Miracolo a Le Havre

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Un film di Aki Kaurismäki. Con André Wilms, Kati Outinen, Jean-Pierre Darroussin, Blondin Miguel, Elina Salo.
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Titolo originale Le Havre. Commedia, durata 93 min. - Finlandia, Francia, Germania 2011. - Bim Distribuzione uscita venerdì 25 novembre 2011. MYMONETRO Miracolo a Le Havre * * * * - valutazione media: 4,09 su 75 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Kaurismaki e la poetica dell'emarginazione Valutazione 4 stelle su cinque

di pepito1948


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mercoledì 7 dicembre 2011

Marcel Marx è un ex scrittore che decide per qualche motivo di trasferirsi nella francese Le Havre, dove esercita con dignità il mestiere proletario di lustrascarpe ambulante, che lo mette quotidianamente in contatto con l’umanità più varia; vive in una modesta casa con la moglie Arletty (attenzione ai nomi!) ed il cane Laika, circondato da una rete di solidarietà fatta di “piccoli” uomini e donne (baristi, fornai, ortolani) che danno sempre una mano quando serve, finchè due eventi sconvolgono la sua vita: il contatto occasionale con un giovane profugo clandestino in fuga dalla polizia e l’improvvisa grave malattia dell’amata moglie. Tutt’altro che scoraggiato, egli lotta sui due fronti, aiutando il ragazzo ad espatriare nonostante l’assiduo tallonamento del commissario Monet e sostenendo il percorso doloroso di Arletty, cui il dott. Becker non ha lasciato speranza, salvo un molto improbabile miracolo. Alla fine la grinta e la fiduciosa pervicacia di Marcel la spunteranno alla grande, e il miracolo si avvera; la sua vita, e quella di coloro che ha contribuito a salvare dal naufragio, potrà ricominciare a fiorire come un ciliegio punteggiato di bianchi boccioli in un’alba di primavera.
Non inganni la semplicità della storia. Aki Kaurismaki è maestro di storie semplici all’apparenza, dietro le quali tuttavia s’intravedono sempre temi sociali fortemente ancorati a quella parte della società che soffre, abbandonata dalla fortuna, sospinta ai margini, perseguitata da guai o vittima di violenze altrui. Ma, a differenza degli autori realisti puri, che descrivono la realtà odierna in modo diretto e partecipato (come Leigh), talvolta rimarcando senza veli la ferocia e le crudeltà ricorrenti a danno dei più deboli (come Loach), Kaurismaki fa parte di quella corrente del neorealismo europeo che usa piccoli racconti per esprimere denunce sociali importanti attraverso uno sguardo distaccato ed astratto, quasi come se l’autore assistesse dalla finestra ad ordinarie scene di vissuto quotidiano, ma concentrando l’attenzione sugli emarginati di tutto il mondo. Le sue storie , anche se ambientate in città o realtà nazionali riconoscibili, potrebbero essere inserite in qualsiasi contesto perché hanno una valenza universale e tutte focalizzate sull’ingiustizia sociale, piaga purulenta di ogni società capitalista occidentale, compresa la sua patria d’origine. Kaurismaki infatti, dopo aver vissuto per alcuni decenni in Finlandia lavorando nel cinema, suonando musica rock con il fratello anche lui cineasta, affogando spesso nell’alcool le frustrazioni verso un mondo che detestava fino alla nausea, ha deciso di abbandonare il suo Paese (ormai “incapace di sopportarne il fetore”) per trasferirsi in Portogallo, ma non ha rinunciato ad improntare il suo cinema ad una costante denuncia delle profonde disuguaglianze che i sistemi sociali più “evoluti” hanno prodotto e continuano a produrre dovunque. E lo fa in punta di piedi, senza alzare la voce, sobriamente, dando al racconto un taglio favolistico e in certi momenti poetico lontano dall’esibizione di situazioni truci o violente (che si presuppongono o avvengono fuori inquadratura) e facendo largo uso dell’ironia per stemperare le tensioni. I personaggi sono abbozzati, proprio perché a forte connotazione simbolica, i dialoghi essenziali alternati a lunghi silenzi che comunicano più delle parole (K. proviene da uno Stato che è tra i primi in Europa quanto a numero di connessioni internet e di telefonini, ed è sede della Nokia, regina dei cellulari), non ci sono campi e controcampi né primi piani, spesso le immagini si dissolvono al nero. Come a chiederci: vedete anche voi quello che (purtroppo) vedo io?     
Miracolo a Le Havre non è propriamente un film sulla migrazione, ma in questo caso l’attenzione tipica dell’autore verso il mondo degli umili ed i bistrattati è concentrata su una figura emblematica su cui oggi si scarica il gretto e razzista perbenismo della borghesia occidentale, ossia il migrante clandestino che fugge per dare un senso alla propria vita (nel caso specifico per ricongiungersi alla madre). Marcel lo aiuta attivando tutte le disponibilità solidaristiche dei suoi amici, ed avvalendosi dell’apporto del poliziotto fuori dal coro che, per non rinunciare alla veste (ed agli obblighi) di “parte avversa”, dà una mano al trasgressore mediante messaggi indiretti, criptati, come a dire che ognuno sta dalla sua parte, ma il senso di umanità può creare temporanee alleanze tra persone di nobile animo pur senza confusione di ruoli.
L’ambientazione nella francese Le Havre non è casuale. Già, perché il film, per le molte citazioni che offre è un omaggio al cinema ed alla cultura francese. I nomi attribuiti ai personaggi ne sono chiaro segnale: il protagonista Marcel (Carnè?), la moglie Arletty (grande attrice del passato), dott. Becker (famoso maestro del noir), commissario Monet (un ossequio alla pittura impressionista). Ma anche Chaplin (antesignano dei grandi artisti anticapitalisti), De Sica e Capra sono nel cuore del regista. Per non parlare del cognome Marx, che la dice lunga sulla predilezione dei temi che coinvolgono i proletari o comunque gli emarginati di tutto il mondo. Non mancano le citazioni autobiografiche: in Little Boy, attempata rockstar ormai fuori dal giro che ritorna ad esibirsi per aiutare il protagonista, sembra rispecchiarsi il Kaurismaki suonatore e amante del rock, che ritroviamo in altri suoi film.
In conclusione una favola dei nostri tempi dove il garbo, la poesia, l’umorismo, la nobiltà salvifica dei sentimenti non nascondono una realtà diffusa spietata verso i più deboli, e nel contempo esalta il valore della solidarietà –unica loro arma di protezione reciproca-  che talvolta è in grado di dare nuova vita a chi sembrava senza speranza di salvezza. Appunto come un ciliegio in fiore in un’alba di primavera.

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