| Titolo originale | Ôdishon |
| Anno | 1999 |
| Genere | Horror, |
| Produzione | Giappone, Corea del sud |
| Durata | 111 minuti |
| Regia di | Takashi Miike |
| Attori | Ryo Ishibashi, Eihi Shiina, Tetsu Sawaki, Jun Kunimura, Miyuki Matsuda Toshie Negishi, Ren Ôsugi, Renji Ishibashi, Shigeru Saiki, Ken Mitsuishi, Yuriko Hirooka, Fumiyo Kohinata, Misato Nakamura, Yuuto Arima, Ayaka Izumi. |
| Uscita | lunedì 23 gennaio 2023 |
| Tag | Da vedere 1999 |
| Distribuzione | Wanted |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,52 su 7 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento giovedì 12 gennaio 2023
Takashi Miike, prolifico regista giapponese dalla media di quattro produzioni l'anno, è una mina vagante pronta ad esplodere con violenza pur di comunicare il proprio messaggio. In Italia al Box Office Audition ha incassato 30,3 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Sette anni dopo essere rimasto vedovo, il produttore televisivo Shigeharu Aoyama decide di cercare nuovamente moglie, specie dopo l'insistenza del figlio adolescente Shigeiko. Un'occasione la fornisce l'amico e collega Yoshigawa, che gli propone di indire una finta audizione per cercare nuove attrici per un film che non si realizzerà mai. Un mero pretesto per valutare un po' di candidate come compagna ideale. Aoyama la individua nella giovane Asami, timida e riservata. Anche quando le informazioni del suo curriculum si rivelano totalmente false, Aoyama non rinuncia all'idea di frequentarla pur di conoscerla meglio.
Uscito nel 1999, quando il nome di Takashi Miike non è ancora divenuto sinonimo di culto per nerd cinefili e amanti delle forme estreme di genere, Audition è il film che rivela al mondo occidentale il talento del prolifico regista giapponese.
Pur rappresentando per molti versi un oggetto a sé nella smisurata filmografia di Miike, Audition rimane fondamentale per comprendere il senso del suo cinema e l'evoluzione del cosiddetto J-Horror, che prende forma in quegli anni partendo principalmente dagli spunti di Miike, Hideo Nakata e Kiyoshi Kurosawa.
Se in genere Miike è solito sconvolgere da subito e mettere in chiaro che con lui lo spettatore intraprenderà un viaggio condotto da regole estreme e spesso surreali, il primo segmento di Audition ha l'ingannevole aspetto - e le musiche di Koji Endo assecondano abilmente l'atmosfera - di un mélo nipponico convenzionale, su un padre che si strugge nel ricordo della moglie, un figlio che lo spinge ad aprire un nuovo capitolo nella sua vita e un contesto generale che sfugge alla sua comprensione. Le situazioni in cui incappa Aoyama evocano la medesima riflessione ricorrente sulla solitudine e sull'infelicità che accomunano diverse generazioni del Giappone.
Uno stato di perenne malinconia che alcuni sfogano in un concerto punk e altri nella pornografia. Aoyama sceglierà un dispositivo più socialmente accettabile ma non meno ipocrita: quello di una pantomima di audizione, inscenata per scegliere una potenziale compagna, molto più giovane di lui, remissiva e avvenente. Ossia la perfetta incarnazione del ruolo della donna come inteso e voluto da una società neo-confuciana, che Asami finge di interpretare in una sorta di provino nel provino, indossando un bianco virginale e i panni dimessi della ragazza sola e indifesa. L'ultimo segmento rivelerà la realtà celata sotto la percezione, ma nonostante la deriva thriller e grandguignolesca Miike sembra mettere in scena, in forma estrema, una dualità uomo-donna dai contorni sadomasochistici, costruita sull'inevitabilità della menzogna reciproca. I ruoli di dominante e dominato, attivo e passivo, possono ribaltarsi, ma né l'elemento mascolino né il femminino sono esenti da colpe.
Con lo sguardo retrospettivo, e figlio dello spirito del tempo del secondo decennio del terzo millennio, è inevitabile osservare Audition in chiave femminista e constatare come l'atavico patriarcato della società giapponese e l'adeguamento a uno status quo sottilmente oppressivo non lascino vie di uscita a una ragazza sola. Al di là degli eccessi a cui conduce la visione di Miike, è un fatto che la scena di sesso tra Aoyama e Asami sia disturbante e innaturale almeno quanto le degenerazioni orrorifiche del segmento conclusivo.
Quel che Miike sembra suggerire è che tanto il lato più evidentemente grottesco e cruento che quel che avviene nella "normalità" sotto le lenzuola domestiche sono rovesci della medesima medaglia, volti simmetrici di una società piagata da mali antichi. La sceneggiatura di Daisuke Tengan - figlio del grande regista Shoei Imamura - è tratta da un racconto di Ryu Murakami, non nuovo a tematiche scabrose da un punto di vista sessuale. Ma l'adattamento di Miike, che aggiunge una sfumatura hitchcockiana al personaggio di Aoyama, è libero e originale, come d'abitudine per uno spirito libero, intento, soprattutto negli anni migliori della sua carriera, a reinventare costantemente fonti eterogenee con un linguaggio unico e personale.
Takashi Miike, prolifico regista giapponese dalla media di quattro produzioni l'anno, è una mina vagante pronta ad esplodere con violenza pur di comunicare il proprio messaggio. Adattamento di un romanzo di Murakami Ryu, Audition, spesso indicato come capolavoro dell'autore, non fa eccezione rivelandosi un prodotto particolarmente estremo e di difficile catalogazione.
Un produttore cinematografico rimasto vedovo decide, dopo anni di solitudine, di risposarsi. Un suo collega ed amico organizza un'audizione di casting fittizia dove l'uomo, in principio riluttante, incontra una misteriosa giovane di cui si innamorerà follemente: la scelta sfortunamtamente si rivelerà infelice.
Il tema della solitudine non è che una delle molteplici chiavi di lettura possibili. Se la prima parte del film descrive, in uno sfoggio di coralità compositiva, la recondita tristezza di un uomo, la seconda ci sorprende virando verso un'immersione profonda nel lato più nero dell'animo umano. In questo contesto la situazione del protagonista accostata a quella della sua controparte femminile viene radicalmente ridimensionata: la solitudine qui non è che un elemento caratterizzante di una condizione ben più grave. La vittima diviene carnefice in un ciclo che non trova origine se non nella deviazione pura, dove follia, sadismo e perversione si confondono; il tutto senza bisogno di scomodare fantasmi o demoni.
Grotteschi incisi onirici, al saltare dei piani narrativi, spaziali e temporali, riveleranno l'essenza stessa dell'estremo messaggio. Sequenze deliranti portano all'attezione dello spettatore un orrore forzato e avvolgente al quale non è possibile sottrarsi nemmeno distogliendo lo sguardo: "troppo facile non guardare", sembra ammonire soddisfatto l'autore.
E' un cinema meno visionario di quanto sembri, che costringe a pensare, a cercare un senso, tramite un viaggio iperbolico attraverso realtà malate e terrificanti. Scorre lento, forse troppo, per poi sfociare in un vorticoso finale. I contenuti pesanti, certo non per tutti gli stomaci, rappresentano allo stesso tempo potenza espressiva e limiti di un'opera che fa genere a sé. Riduttivo e superficiale archiviarlo come semplice "horror".
Questo film e’ a mio parere un autentico capolavoro e una vera pietra miliare all’interno del suo genere.Si tratta di un insolito e geniale thriller psicologico,costruito,diretto,montato e recitato con sapiente maestria e capace di costruire lentamente e progressivamente un crescendo di tensione che tiene lo spettatore incollato alla poltrona dal primo all’ultimo minuto:un meccanismo di precisione [...] Vai alla recensione »
L'uscita sul grande schermo, favorita dal nuovo restauro digitale, permette a un film come Audition di affrancarsi finalmente dalle visioni quasi carbonare con cui era finora circolato in Italia - nel dettaglio i passaggi tv e le pur meritorie edizioni DVD della Dolmen Home Video risalenti al 2004/2005. E ci riconsegna, soprattutto, un film di valore assoluto, non ascrivibile soltanto alla logica del [...] Vai alla recensione »