| Titolo originale | Madame Claude |
| Anno | 2021 |
| Genere | Biografico |
| Produzione | Francia |
| Durata | 112 minuti |
| Regia di | Sylvie Verheyde |
| Attori | Karole Rocher, Roschdy Zem, Garance Marillier, Pierre Deladonchamps, Annabelle Belmondo Hafsia Herzi, Joséphine de La Baume, Mylène Jampanoï, Lucile Jaillant, Liah O'Prey. |
| MYmonetro | 2,28 su 11 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento domenica 4 aprile 2021
Biopic dedicato a Madame Claude, a capo di una rete francese di ragazze squillo negli Anni Sessanta.
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CONSIGLIATO NÌ
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Parigi, 1968. Fernande Grudet, per tutti Madame Claude, regna sovrana su un esercito di trecento fanciulle che recluta, forma al mestiere e prostituisce a tariffe accessibili soltanto a uomini facoltosi, colti ma non esenti da perversioni. Più di qualsiasi altra cosa, Madame Claude ama il denaro. È abituata al lusso e alle richieste eccentriche dei suoi clienti, che spesso si spingono al di là dei confini del lecito. Sono uomini senza volto ma dal portafoglio esagerato per pagare capricci e fantasie. Dietro di loro lasciano ragazze sfigurate, o coperte di lividi, e una borsa di banconote, il prezzo del loro martirio. Nata proletaria e provinciale, Fernande Grudet si sogna borghese e parigina, abbandonando la figlia e tentando con successo la scalata sociale. Ma l'affaire Marković, una sordida storia criminale che allestisce un complotto politico destinato a coinvolgere anche il futuro presidente Georges Pompidou, sconvolgerà il suo commercio fino alla caduta (per frode fiscale), al carcere e ritorno. Il ritorno a una vita dimessa a Nizza, dove finirà i suoi giorni da sola.
Non è la prima volta che il cinema francese prova a fare un 'ritratto' di "Madame Claude", mère maquerelle (pappona) della V Repubblica, senza afferrare veramente mai la complessità del suo personaggio. Dopo quello glamour di Just Jaeckin (Madame Claude, 1977), è la volta di Sylvie Verheyde che la coglie in piena ascensione alla fine degli anni Sessanta.
Figura realmente esistita che qualsiasi sceneggiatore avrebbe amato immaginare, Fernande Grudet ha vissuto una vita avventurosa che fotografa un'epoca: la Francia dei Trente Glorieuses, della crescita economica, del sesso prima della liberazione, dei papponi arricchiti e dei criminali in giacca e cravatta. Un mondo di uomini dove le donne non avevano voce in capitolo. Se il percorso di Madame Claude affascina tanto è perché racconta proprio l'evoluzione di una società in fermento.
Nata nel luglio del 1923 da una famiglia povera, suo padre vendeva panini in un chiosco davanti alla stazione, Fernande Grudet, il suo vero nome, aveva compreso tutto della sua epoca e dei suoi bisogni. Affatto dotata per l'economia domestica, era di contro una grande affabulatrice, che si inventò un'infanzia borghese, un padre industriale, un'educazione 'religiosa', un passato da resistente e una deportazione a Ravensbrück. Sbarcata a Parigi, aveva reso il vizio joli, come amava ripetere, ma dietro le fantasie dei clienti, dentro le suite dei grand hotel o nelle anticamere eleganti di appartamenti e ville, la realtà era decisamente più prosaica.
Aveva eretto la menzogna ad arte, sapendo quanto gli uomini amassero cullarsi nelle illusioni. Per loro e per fargli dimenticare di fare sesso con una puttana, inventa l'erotismo d'élite e la "call-girl", emancipando la prostituzione dai bassifondi e rispondendo ai bisogni (e ai fantasmi) di una clientela agiata che vuole divertirsi con discrezione: uomini d'affari, politici, alti funzionari, star del cinema, capi di Stato.
L'onesto biopic di Sylvie Verheyde la dipinge dura e intrattabile ma qualche volta cede alla tentazione dell'icona femminista, una donna che marca il suo territorio e afferma la sua indipendenza in un mondo di uomini che le piace dominare con la carota e col bastone. Non è certo più tenera con le filles, Madame Claude, che sovente umilia o dà in pasto agli orchi per una borsa di franchi.
La regista fa i compiti, si documenta rigorosamente e ricostruisce le tappe salienti della sua ascesa, incarnandola come una pioniera, una donna potente in anticipo sui tempi. Forse per cavalcare i nostri, nella speranza recondita di farne la figura di un'emancipazione femminile e di rendere simpatico un personaggio che non lo è affatto. Ma non chiedeva tanto Fernande, sognava soprattutto di prendere il potere e 'fotterlo' dall'interno, di fare fortuna, costi quel che costi. E aveva ragione, non proviamo mai empatia per lei, che passa da un'emozione all'altra, da una qualità a un difetto senza farsi sentire, farci sentire, condannata irrimediabilmente dall'acconciatura posticcia del suo doppio che fin dal principio rende impossibile qualsiasi sospensione dell'incredulità.
Karole Rocher, da sempre al centro del cinema di Sylvie Verheyde, fa quello che può contro una messa in scena che la spoglia di ogni mistero, contro uno script che non si attarda mai sulle ragioni della sua eroina né su quelle delle altre, risolte tutte col personaggio secondario di Garance Marillier. Nessuna chiave ci è fornita per leggere il destino fuori norma di questo mostro solitario, che odiava gli uomini e non manifestava nessuna tenerezza per le donne.
Di biopic ne abbiamo visti e continuiamo a vederne, così pure di gangster movie. Poiché Madame Claude di Sylvie Verheyde è un po' tutte e due è necessario domandarsi quali siano le caratteristiche per un film diretto da una donna, che racconta l'ascesa e la caduta di Fernand Grudet, detta Madame Claude, personaggio realmente esistito, che ha lucrato nel giro del malaffare della prostituzione con inevitabili [...] Vai alla recensione »