto parrebbe disoccupato. Man mano che si va avanti non si capisce perché Peter interagisce con Ned e MJ in maniera significativa solo ora e non prima che quattro anni non sono davvero pochi. La relazione di MJ col nuovo ragazzo è molto sbrigativa e poco trattata. Il resoconto decisivo tra Peter ed MJ viene affievolito dopo poco tempo. Ogni tanto ci sono delle ingenuità di scrittura, come la tecnologia di tracciamento dell’Uomo Ragno aperta al pubblico che non è proprio furba come cosa, il cupo e il marciume degli ambienti urbani non sono proprio ben trattati, ma soprattutto è il personaggio di Sadie Sink ad essere il peggiore. Ha un background definito, dei trascorsi belli interessanti, un determinato sviluppo (anche bello ragguardevole) e compie delle azioni precise, ochèi, ma fa’ giri a vuoto almeno un paio di volte allungando il brodo.
Alla fine, per l’obiettivo che aveva, non le conveniva più di tanto fare i salti telepatici con l’Uomo Ragno se non per la sua caratterizzazione e quando arriva al Damage Control lo fa’ in maniera troppo carica e troppo esagerata quando bastava veramente poco e in maniera più discreta e sottile, viste le sue abilità. Poteva semplicemente concentrarsi solo con il capo dell’organizzazione fin dall’inizio, ma così facendo però il film sarebbe durato mezz’ora di meno. C’è un ribaltamento di ruoli un po’ telefonato e scontato. Si arriva al finale con tutti i nodi venuti al pettine, combattimenti corali a raffica con tanto di scontro alla messicana, la tensione a mille, una città tenuta in scacco, per poi risolvere tutto a tarallucci e vino e con una morale retorica un po’ debole e contradditoria rispetto ai traumi e alle difficoltà affrontate prima. E con l’ultimo gesto di Peter con un determinato personaggio prima dei titoli di coda, la sensazione del “nulla di fatto” è bella che ceralaccata vanificando tutte le interazioni e le elaborazioni brillanti precedenti. Una postcredit che presagirà un prossimo ritorno dell’Uomo Ragno.
Sicuramente migliore dei tre precedenti, ma bello lontano nell’accostarsi ai film di Raimi, persino a Spiderman 3. Di fatto nessun villain, ma nessun coraggio di andare veramente fino in fondo.
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