| Anno | 1971 |
| Genere | Giallo, |
| Produzione | Italia |
| Durata | 105 minuti |
| Regia di | Dario Argento |
| Attori | Michael Brandon, Mimsy Farmer, Jean-Pierre Marielle, Aldo Bufi Landi, Calisto Calisti Marisa Fabbri, Oreste Lionello, Fabrizio Moroni, Renzo Marignano, Stefano Oppedisano, Corrado Olmi, Sandro Dori, Jacques Stany, Fulvio Mingozzi, Francine Racette, Guerrino Crivello. |
| Uscita | lunedì 14 luglio 2025 |
| Tag | Da vedere 1971 |
| Distribuzione | CG Entertainment |
| MYmonetro | 3,42 su 8 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 16 luglio 2025
Alla ricerca di un assassino vendicativo che prende di mira un ragazzo che ha ucciso per legittima difesa. In Italia al Box Office 4 mosche di velluto grigio ha incassato 68,8 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Roberto Tobias è un componente di un gruppo rock ed è felicemente sposato con Nina, ricca ereditiera. La sua vita è però improvvisamente sconvolta: affronta infatti uno sconosciuto che lo pedina da giorni e, accidentalmente, lo uccide. Spaventato, fugge dalla scena del delitto e torna a casa, ma sa che qualcuno, nascosto dietro una strana maschera, ha visto il delitto. Nei giorni successivi, Roberto riceve messaggi e scopre foto dell'omicidio in mezzo ai suoi dischi: il testimone del delitto pare volerlo ricattare, ma in realtà non gli chiede nulla. Solo, sembra voler rendere la sua vita impossibile. Nina si rende conto che qualcosa non va e lui, messo alle strette, le racconta quello che è successo. Per cercare di venirne fuori, Roberto, su consiglio dell'amico Diomede detto Dio, incarica un investigatore privato di scoprire la verità, ma la situazione si ingarbuglia sempre più e i morti si moltiplicano.
Terzo e conclusivo capitolo della trilogia "animalesca" di Dario Argento, mostra sin dai titoli di testa un autore animato da una spavalda inventiva, con le inquadrature dall'interno della chitarra e la mosca spiaccicata dai piatti della batteria: si nota la voglia di stupire e di innovare.
La qualità della regia resta su livelli di eccellenza per gran parte del film, con un'esuberanza stilistica che valorizza le scene di tensione e fa superare qualche forzatura, inevitabile, della trama. I delitti, che restano il pezzo forte del cinema argentiano, sono tutti girati con abilità e maestria, dando luogo talvolta a citazioni molto appropriate e visivamente efficaci, come il richiamo a Val Lewton nel delitto ambientato nel parco chiuso, con il muro di cinta a separare inesorabilmente la vittima dai possibili soccorritori, al tempo stesso vicini e lontanissimi.
Mirabile è anche, per come è strutturato e presentato, l'assassinio nella metropolitana, tutto giocato attraverso lo sfruttamento visuale dei luoghi - da estremamente popolosi a del tutto solitari - senza l'utilizzo dei dialoghi (se non nella beffarda chiusa), ma solo con la forza evocativa delle immagini. Non mancano anche momenti onirici e surreali, come l'incubo ricorrente della decapitazione che prefigura in modo inquietante la realtà. E anche le iperboli quasi fantascientifiche, come l'utilizzo a fini investigativi dell'immagine impressa nella retina di una delle vittime, sono funzionali e rese credibili dal clima complessivo, da incubo a occhi aperti, in cui è immersa la storia. Argento, con questo film, evidenzia la sua "necessità" autoriale di abbandonare il terreno del thriller razionale per abbracciare quello più emotivo e irrazionale dell'orrore a tutto tondo che, dopo l'ulteriore passo di avvicinamento con Profondo rosso, incontrerà pienamente con Suspiria.
Il colpo di scena finale è, per così dire, affetto dai classici psicologismi pretestuosi tipici dello psycho-thriller, ma svolge perfettamente ed efficacemente la sua funzione di rivelazione a sorpresa, dando una chiusa memorabile a una pellicola di notevole suspense e qualità drammatica.
Risulta peraltro un po' stridente, in questo film, la concomitanza di anime che sembrano diverse, con i momenti di suspense che si accompagnano a sequenze che paiono appartenere alla commedia all'italiana del periodo, come nel caso dei siparietti affidati a Bud Spencer e Oreste Lionello, peraltro ben scritti e interpretati, o nella piuttosto banale macchietta del postino: tutti elementi che sembrano voler stemperare i toni, probabilmente in modo da enfatizzare maggiormente i momenti di tensione.
Anche la figura dell'investigatore privato gay che non ha mai risolto un caso e sembra quasi vantarsene è giocata sul filo dell'umorismo, retta molto bene dalla sottile interpretazione di un grande attore come Jean-Pierre Marielle, che evita di ridurre a stereotipo il suo personaggio. Se Michael Brandon è un protagonista un po' inerte, infatti, il film è sorretto da un buon cast di contorno. Oltre ai già citati, si devono segnalare le incisive prove della sempre brava Mimsy Farmer, icona del thriller-horror di quegli anni, e di Francine Racette, futura moglie di Donald Sutherland, nei panni dell'avvenente cugina di Nina.
Roberto Tobias è un musicista che da qualche tempo è vittima di pedinamento. Una sera, trovandosi faccia a faccia con l'ignoto persecutore, lo affronta e nella colluttazione che ne segue lo pugnala a morte. Ma qualcuno ha assistito alla scena e ha fotografato Tobias. Il musicista, terrorizzato, si confida con la moglie Nina e con un amico filosofo, "Dio", che lo indirizza a un investigatore privato.
Come nel suo gioiello d'esordio,anche qui Argento ci mette subito davanti ad una sequenza fuorviante,dove addirittura la morte é simulata. La narrazione procede celando il colpevole ed in parte l'atto criminoso stesso. La suspence nasce dal clima,dal non visto e dal ricorso ad un montaggio innovativo. Magistrale in questo caso l'omicidio della colf che,improvvisamente,si trova isolata [...] Vai alla recensione »
Opera di un regista in evidente stato di grazia, pieno di fervore creativo e di voglia di innovare, 4 mosche di velluto grigio - da oggi al cinema La Compagnia e nelle sale italiane, nella versione 4k - è al tempo stesso il culmine di una fase, un momento di passaggio e il prodromo di una nuova fase del tutto diversa che prenderà forma qualche anno più tardi con Profondo rosso dopo la momentanea cesura rappresentata da Le cinque giornate. Sulla scia del grande e improvviso successo di L’uccello dalle piume di cristallo e di Il gatto a nove code, infatti, solo apparentemente Dario Argento offre un’altra portata dello stesso piatto, quello che è stato denominato giallo all’italiana e che ha avuto così tanto rilievo anche all’estero al punto che i thriller italiani del periodo - argentiani o no - vengono denominati tutti quanti giallo-movies dalla critica anglofona.
Solo apparentemente, perché in realtà, anche se pure stavolta c’è un essere del mondo animale nel titolo - che conclude così la cosiddetta trilogia degli animali - 4 mosche di velluto grigio è profondamente diverso dai due film che l’hanno preceduto, pur essendo anch’esso un thriller basato sulla ricerca di un colpevole che uccide in modo misterioso e pur essendo basato anch’esso su un astuto (e stavolta molto immaginifico) colpo di scena rivelatore. Proprio il colpo di scena dimostra la volontà di svincolarsi da un realismo di detection per abbracciare elementi più allucinatori e psichedelici. È vero che la teoria secondo cui è possibile ricavare della retina l’immagine vista da ultimo da un defunto aveva goduto all’epoca degli onori della cronaca - tanto che era stata poi utilizzata anche in un altro ottimo film, Horror Express - ma è chiaro che un concetto del genere valeva soprattutto in un quadro quasi fantascientifico, anche se reso perfettamente credibile nel contesto di una narrazione visionaria.
Sarebbe, al contrario, un peccato capitale trascurare il ritorno in sala di "4 mosche di velluto grigio" in versione stereo restaurata in 4K promosso in tutt'Italia da un pool di benemeriti distributori. A più di mezzo secolo dall'uscita nel Natale del 1971, il terzo titolo della "trilogia degli animali" di Dario Argento -che a settembre compirà ottantacinque anni- rappresenta un autentico scoop per [...] Vai alla recensione »