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Molti miracoli a Le Havre

I sogni e la poetica di Kaurismäki. Di Pino Farinotti.
di Pino Farinotti

In foto una scena del film Miracolo a Le Havre di Aki Kaurismäki.
André Wilms (72 anni) 29 aprile 1947, Strasburgo (Francia) - Toro. Interpreta Marcel Marx nel film di Aki Kaurismäki Miracolo a Le Havre.

lunedì 5 dicembre 2011 - Focus

Aki Kaurismäki è un piccolo miracolo del cinema. Con un paradosso felice, virtuoso, perché "piccolo" si coniuga con grande. Perché lui non ha bisogno di 3D, effetti speciali, impatti di horror, animazione, violenza, battute da (pseudo) commedia italiana. Semplicemente gli bastano esseri umani che fanno piccole cose, che con lui diventano grandi cose. Il concetto vale anche per le storie, che da piccole diventano grandi. Appunto. E trasforma l'apparentemente banale in profondità di significati e poetiche. Questa è una lettura generale del cinema del regista finlandese, dalla quale tutto può partire come movimento centrifugo, e intorno alla quale si possono applicare tante definizioni e concetti, come "reale, minimale, verità" ai quali puoi opporre "mistico, surreale, grottesco". E tutto andrebbe bene, tutto sarebbe legittimo e difendibile, ma non arriveresti mai alla comprensione finale. Un po' la vicenda di Achille e la tartaruga, l'avvicina, l'avvicina, e non la raggiunge mai. È la grandezza di Aki Kaurismäki. E poi c'è il tempo. Perfeziono: l'atemporalità. Anche qui la lettura può essere critica&filosofica, perché un'opera vera vale sempre nel tempo. E poi c'è un altro concetto, detto in tutta efficacia e semplicità: il fumo e l'arrosto. In Kaurismäki non c'è fumo, è tutto arrosto. Per rendere più chiaro il concetto serve un modello di riferimento opposto, faccio un titolo attuale, in This Must Be the Place di Sorrentino, c'è tanto fumo, colorato, ma fumo.

Eroe
Kaurismäki riesce a fare di un lustrascarpe un eroe. Marcel, che gira per Le Havre, si guadagna il pane e rincasa accolto dalla moglie Arletty. I due vivono l'uno per l'altra. La povertà è grande, naturalmente. E poi c'è il quartiere, si conoscono tutti, si sostengono, amici sicuri: la proprietaria del caffé, la boulangère, il fruttivendolo. Ci sono gli avventori dei bistrot, col loro bicchiere davanti, che sembrano lì immobili dagli anni Cinquanta, malinconici come il quadro di un pittore del nord: l'atemporalità di cui ho detto sopra, potrebbe essere gente di Renoir, o di Clair. Arletty –chi sa di cinema coglie il significato di quel nome- si ammala, gravemente, viene ricoverata, servirebbe un miracolo, appunto. Poi arriva il ragazzo del Gabon, scampato a un container stipato di immigrati. Il lustrascarpe lo trova e lo accoglie, e con Marcel tutti gli altri sono coinvolti. In barba a un poliziotto che poi si rivelerà diverso da come sembra. Piccolo migrante e autoctoni si capiscono bene, la lingua del Gabon è il francese. Marcel non è un (ex) clochard qualunque, ha letto e ha capito, affronta tutto, ha la cultura adeguata. Kaurismäki penetra benissimo lo spirito francese e naturalmente conosce alla perfezione quel cinema degli anni d'oro. È gradevolmente furbo, con inserti irresistibili, come una Edith Piaf che suggella certe scene col suo incanto parigino. Oppure le amiche di Arletty, che sedute vicino al suo letto in ospedale, le leggono stralci dei racconti di Kafka. Tante belle culture tenute in pugno. Il ragazzo dovrà raggiungere la mamma che lavora in una lavanderia cinese a Londra. Marcel e la comunità si impegnano in quel senso. Occorrono soldi, molti, per attraversare la manica, e il lustrascarpe li trova, organizzando un concerto rock, scovando un vecchio artista, copia sbiaditissima di Johnny Hallyday, che sembra un'opera di pop art. L'autore finlandese da anni ci dà buone notizie, ci fa star meglio. Emerge, con forza, il suo amore per i suoi personaggi, e di riflesso per chi va nelle sale a vederli. Kaurismäki ama la gente. È l'opposto della medaglia di un Von Trier, ottimo talento male impiegato, o di una triste cineasta Cristina Comencini, che devastano, spesso gratuitamente, i propri personaggi e deprimono il pubblico.

Eccezione
Nel cinema contemporaneo il finlandese è una magnifica eccezione. Racconta la vicenda del migrante secondo sentimento e cultura che devono fare testo. Siamo persino troppo abituati a quell'argomento, molti film anche da noi. Ma in Miracolo a Le Havre la chiave è umana ed è potente, si fa accettare, come racconto e come verità. È assente la cifra nostrana, ideologica, militante, deprimente e senza qualità. E rendiamo merito dunque a chi non ha il pudore delle buone novelle e del lieto fine. Che certo non va rivelato, ma che arriverà come doppia sorpresa. Non solo Arletty è evocativa, lo è il titolo rispetto al classico di De Sica dove il miracolo avveniva a Milano, dove i diseredati salivano al cielo. Qui il (quasi) miracolo, rimane sulla terra.
Mi piace omologare la soluzione risolutiva a un altro mitologico finale, che appartiene a uno dei titoli di vertice del cinema di ogni tempo, La grande illusione, di un autore, Jean Renoir, col quale Kaurismäki ha certo grande famigliarità. Anche qui lascio che il nodo, e il ricordo, vengano sciolti da chi frequenta il cinema nobile. Il regista finlandese ignora dunque tutte le regole del tempo e del racconto, e la città portuale dell'alta Normandia, collocata sulla riva della Senna che si allarga nel mare, legittima tutto in quel senso. Non sono solo gli avventori dei bistrot ad essere lì immobili, è quasi tutto il resto, come una Citroen Ds, il famoso ferro da stiro, che gira nel quartiere, eterna. Il tutto sotto la giurisdizione del cielo e del mare del nord, grigi ma pittorici, che rifrangono l'uno nell'altro.

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