Boatman

Film 1993 | Documentario 56 min.

Anno1993
GenereDocumentario
ProduzioneItalia
Durata56 minuti
Regia diGianfranco Rosi
MYmonetro Valutazione: 3,00 Stelle, sulla base di 1 recensione.

Regia di Gianfranco Rosi. Un film Genere Documentario - Italia, 1993, durata 56 minuti. Valutazione: 3,00 Stelle, sulla base di 1 recensione.

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Percorrendo il Gange in barca, Gianfranco Rosi documenta i riti funebri degli indiani e le tradizioni di una cultura impregnata sulla religione.

Consigliato assolutamente no!
n.d.
MYMOVIES 3,00
CRITICA N.D.
PUBBLICO N.D.
CONSIGLIATO SÌ
Un film di volti e voci, di legno e fango, di corpi vivi, un viaggio senza destinazione che ammalia e stordisce.
Recensione di Marco Chiani
Recensione di Marco Chiani

Su una piccola imbarcazione, la macchina da presa di Gianfranco Rosi naviga per il Gange all'altezza della città di Benares, incontrando indiani e viaggiatori, con il fine di consegnarci il ritratto di una terra in cui i morti e i vivi rimangono in comunicazione grazie alle acque del sacro fiume. Dai cadaveri immersi per la purificazione fino alle differenze dei sistemi di cremazione, quello elettrico è riservato ai meno abbienti, si tratteggiano gli sfuggenti contorni di un Paese fortemente impregnato di spiritualità.
Di certo non siamo di fronte all'opera di un "cineasta paracadutista", per usare una metafora cara a Jean-Marie Straub. Basta vedere questo Boatman, infatti, per capire l'estraneità di Rosi a quella categoria di registi che, stando all'autore francese, «arrivano in un luogo, cadono dal cielo e cominciano a riprendere qualcosa [...] che non si sono presi il tempo di vedere e nemmeno di guardare». Tutto il contrario il suo metodo. Dall'ora scarsa che trascorriamo sul fiume "nato dai capelli ricci di Shiva", infatti, affiorano una palpabile conoscenza dell'oggetto di indagine come il giusto grado di deferenza nei confronti di un mondo culturalmente molto distante dal nostro. Di Benares, città sacra degli induisti, non apprenderemo demografia e estensione, storia e problematiche di natura igienica, perché il primo mediometraggio del regista intende soltanto restituire la realtà così com'è, ben oltre quell'ansia d'informazione che avrebbe soffocato un qualsiasi reportage giornalistico.
Non si cercano definizioni certe, né precisi tagli di inquadratura, si segue piuttosto il corso delle acque sulla piccola barca di Gopal Maji, interlocutore perfetto di un discorso aperto in cui si annotano sensazioni e pensieri di autoctoni così come di strambi personaggi (un romano buddista immortalato nella posizione del loto, un genovese che parla di granchi e di spaghetti). Ne viene fuori un quadro delle credenze religiose e delle abitudini sociali del Paese, portato avanti senza nessuna programmaticità, ma retto da un'apparente e invidiabile semplicità, come galleggiasse su uno specchio d'acqua in cui la vita s'abbraccia alla sua negazione: un film di volti e voci, di legno e fango, di corpi vivi, corpi morti, corpi bruciati, un invito ad immergersi in un luogo che ammalia e stordisce, la ricerca di una vibrazione e di un modo diverso di concepire l'esistenza.
Scegliendo la ripresa in soggettiva e preferendo il bianco e nero al colore, il documentario non fredda ciò che ritrae, ma lo rende paradossalmente più vero e attiguo allo spettatore: «Creando l'illusione di un mondo che sfila davanti ai nostri occhi, dall'interno della barca, il film si trasforma in un viaggio senza destinazione. Sullo schermo appaiono e spariscono diversi personaggi e Gopal resta l'unico punto di riferimento» (Gianfranco Rosi). Montaggio di Jacopo Quadri.

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