Due sotto il burqa

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Un film di Sou Abadi. Con Félix Moati, Camélia Jordana, William Lebghil, Anne Alvaro, Carl Malapa.
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Titolo originale Cherchez la Femme!. Commedia, Ratings: Kids+13, durata 88 min. - Francia 2017. - I Wonder Pictures uscita mercoledì 6 dicembre 2017. MYMONETRO Due sotto il burqa * * * - - valutazione media: 3,18 su 15 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Può esistere un umorismo islamico? Valutazione 4 stelle su cinque

di francesca meneghetti


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martedì 12 dicembre 2017

Il titolo italiano sembra alludere a scene di sesso sotto un burqa (il che, per l’amor del vero, succede una volta), ma fa perdere il senso più autentico di “Cherchez la femme!” reso proverbiale da Alessandro Dumas (espressione per altro abbastanza nota anche nella lingua italiana): cercate la donna, è sempre lei la responsabile dietro un guaio. Pensiero che potrebbe essere condiviso dal fondamentalismo islamico,  preso di mira nel film, sempre pronto a colpevolizzare una creatura che sembra emanare da Satana più che da Dio. Ma in questo caso il titolo si carica di un’umoristica ambiguità, perché la donna che si cela sotto il burqa è un’autentica sorpresa.
Il film affronta tematiche molto attuali, pur senza imboccare decisamente la strada dell’impegno civile (anzi, una certa esitazione tra questo e la soluzione consolatoria della commedia a lieto fine potrebbe essere un limite dell’opera). Che cosa avviene quando in una piccola famiglia parigina, formata da due orfani di origine islamica, pienamente inseriti nella cultura occidentale, rientra il fratello maggiore, dallo Yemen, inaspettatamente convertito alla causa dell’integralismo più fanatico? La cronaca ci racconta situazioni drammatiche che scaturiscono dal conflitto di valori diversi. Il film sembra prendere inizialmente questa piega, con Mahmoud  che strappa il manifesto del film La dolce vita appeso alla parete per sostituirlo con il ritratto del capo dei Fratelli musulmani e impone le sue regole e i suoi divieti ai fratelli, un ragazzo ancora imberbe e Leila, brillante studentessa di scienze politiche in procinto di partire per l’ONU. Ma è appunto Leila ad adottare una forma di tenace resilienza, senza paura, a smontare con l’ironia i gesti violenti di Mahmoud: imperdibile la battuta che impietrisce il fratello, mentre sta per inghiottire rabbiosamente la scheda Sim che le ha strappato dal cellulare.
Riuscirà Leila a partire per gli States assieme ad Armand, il suo amore, figlio di genitori iraniani molto impegnati nelle cause sociali, lei femminista, lui comunista?  (tra parentesi, una storia nella storia, con splendida interpretazione di entramni) Il genere comico aiuta a prevedere il lieto fine, ma l’originalità di una commedia sta nel percorso, costellato di soluzioni che sono tipiche del format: lo scambio di persona, il travestimento, gli equivoci. Soluzioni che troviamo da Terenzio a Shakespeare (anche nel film Shakespeare in love).
E’ un percorso costellato di battute di spirito piccanti, che lo potrebbero configurare come  un’operazione politicamente scorretta se provenisse da una regia occidentale, tanto che potrebbe essere tacciato di fare della satira anti-islamica, sulla scia di Charlie Hebdo, e che in Francia è costata molto… Ci sorprende però il fatto che l’autrice è una donna iraniana, Sou Abadi, che viene da un’esperienza documentaristica sul suo paese d’origine. La stessa ha dichiarato che il bersaglio polemico del film è il fondamentalismo, non l’islam. Se, come scriveva sull’Avvenire Alessandro Zaccuri,  “il fondamentalismo sta cercando di imporre l’idea per cui tutto è proibito, tranne ciò che è permesso” il film cerca di avvalorare con leggerezza e ironia l’idea, basata sul Corano, ma anche sulla letteratura araba, che, “semmai, è vero il contrario: tutto è permesso, tranne ciò che è proibito”.  Assieme alla tolleranza e all’umanità.
Allora il film mette a fuoco una questione che è ancora inedita: esiste un umorismo islamico paragonabile a quello ebraico, o anche a quello “occidentale”? Un umorismo, cioè, che porta all’autoironia, che sa mettere a fuoco i propri difetti? Il senso comune porterebbe a negarlo. Ma studiosi come l’islamista dell’Università Cattolica,  Paolo Branca, sostengono che bisogna  accantonare  lo stereotipo di un islam refrattario all’umorismo.  Lo dimostrerebbe anche la satira verso l’Isis diffusa da testate giornalistiche musulmane moderate.
Certo non è pensabile che il film riesca a fare breccia nel cuore dei  veri  fondamentalisti come la misteriosa  Sheherazade fa nel cuore di Mahmoud, convertendolo alla grazia, alla dolcezza, alla moderazione. Ma sarebbe bello poter dire con sicurezza, verso l’Isis e i fanatismi paralleli  “La fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà!” 

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