| Anno | 2023 |
| Genere | Drammatico |
| Produzione | Austria, Italia |
| Durata | 75 minuti |
| Regia di | Edgar Honetschläger |
| Attori | Anna Teresa Rossini, Elena Moschoni, Giancarlo Camurani . |
| MYmonetro | Valutazione: 2,50 Stelle, sulla base di 1 recensione. |
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Ultimo aggiornamento venerdì 12 maggio 2023
Un film onorico e surreale in cui si riflette su temi attuali.
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CONSIGLIATO NÌ
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Confuso e allucinato viaggio nella psiche di esseri umani, animali e perfino piante, che si propone di analizzare il complesso rapporto tra uomo e natura al giorno d'oggi. Vari narratori si alternano in un mosaico dissonante e anti-narrativo che riflette la complessità di un pianeta straziato dal progresso.
Un ipnotico e immaginifico viaggio che cerca di incantarci con le sue profonde riflessioni sull'uomo e sulla natura, ma che si perde dei meandri del suo ermetismo.
Edgar Honetschläger fa confluire in questa sua ultima fatica tutti i capisaldi della sua poetica, tutti quei temi che hanno costellato una produzione ormai più che ventennale contraddistinta da un cosmopolitismo e da una versatilità del tutto fuori dal comune. Non può mancare dunque ne Le formiche di Mida la sua consueta carica anticapitalistica, che, dopo progetti come Chicken Suit, una linea di abbigliamento per polli, trova espressione in altre forme e altre modalità. Honetschläger, infatti, abbandona per un momento la sua consueta attitudine ribelle e rivoluzionaria per fare posto a una certa mestizia nostalgica: attraverso un citazionismo esasperato tutto imperniato sulla classicità, il regista austriaco rimpiange l'età dell'oro dell'uomo: quella in cui la società non era ancora nata. Barcamenandosi dunque tra un mal d'Arcadia degno di Sannazzaro e il mito del buon selvaggio di Rousseau, Honetschläger ci restituisce un'opera in apparenza assurda e simbolica, ma che cela in realtà una profonda amarezza di fondo verso lo stato del nostro sistema. Non si può però negare che lo stile dialogico, che sembra una versione più pedante de Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza, unito alla sovrabbondanza nel citazionismo, porta la pellicola a raggiungere un grado di inintelligibilità che certamente pesa sull'esperienza visiva. Inoltre, per quanto le immagini facciano meravigliosamente da cornice alle riflessioni in campo, detengono anche per certi versi, quasi al pari dei contenuti, un alto coefficiente di incomprensibilità, a causa di un simbolismo intrinseco sovrabbondante e per cui non possediamo alcuna chiave di lettura per giunta.
Come si anticipava in precedenza unico vero elemento di coerenza e fil rouge del film è proprio il riferimento al mondo classico. Centrale è a questo proposito la figura dell'asino, a cui è deputato il ruolo di narratore e che sembra richiamare da una parte l'asino d'oro di apuleiana memoria e dall'altra l'Eo di Skolimowski, a sua volta ripreso dal Balthazar di Bresson. Attraverso le parole di questo saggio equino verremo a conoscenza di tutte le leggende fondanti per l'immaginario di Honetschläger. Come si è già detto in precedenza tutta questa arte allusiva rinforza il senso di rifiuto verso il mondo odierno e ipotizza l'esistenza di un portale (evocato anche visivamente) che ci trasporti magicamente nell'età dell'oro esiodea. Bisogna però ammettere che questo meraviglioso viaggio allucinatorio ed evocativo pecca, da una parte, di esagerato idealismo e, dall'altra, di prospettiva storica e realistica. I greci stessi lo sapevano fin troppo bene: non c'è stata epoca, nella storia umana, in cui i contemporanei non fossero convinti di essersi ormai lasciati l'età dell'oro alle spalle.
Un ipnotico e immaginifico viaggio che cerca di incantarci con le sue profonde riflessioni sull’uomo e sulla natura, ma che si perde dei meandri del suo ermetismo. Edgar Honetschläger fa confluire in questa sua ultima fatica tutti i capisaldi della sua poetica, tutti quei temi che hanno costellato una produzione ormai più che ventennale contraddistinta da un cosmopolitismo e da una versatilità del tutto fuori dal comune. Il regista abbandona per un momento la sua consueta attitudine ribelle e rivoluzionaria per fare posto a una certa mestizia nostalgica: attraverso un citazionismo esasperato tutto imperniato sulla classicità, il regista austriaco rimpiange l’età dell’oro dell’uomo: quella in cui la società non era ancora nata.
Questo meraviglioso viaggio allucinatorio ed evocativo pecca, da una parte, di esagerato idealismo e, dall’altra, di prospettiva storica e realistica. I greci stessi lo sapevano fin troppo bene: non c’è stata epoca, nella storia umana, in cui i contemporanei non fossero convinti di essersi ormai lasciati l’età dell’oro alle spalle.