Odissea

   
   
   

Un bel kolossal epico, ma inutilmente retorico. Valutazione 4 stelle su cinque

di Imperior Max


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sabato 25 luglio 2026

 ODISSEA.
 
13esimo film per Christopher Nolan, uno dei cineasti più in voga e più discussi sia dal pubblico giovane che da quello più maturo, dove si cimenta per portare su grande schermo un pilastro della letteratura classica greca. Per diversi mesi, tra notizie e trailer, se ne sono dette di cotte e di crude per la Elena nera e l’Achille transgender (poi rivelatosi Sinone) e dividendo puristi dell’opera omerica o presunti tali. Una mossa di marketing molto conveniente alla fine dati gli incassi registrati e appena cominciati. Ovviamente sapevo che ci sarebbero stati dei cambiamenti e che Nolan avrebbe adattato l’Odissea per andare a parare in una direzione precisa con tanto di cifra stilistica. E per quanto mi riguarda l’obiettivo è stato portato a casa, tra alti e bassi.

Ad Itaca Telemaco, figlio di Ulisse ed erede al trono, sente i canti delle imprese di Agamennone e dei micenei nella guerra di Troia durante un banchetto dei proci, nobili pretendenti della regina Penelope, e discute con la madre sul ritorno del padre, tra speranze e disillusioni. Una volta chiesto il parere del fedele e amico di Ulisse Eumeo e dopo un confronto acceso con Antinoo, a capo dei proci, per aver maltrattato il cane Argo decide di recarsi a Sparta per chiedere notizie più dettagliate a Menelao, fratello del re Agamennone, e di cercare rinforzi per prevenire ulteriori rovesciamenti di potere ad Itaca. Nel frattempo Antinoo sta’ progettando di fare fuori Telemaco, così da non avere più ostacoli per diventare re di Itaca a fianco di Penelope.

Ulisse è nell’isola di Ogigia, tenuto al sicuro dalla dea Calipso, senza i ricordi del suo passato a causa dei fiori di loto offerti da lei, ma che gli donano conforto. Notandolo sempre più incupito, introverso, svuotato, devastato e con una grande voglia di tornare a casa nonostante gli anni passati, Calipso decide di non farglieli mangiare, in modo da recuperare lentamente la memoria. Comincia così il racconto di Ulisse su ciò che ha vissuto: dalla fine della guerra di Troia al saccheggio di un villaggio, dall’isola di Polifemo ai Lestrigoni, dall’isola di Circe a Tiresia nell’Ade, dalle Sirene a Scilla e Cariddi, fino ai sacri buoi di Trinacria e l’ultimo naufragio della sua nave. Il tutto arrivando alla resa dei conti ad Itaca per riprendersi il trono fino ad un finale particolare.

Anche stavolta Nolan gira tutto in IMAX e produttivamente parlando è già un’impresa titanica e questo lo si nota dall’uso pratico della filigrana e la compattezza della fotografia tendente a colori leggermente desaturati negli esterni e con luce naturale negli interni, specie con i fuochi accesi, donando enormi contrasti tra la luce e il buio più totale. Inutile dire che il rapporto di visione cambia a seconda della sala e il formato fisico scelto, ma senza troppe differenze nei particolari messi in campo. Delle ottime inquadrature, diversi campi e controcampi ben studiati nelle scene dialogate, dei primi piani e piani sequenza che in più di un’occasione mostrano una solennità epica non da poco, come l’entrata di Agamennone a Troia, l’apparizione di Polifemo e dei Lestrigoni, ma anche nei campi larghi del cavallo di Troia o nelle sequenze delle Sirene e di Scilla e Cariddi. Perfette le scene in mare, molto realistiche e immersive di notte. Possiamo dire ottime le scenografie delle città e dei paesaggi, i costumi, gli effetti speciali analogici, di trucco e prospettici nel ricreare Polifemo e i Lestrigoni e in piccola parte digitali in Scilla e Cariddi. Un montaggio parallelo fino alla parte finale con Calipso e senza linearità narrativa che in alcuni punti può disorientare nella comprensione, ma volutamente per dar forma alla frammentazione della memoria. Mentre da Itaca in poi si rimane più lineari con risultati generali di un ritmo ben contenuto. Ludwig Göransson ritorna alle musiche, stavolta meno invasive rispetto ad Oppenheimer, ma più concentrate nelle atmosfere, nelle azioni dei personaggi e con un sonoro veramente bomba come nelle scene di Polifemo, delle Sirene e dell’arco di Ulisse.

Le scene d’azione, soprattutto nelle battaglie e con più persone a schermo, sono dinamiche e anche impattanti, ma non sempre fluide e chiare, riconfermando che non sono mai state la specialità del regista. Interpretazioni buone nella media. Un Matt Damon anche calato fisicamente e nelle espressioni, ma non sempre di faccia, Anne Hathaway fa’ una Penelope credibile nella sua algidità e austerità, Tom Holland ci prova a fare Telemaco, ma rimane sempre lui, Robert Pattinson è un ottimo e viscido Antinoo, Zendaya e Mia Goth se la cavano come Atena e la serva Melanto, buonissima Charlize Theron nel fare Calipso, Jon Bernthal come Menelao è convincente, molto sorprendenti Benny Safdie e John Leguizamo nei ruoli di Agamennone e Eumeo (i migliori a mio avviso), direi ottimi anche Lupita Nyong'o ed Elliot Page con buona pace dei detrattori e un’accesissima Samantha Morton nel ruolo di Circe.

Prendendo ispirazione dalla traduzione di Emily Wilson il film cambia un bel po’ di cose dal poema classico inserendo personaggi, modernizzando il linguaggio, modificando dinamiche e contesti e tagliando molte scene, soprattutto nella prima parte. Ma tutto ciò per approfondire due elementi principali, già presenti nel racconto, ma con una chiave di lettura diciamo più progressista, pacifista e anche attuale: la legge dell’ospitalità greca e i popoli del mare. L’infrazione della prima e la nascita dei secondi con conseguente decadenza della civiltà occidentale e la fine dell’Età del Bronzo. E queste sono intrecciate con un Ulisse molto più schivo, complessato, pieno di rimorsi e sensi di colpa con conseguente sindrome da stress post traumatico, dunque più umanizzato e vengono meno l’eroicità, l’arguzia e l’arroganza verso gli dèi e il destino. Con un percorso emotivo via via più in crescendo di conoscenza, impotenza, consapevolezza, elaborazione, rassegnazione e requiem con il mostruoso e distaccato Polifemo, i corazzati e forzuti Lestrigoni, una Circe rancorosa da puro bodyhorror animalesco e stregonesco, un Ade incenerito rivelatorio, consigliere e sconsolante, Sirene tentatrici e letali, gli inevitabili Scilla e Cariddi, un’isola dei buoi con dura prova di lealtà divina e umana e una Calipso come ago della bilancia per trattenere o liberare Ulisse. Un’ultima ora ad Itaca con l’ultimo saluto al cane Argo, un dialogo da confessionale vero e proprio tra Penelope ed Ulisse sotto mentite spoglie dove un colpo di scena mette in discussione la figura di Ulisse e della dea Atena e tutto ciò che ne è conseguito. Diverse rinfacciate tra personaggi, la prova dell’arco, un combattimento corale e rocambolesco e un finale da espiazione e aperto alla speranza.

Dei personaggi più o meno squadrettati: Penelope in conflitto tra la disillusione e l’amore per Ulisse sigillato dalla promessa per il suo ritorno e con un’isola da regnare, Telemaco speranzoso e incuriosito dalla figura del padre e con rancori verso i Proci, Antinoo che serpeggia nella coorte del palazzo reale e per tentare Penelope nel voltare pagina, Sinone che mostra la sua lealtà ad Ulisse a caro prezzo, Elena ridotta a trofeo di guerra di Menelao con amara consapevolezza, quest’ultimo messo più in positivo come alleato di Telemaco e come compagno d’arme di Ulisse, l’aureggiante Agamennone che con austera compattezza conquista Troia, ma con conti in sospeso successivi a suo sfavore e il fedele e cieco Eumeo con un carisma bello profondo e per nulla sprovveduto.

Tanti pregi e tante ambizioni che, anche per un gigante come Nolan, comportano dei rovesci di medaglia non da poco. Già da anni il regista è noto per la sua freddezza e algidità e i personaggi da lui trattati non sempre sono ben bilanciati tra emotività e percorsi emotivi credibili. In questo caso, almeno dalla maga Circe in poi, Ulisse diventa più credibile. Prima però il suo invadere un villaggio pacifico, l’impeto di arroganza con una frecciata contro Polifemo e l’essere incauto contro i Lestrigoni non combaciano con il suo stato d’animo. E non sarebbe un problema se non fosse per quel colpo di scena rivelatorio ad Itaca che mette a repentaglio il rapporto di causa ed effetto. E anche le questioni della legge dell’ospitalità infranta e i popoli del mare vengono intaccate diventando alla fine pretesti retorici e poco concrete, tranne per i Proci che disonorano l’ospitalità ad Itaca prendendo ad esempio i canti della guerra di Troia.
Senza contare alcune cadute nella messinscena dove vedono anemiche certe scene di fatto cruente come Polifemo che divora un soldato, accompagnato tra l’altro da stacchi di montaggio troppo netti, i Lestrigoni che rimangono troppo puliti e anche poco approfonditi. La sequenza di Telemaco e nel suo tentato omicidio è sbrigativa e quasi incastrata a forza. Scene di combattimento appunto non sempre eccellenti nel campo d’azione, soprattutto in massa e in particolare nel massacro dei Proci ad Itaca che diventa alla lunga confusionaria, caciarona e sopra le righe. Antinoo diventa a tratti la macchietta di se stesso pur rivelandosi volutamente un codardo e il duello tra Telemaco e il procio che getta le armi ai compagni diventa anch’esso forzato. Il finale, per quanto intenzionato allo spiraglio di speranza e di espiazione, diventa troppo retorico e poco affettivo, visti lunghi trascorsi dei personaggi.

Un film tutto sommato buono, più fruibile di Oppenheimer, ma decisamente inferiore che vive di una grandissima tecnica, soluzioni di messinscena sublimi, una trama interessante, ma con una sostanza che si sposta più sulle cause che sugli effetti.

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