| Titolo originale | Baby Gang |
| Anno | 2019 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Italia |
| Durata | 85 minuti |
| Regia di | Stefano Calvagna |
| Attori | Daniele Lelli, Raffaele Sola, Gianluca Barone, Francesco Lisandrelli, Gianmarco Malizia Claudio Vanni, Andrea Autullo, Stefano Calvagna, Domiziana Mocci, Chiara De Angelis, Giulia Sauro, Sabrina Sotiryiadi, Federico Baldini, Veronica Graf. |
| Uscita | mercoledì 17 luglio 2019 |
| Tag | Da vedere 2019 |
| Distribuzione | Lake Film |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 2,84 su 6 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 24 luglio 2019
Cinque ragazzi iniziano a delinquere per guadagnare soldi, coinvolgendo anche delle amiche sedicenni. In Italia al Box Office Baby Gang ha incassato nelle prime 9 settimane di programmazione 4,3 mila euro e 2,2 mila euro nel primo weekend.
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CONSIGLIATO SÌ
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Giorgio e Marco sono teenager e amici fraterni. Entrambi fanno parte di una baby gang, ovvero un gruppo di ragazzi dediti alla piccola delinquenza quotidiana: furti, rapine, spaccio, botte ai tifosi delle squadre opposte, consumo dissennato di alcool e droghe, e in generale tutti quelli che a Roma vengono definiti “impicci”. La gang di Giorgio e Marco decide di allargare il proprio raggio d’azione alla baby prostituzione, “avviando” le amiche coetanee e inventandosi loro protettori, così come alla clonazione delle carte di credito, approfittando del fatto che Giorgio lavora come cameriere in una trattoria. Completa il quadro l’acquisto di quei “ferri” che rendono ancora più pericoloso l’operato dei baby gangster, e servono a derubare i clienti delle baby prostitute.
La periferia di Roma fa da sfondo a queste discutibili “gesta”, e l’assenza visibile di un tessuto sociale o famigliare (i padri sono quasi sempre assenti, prevalentemente perché “al gabbio”), di concerto con il degrado urbano, crea un habitat mefitico per la generazione dei figli perduti. E segna invariabilmente il loro destino.
La storia di Baby Gang inizia con la conversazione fra uno psichiatra e Giorgio, rinchiuso in riformatorio dopo l’ultima prodezza, per poi ripercorrere a ritroso l’escalation di crimine e violenza nella vita del gruppo di amici. Stefano Calvagna (che nel film si ritaglia il ruolo dello psichiatra, di cui apprenderemo nel finale le debolezze personali) tratta la materia con la consueta crudezza, proseguendo la pratica di quel cinema “sporco” che racconta il ventre molle della Capitale. L’intento è dichiaratamente pasoliniano, e l’utilizzo di non-attori presi dalla strada e chiamati a “recitare senza copione” (anche se molti scambi di battute sono evidentemente orchestrati a tavolino) lavora a costruire una fotografia dell’esistente, togliendolo dalle pagine della cronaca (nera) e portandolo nel campo dell’elaborazione narrativa. Il risultato è misto: nonostante la riconoscibilità dei caratteri e del loro modo autentico di esprimersi molte delle dinamiche risultano ancora imbevute nella finzione.
Quel che invece appare fin troppo credibile sono i meccanismi del crimine di strada, che finiscono per far sembrare Baby Gang un manuale di istruzioni per il piccolo malfattore: non basta sottolineare che queste gang sono destinate ad una brutta fine per vanificare l’esempio concreto di come perpetrare una serie di nefandezze urbane, e il dettaglio di quanto queste nefandezze possano fruttare in “soldi veri”. Baby Gang rientra in quel filone cinematografico contemporaneo che racconta la delinquenza giovanile – prevalentemente romana o napoletana – come un percorso autodistruttivo ma dotato di un fascino guascone che su un ragazzo di strada (vero) può accendere entusiasmi e il desiderio di “provacce”. Il vantaggio del film di Calvagna, contrariamente ad altri esempi recenti, è la mancanza di un'estetizzazione formale: la rappresentazione della baby gang rimane grezza e brutale, e conserva quella genuina sgradevolezza che può funzionare come fattore di deterrenza. Ma la sequenza finale, sulle note di “Tutto il resto è noia”, contraddice lo sforzo di non glorificare le prodezze di questi ragazzi perduti e aumenta il rischio emulazione dell’intera operazione.
Calvagna come suo genere prende personaggi dalla strada ma è molto lontano dal neorealismo pasoliniano . Il film le battute ormai sui filoni ormai triti e copiati di gomorra e della periferia romana è appena un po sopra di un cortometraggio per youtube
Cinema e pistole: matrimonio perfetto, fin dalle origini. Calvagna, artigiano del noir di borgata, lo sa bene e ce lo ricorda ogni anno. Ma Baby Gang porta con sé una novità rispetto ai titoli precedenti. La scelta di girare con attori non professionisti e senza un copione conferisce il giusto grado di ingenuità a un racconto fatto di volti e dialetto, spontaneo come solo il gergo dei coatti sa essere. [...] Vai alla recensione »