The Testaments

Film 2026 | Drammatico 60 min.

Regia di Mike Barker, Shana Stein, Quyen Tran, Jet Wilkinson. Una serie Da vedere 2026 con Meghan Honor, Ann Dowd, Chase Infiniti, Rowan Blanchard, Lucy Halliday. Cast completo Genere Drammatico - USA, 2026, Valutazione: 4 Stelle, sulla base di 1 recensione. STAGIONI: 1 - EPISODI: 10

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Ultimo aggiornamento mercoledì 8 aprile 2026

Cosa è successo ai protagonisti della serie The Handmaid's Tale? Ecco la serie che lo racconta.

Consigliato assolutamente no!
n.d.
MYMOVIES 4,00
CRITICA
PUBBLICO
ASSOLUTAMENTE SÌ
Spin-off, sequel, crossover, teen drama. Una serie che ci mostra l'orrore del potere patriarcale.
Recensione di Gabriele Prosperi
mercoledì 4 giugno 2025
Recensione di Gabriele Prosperi
mercoledì 4 giugno 2025

Spin-off, ma anche sequel, di The Handmaid's Tale, il racconto di The Testaments si svolge da tre prospettive: quella di Agnes (Chase Infiniti), una giovane donna, figlia privilegiata cresciuta dentro le regole di Gilead; di Daisy (Lucy Halliday), arrivata da fuori e quindi portatrice di uno sguardo non ancora del tutto addomesticato; e di Zia Lydia (Ann Dowd), ora alla guida di una scuola che prepara le ragazze dell'élite a occupare con docilità il posto loro assegnato.

La serie indaga così il matrimonio, la fertilità, la disciplina, il linguaggio morale che queste future mogli dovranno perseguire. Tutto, in questo insight nella società distopica creata da Margaret Atwood, converge verso la trasformazione del corpo femminile in funzione pubblica: un destino che comincia a incrinarsi quando l'amicizia diventa, quasi senza dichiararlo, la prima forma di disobbedienza.

Potenzialmente pericolosa come operazione, dopo il grande successo della serie che più ha saputo trasformare una distopia letteraria in immaginario politico contemporaneo, The Testaments è un'omogenea e validissima intuizione produttiva, basata prevalentemente sul cambiamento dell'angolo da cui osservare la distopica Gilead.

Spostandosi dalla lotta - e dalla sua escalation mostrata in The Handmaid's Tale - di chi tenta di sopravvivere dall'esterno del sistema, il sequel/spin-off racconta il processo, molto più insidioso, attraverso cui il sistema si deposita dentro chi ci è nato. È una differenza importante, perché sposta la paura dalla violenza esibita alla normalità del condizionamento.

The Testaments mostra l'orrore attraverso l'arma più efficace di un totalitarismo: l'educazione orientata. Da ciò il focus sull'adolescenza: età in cui la formazione dell'identità e il passaggio all'età adulta possono essere fatti coincidere con la confisca definitiva del sé. Elemento che più aderisce all'ultimo libro di Atwood - sequel di "Il racconto dell'ancella" letterario e al contempo "crossover" con la trasposizione seriale di Hulu - è la scoperta del corpo raccontata non come un'esperienza privata, bensì come una cerimonia sociale. Il debutto in società corrisponde, paradossalmente, a una sempre maggiore costrizione dell'identità, ed è qui che il racconto smette di raccontare ciò che già conosciamo di Gilead e prova, invece, a ridefinirne il senso.

Nella serie madre il regime appariva soprattutto come un apparato punitivo, capace di schiacciare attraverso il dolore. Colori, forme, regia contribuivano a schiacciare i personaggi e a creare una pressione che, infine, non poteva che esplodere con fragore. Qui, invece, emerge la dimensione seduttiva, quasi decorativa, della nazione distopica: l'ordine, il lusso, la compostezza, l'educazione, la promessa di protezione. Le ragazze cresciute nei piani alti della gerarchia non sono libere, ma per molto tempo possono scambiare la propria prigionia per privilegio. Ed è in questa ambiguità che la serie trova la sua vena più inquietante, perché mostra come il potere patriarcale funzioni al meglio quando riesce a presentarsi come cura. Il risultato è una distopia meno scioccante e più avvolgente.

Il collegio di Zia Lydia è la forma visibile di questo progetto politico: ogni gesto quotidiano, ogni colore e rituale, produce un'idea del femminile come substrato disciplinato. La serie mette in scena un mondo in cui le ragazze imparano a controllarsi ancor prima che qualcuno le punisca; da ciò la poca necessità di mostrare la brutalità del regime: basta osservare come si siedono, come si toccano, come abbassano gli occhi, per comprendere il luogo in cui il potere agisce. È un luogo che già abbiamo notato nella serie madre, ma che vedevamo perché martoriato dalle bastonate di Lydia, delle altre zie e dei guardiani: il corpo, qui per la prima volta integro, sodo, apparentemente illeso.

Scenografia, regia e fotografia contribuiscono a rendere questo effetto abbassando fortemente i toni (più morbidi), i tessuti (più chiari), i colori (più codificati per età e funzione), i quali costruiscono un universo quasi ovattato, dove il dominio non ha bisogno di sporcarsi per risultare feroce. Raccontando dall'esterno verso l'interno, con un andamento uguale e opposto alla serie madre, The Testaments suggerisce che il regime organizza i corpi per possederli: l'apparenza e l'estetica diventano strumenti di governo e, similmente, la regia compone rigorosamente quadri e simmetrie che producono una sensazione di disciplinamento visivo, in grado di rispecchiare quello psicologico.

Questa precisione viene, però, continuamente incrinata dai volti: innanzitutto quello di Agnes, una "non ribelle", il cui risveglio, proprio per questo, sarà maggiormente rilevante. Il suo percorso passa da minime dissonanze e piccoli sbandamenti interiori che inizialmente non sa neppure nominare e che, come nel libro, obbligano a prendere sul serio il potere dell'indottrinamento. Daisy, al contrario, introduce attrito attraverso la verosimiglianza (fisica e narrativa) con June Osborne (Elisabeth Moss), protagonista della serie madre: è lei - forte di un'educazione libera ed estranea al totalitarismo - che porta nel racconto una coscienza non pacifica, ma non per questo risolutiva. Difatti, non sarà lei a dispensare lucidità dall'alto; servirà piuttosto a mostrare che anche chi arriva da fuori, una volta immerso in quel sistema, non resta intatto.

The Testaments mette così in tensione queste due traiettorie, facendo emergere tra loro non una contrapposizione schematica, ma una contaminazione reciproca, e soprattutto avvolgendole coralmente con le altre ragazze, che impediscono al racconto di ridursi a una dicotomia prospettica. Amicizie, rivalità, pettegolezzi, gelosie, piccoli slanci di lealtà, rendono la serie sorprendentemente vicina a un teen drama, salvo poi ricordare in ogni momento che, qui, tutte le dinamiche affettive e arcinote del genere sono deformate dal controllo. È una scelta molto riuscita, perché consente di leggere Gilead come un ambiente che penetra nelle relazioni più intime e, soprattutto, in ciò che conosciamo.

Da ciò anche la capacità di ri-fidelizzare i fan: ritornano elementi noti che non appartengono solo alla serie madre, ma anche a generi noti (appunto i tropi del dramma giovanile), che vengono variati, spostati di segno e fatti collidere con la sommessa realtà distopica. L'amicizia è forse il fulcro che maggiormente lega i due prodotti seriali, qui in grado di emergere come gesto politico, l'unico in grado di creare uno spazio di fiducia con qualcuno al di fuori della funzione assegnata, in un mondo fondato sulla delazione e sulla separazione.

Figura consunta, opaca, attraversata da stanchezza e da ambivalenze, Zia Lydia è inscritta dentro una macchina che lei stessa contribuisce a far funzionare. Resa illeggibile, seppur dopo l'elevata crudeltà mostrata nella serie originale, rimane complessa e soprattutto capace di dare struttura a una narrazione avvolgente. Quando la stratificazione delle tre protagoniste si allarga all'intero cast, The Testaments trova una vibrazione autonoma rispetto a The Handmaid's Tale, risultando infine meno centrata sull'escalation del trauma e più sulla corrosione lenta della fede nel sistema.

L'aspetto più notevole della serie sta nel trasformare "Il racconto dell'ancella" in una teoria politica del corpo femminile: raccontando un mondo che definisce la crescita stessa come un atto di appropriazione, dal ciclo mestruale alla costante commerciabilità sociale del corpo femminile, la serie collega la distopia originaria a un'esperienza riconoscibile nella nostra realtà sociale, quotidiana. Gilead non è più metafora del presente - ormai fin troppo distopico, al punto da minare l'efficacia delle ultime stagioni di The Handmaid's Tale. In The Testaments, Gilead è una lente attraverso cui osservare il momento esatto in cui una ragazza capisce che la società ha già deciso cosa fare di lei, la zona precisa in cui il patriarcato agisce la sua violenza: quel corpo femminile che, attraverso l'educazione dei desideri e la pedagogia della vergogna, viene usato come arma di dissociazione, trasformando le donne in immagini di sé stesse.

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