La pecora nera

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La DiversitÓ Valutazione 4 stelle su cinque

di gianmarco.diroma


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mercoledý 6 ottobre 2010

Esiste la Diversità di Pier Paolo Pasolini. Esiste quella di Rainer Werner Fassbinder. Esiste quella dei personaggi di Werner Herzog, quella di David Cronenberg (Spider). E tra le molte che ho dimenticato arriva quella di Ascanio Celestini: un'altra Diversità con la D maiuscola. Una Diversità in molti tratti tenera, ma allo stesso tempo capace di battute sulfuree che racchiudono un qualcosa di demoniaco. Una Diversità che prende avvio fin dall'infanzia, all'interno di un quadro familiare disastrato, dove malattia, violenza, prepotenza, ignoranza fanno da padrone. Padri prepotenti e madri assenti. Maschi arroganti e violenti (per non dire assassini) e madri completamente schiacciate. Rimangono le nonne, nate vecchie, cresciute vecchie, rimaste vecchie, diventate vecchie e che moriranno vecchie. Ma che non possono di certo, pur con la loro sincera partecipazione emotiva, salvare il piccolo Nicola da un destino che sembra gli sia già stato cucito addosso. C'è "Chi nel manicomio ci lavora e chi ci è rinchiuso!". Apparentemente sembrerebbe che Nicola sia rimasto legato al manicomio per lavorarvi, per aiutare i malati, per entrare nei loro silenzi, pieni di angosce e vuoti inespressi, per impedire che magari, come "il professore", prendano e vadano a spaccarsi la testa contro un termosifone, così, in un attimo, senza alcun preavviso, rendendo l'orrore ancora più insopportabile. Un orrore che stordisce. Che fa male! 
La pecora nera è un film che fa male perché è proprio un lento rallenty verso quel termosifone. S'inizia con un pizzico di fiducia. Ci si illude che la battuta, la parola di Ascanio Celestini, sia riuscita ad aprire un varco nella pazzia del suo personaggio. Invece più si va avanti nella vicenda, più tutto si sgretola, palesandosi allo spettatore. Nicola non lavora nel manicomio. Nicola è rinchiuso nel manicomio. Nicola sembrerebbe poter vivere un amore. Ma Nicola non è in grado di gestire nessuna passione. Nicola, in qualche modo, sembra essersi fatto carico della sua famiglia. Ma non si è accorto che la sua famiglia era solo un cumulo di macerie. E lui tra quelle macerie ci è rimasto. Ripetendo sempre ed ossessivamente le stesse cose. Le stesse battute. Le stesse parole. Nicola ha sublimato la sua pazzia nella forma di un amico immaginario: ma questo lo ha reso ancora più solo. "Se metti in ordine, poi trovi tutto!". Ma se metti in ordine tra le macerie, cosa trovi? Come ti dovresti comportare? Forse dovresti fuggire. Ma arrivato al 99° cancello ti rendi conto che fuori è come dentro e che allora non ha senso scappare. "Se si toglie il muro, il manicomio finisce!". "Il disordine della mente si cura con l'ordine dell'istituzione!". "Meglio pulirla la merda, che insegnare ai matti a farla nel cesso!". Nessuna redenzione. Nessuna catarsi. Solo il silenzio. Solo sguardi persi nel vuoto. Sembra di vedere la fine de Il corridoio della paura di Samuel Fuller: ma almeno lì la pazzia è il prezzo da pagare per il successo. Qui, a Nicola, nulla è stato concesso, se non di essere rinchiuso tra le 4 mura di un manicomio. Nessuna alternativa. Ci è entrato per un paio di settimane, da piccolo, per "respirare un po' di aria buona", ma ci è rimasto, e quando il suo amico "deficiente" muore sul cancello, quando la suora dice di preparare l'elettroshock per Nicola, allora lì capisci che nel manicomio ci entri ma non ne puoi più uscire. Come una spirale, come le sabbie mobili, il manicomio t'inghiotte, il buio ti avvolge e la paura che ne consegue ti tiene incatenato!

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