Pasolini

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Un film di Abel Ferrara. Con Willem Dafoe, Ninetto Davoli, Riccardo Scamarcio, Valerio Mastandrea, Adriana Asti.
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Biografico, durata 86 min. - Belgio, Italia, Francia 2014. - Europictures uscita giovedė 25 settembre 2014. MYMONETRO Pasolini * * 1/2 - - valutazione media: 2,78 su 41 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

il grande profeta Valutazione 4 stelle su cinque

di pepito1948


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lunedė 6 ottobre 2014

Esclusa la via del biopic, come fare a sintetizzare filmicamente e dare un senso ed un’anima all’immenso mondo di Pasolini e tutto ciò che fu, poeta, scrittore, autore e regista cinematografico, articolista, profeta (a sua insaputa) e tante altre cose, riassumibili in una sola definizione: pensatore? Personalità multiforme, multitonale e multi-tutto, e anche per tendenza anti-tutto, Pasolini non è inquadrabile in uno schema strutturato, omogeneo, né a lui sarebbe piaciuto essere considerato tale. La ricchezza di Pasolini non riempiva vuoti e pause, erano questi che fuggivano dalla sua vita. La sua coerenza camaleontica era connotata da un modo  di essere, di vivere che si esprimeva in un estremismo a tutto campo che faceva uso di ogni strumento di comunicazione utilizzabile, anche quelli più comunemente usati ed abusati come la TV, l’intervista, o le forme più libere e nobili del pensiero come le arti. La violenza di cui era quotidianamente oggetto, violenza centripeta che proveniva a raggiera da tutte le parti, veniva da lui rintuzzata con il pugnale o la spada, la fredda pacatezza della sua superiorità intellettuale, l’ironia. Ma Pasolini conosceva anche l’intima vibrazione della dolcezza, dell’amore, del sesso, dell’amicizia, del piacere di giocare a pallone in periferia con i “suoi” ragazzi o di stare da solo con i suoi libri o volteggiare tra le sue riflessioni che, una volta esternate, lasciavano una scia incancellabile.
Tutto questo nelle mani di un autore “normale” scadrebbe nella banalità, nella biografia o agiografia santificante  magari accurata ma secondo schemi precostituiti. Abel Ferrara, regista americano mai hollywoodiano (quantomeno nello spirito), nato e vissuto nel Bronx, grande conoscitore della violenza delle dinamiche sociali e del potere, non ha resisitito alla tentazione di immedesimarsi in un uomo allora scomodo per tutti ma a lui molto vicino e  suo dichiarato maestro, di entrare nel suo mondo sempre più declinante verso un pessimismo cosmico, dove gli uomini seguono come marionette il triplice imperativo: avere, possedere, distruggere. E di questo uomo e di questo mondo esprime l’essenza più significativa facendoli esplodere come un big bang in una sola frazione del tempo vitale, cioè l’ultimo giorno di vita contiguo al suo estremo opposto, la morte, una morte violenta, quasi teatrale nella sua tragicità o forse brutale ineluttabilità.
In una sequenza apparentemente disordinata si alternano gli affetti, con l’adorata (ed adorante) madre, con i parenti stretti, con l’amica Laura Betti sempre sopra le righe, con un Ninetto Davoli nel racconto mentre ascolta e guarda con la famiglia e con rapita attenzione il maestro che gli parla di un suo film in gestazione (l’incompiuto Porno-Teo-Kolossal), un Davoli dirottato in carne ed ossa come interprete del Re Magio Epifanio protagonista dello stesso film. Il pensiero socio-filosofico è sostanzialmente affidato all’intervista con Furio Colombo “Siamo tutti in pericolo”, un grido disperato di allarme per l’umanità  che sembra profetizzare la propria tragica fine avvenuta dopo qualche ora dall’incontro con il giornalista (“"Ecco il seme, il senso di tutto. Tu non sai neanche chi adesso sta pensando di ucciderti. Metti questo titolo, se vuoi: "Perché siamo tutti in pericolo""). C’ poi il Pasolini visionario, favolista, picaresco, tragico che si esprime nella metafora di Epifanio e il servitore Nunzio (quasi D. Chisciotte e S. Panza) che, attraverso un viaggio guidato da una cometa (l’ideologia) e passando attraverso quattro città simboliche, perseguono un fine che non ha fine, ma, nella delusione, acquisiscono una maggiore conoscenza della realtà del mondo, in attesa di qualcosa che forse accadrà. C’è ancora la sessualità di Pasolini, decisa, ossessiva, mai vissuta nel dubbio o nel buio viscerale di una colpa addossatagli vigliaccamente da una società reazionaria ed omofoba. C’è una morte orrenda, in cui il corpo di Pasolini, quel corpo pieno di vitalità, di inarrestabile dinamismo e semplice eleganza, viene maciullato dalla violenza barbara di alcuni balordi e costretto a stemperarsi come ultima ingiuria nello squallore fangoso del degrado ambientale dell’Idroscalo.
Ferrara non ci racconta la vita di Pasolini, ma attraverso una sintesi originale di frammenti, atti e fatti, ci dà un’idea piuttosto aderente alla realtà della sua complessità psicologica, emotiva, intellettiva, intuitiva e della sua sferzante grandezza in un mondo troppo piccolo e grezzo per capirne tutta la capacità di analisi e la dimensione profetica. E lo fa mantenendo un amorevole distacco dal personaggio, quasi con il riverenziale rispetto del discepolo che tuttavia non esita a mettere in luce qualche ombra per rimarcarne la contraddittorietà, quindi la profonda umanità, di un genio che storicamente sarà prima tollerato, poi “perdonato”, quindi esaltato solo anni dopo la sua morte. Avvenuta poco dopo aver vaticinato, tramite Colombo, al mondo: attenti, l’inferno sta salendo verso di voi!

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