| Anno | 2025 |
| Genere | Documentario |
| Produzione | Italia |
| Durata | 85 minuti |
| Regia di | Tomaso Pessina |
| Attori | Pupi Avati . |
| MYmonetro | Valutazione: 3,00 Stelle, sulla base di 2 recensioni. |
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Ultimo aggiornamento venerdì 5 settembre 2025
Un film documentario che esplora la magia del cinema attraverso molteplici sguardi. In Italia al Box Office L'incanto ha incassato 184 .
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CONSIGLIATO SÌ
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Il cinema Odeon di Milano ha chiuso i battenti per diventare un centro commerciale per upper class. È stato per anni, nella sua sala principale, uno dei locali anche architettonicamente più interessanti dell'intero circuito cinematografico milanese. Proprio da questa sala inizia la narrazione di Pupi Avati sui propri film e sulla sua idea di cinema.
Tomaso Pessina, che di Avati è stato assistente alla regia ed è nipote, ci offre un'interessante riflessione sul cinema di un autore nonché sulla magia della settima arte.
Una sala cinematografica vicina a morire e un regista che a quella stessa sala ha più volte dato vita riempiendola di spettatori pronti a godere di una vasta gamma di emozioni. Il regista è Pupi Avati che non ha smesso di offrire le occasioni di cui sopra e che ora (si potrebbe dire finalmente) ha ricevuto il meritatissimo David di Donatello alla carriera in una serata indimenticabile anche per quanto ha avuto la forza di affermare. La post produzione del film è stata chiusa prima e pertanto quest'ultima cerimonia non c'è. C'è però lo spirito indomito e inarrivabilmente affabulatorio di un uomo di cinema (senza piani B come spiega nel film) che inizia a raccontarsi in una sala che non è stata scelta a caso.
Fu infatti progettata dal bisnonno ed è quindi un luogo in cui si respira aria di famiglia. Quella famiglia così spesso indagata dai suoi film nelle sue luci e nelle sue ombre che spesso si avvalevano di reminiscenze autobiografiche (a partire da Storia di ragazzi e di ragazze citato con la sequenza in cui si illustrano le portate del pranzo che sancisce l'incontro delle famiglie dei due futuri sposi). Si compie così un viaggio nella memoria che, come sempre accade nel suo cinema, passa da individuale a collettiva non rinunciando mai a un punto di vista teso a non esaltare i bad guys ma semmai a leggerne le motivazioni. Pessina incontra, tra gli altri, anche il fratello Antonio nonché il pluridecennale aiuto regista e direttore della fotografia Bastelli con i quali legge il suo fare cinema da diverse angolazioni, non escluso il prestigioso versante horror. Ne esce il ritratto di un uomo che, partendo da venditore di surgelati, ha offerto il calore della propria umanità e passione per il cinema ad ogni sua opera. Dalle più riuscite a quelle con minore presa sul pubblico. Tutte però animate dalla ricerca di quell'incanto che avvolse lui e gli amici dopo la visione di un film che per titolo aveva un numero: 8 ½. Da quella visione non è nata una carriera (definizione banale). È nata una necessità di comunicare emozioni e riflessioni sul tempo, sul suo scorrere e su come l'animo umano cerchi di trovare, nel suo fluire, una propria consistenza.
L'Odeon chiude. Non un cinema qualsiasi, ma un tempio laico nel cuore di Milano, inaugurato nel 1929, sventrato ora per far posto all'ennesima galleria commerciale. E allora Tomaso Pessina parte da lì, da una serranda che si abbassa, per tentare un movimento opposto: sollevare la memoria. Riaprire il cinema, non quello delle sale ma quello interiore.