| Titolo originale | Room |
| Anno | 2015 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Irlanda |
| Durata | 118 minuti |
| Regia di | Lenny Abrahamson |
| Attori | Brie Larson, Megan Park, William H. Macy, Jacob Tremblay, Joan Allen Sean Bridgers, Tom McCamus, Amanda Brugel, Kate Drummond, Chantelle Chung, Cas Anvar, Jack Fulton, Randal Edwards, Joe Pingue, Wendy Crewson, Sandy McMaster, Matt Gordon, Zarrin Darnell-Martin, Jee-Yun Lee, Justin Mader, Ola Sturik, Rodrigo Fernandez-Stoll, Rory O'Shea. |
| Uscita | giovedì 3 marzo 2016 |
| Tag | Da vedere 2015 |
| Distribuzione | Universal Pictures |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,53 su 5 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 30 marzo 2016
Argomenti: Mamme al cinema
Il libro da cui è tratto il film ha venduto 2,5 milioni di copie solo in Inghilterra ed è stato tradotto in 35 lingue. Il film ha ottenuto 4 candidature e vinto un premio ai Premi Oscar, 3 candidature e vinto un premio ai Golden Globes, 2 candidature e vinto un premio ai BAFTA, 4 candidature e vinto 2 Critics Choice Award, 2 candidature e vinto un premio ai SAG Awards, Il film è stato premiato a AFI Awards, In Italia al Box Office Room ha incassato nelle prime 2 settimane di programmazione 1,1 milioni di euro e 511 mila euro nel primo weekend.
Room è disponibile a Noleggio e in Digital Download
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CONSIGLIATO SÌ
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Jack vive nella stanza. La stanza è la sua casa. Il lavandino, il lucernario, la lampada sono i suoi amici. E Ma' è sempre con lui. La notte, quando irrompe Old Nick per infilarsi nel letto di suo madre, Jack sta nascosto nell'armadio, ma poi è di nuovo mattina e tutto va bene. Quando compie cinque anni, però, la mamma lo sorprende con una rivelazione sconcertante: c'è un mondo al di là della porta blindata di cui non conoscono il codice, fatto di cose e persone reali, e loro devono uscire da lì e devono ad ogni costo tornare a casa, quella vera.
È un film potente, Room , di una potenza sfaccettata, che può rimare col disagio, anche estremo, che prende lo spettatore alla primissima sequenza, quando gli viene chiesto di credere con Jack che la prigione di pochi metri in cui un maniaco ha rinchiuso una ragazza di diciassette anni e poi suo figlio fin dalla nascita, sembri ampia e accogliente, una vera casa, che non manca di nulla. Oppure può rimare con tensione, speranza, paura, gioia immensa o immenso sollievo, come accade nella scena sul furgone, una delle più emozionanti del cinema recente, così forte da lasciare in apnea. Merito della scelta del punto di vista, quello di Jack, appunto, il più inconsapevole tanto del male quanto del bene, ma anche della regia ad immersione e della sceneggiatura ad opera della stessa scrittrice del romanzo di partenza, Emma Donoghue, che conosce quei personaggi meglio di chiunque altro.
La stessa scena del furgone segna una cesura importante: da quel momento la stanza non è più il luogo fisico in cui si muovono (per così dire) Jack e Ma', ma diventa un luogo mentale e le sue dimensioni subiscono un'ulteriore distorsione. Una sorta d'istinto di autodifesa spinge a questo punto lo spettatore a sussurrare idealmente nelle orecchie di Abrahamson: "fermati qui, o rovinerai tutto", imboccando un'altra storia, un altro film. Invece il regista ci sorprende, rivelando un progetto più completo e complesso rispetto al thriller emotivo di partenza: un dramma psicologico che ritaglia, in realtà, con grande sapienza la porzione di racconto che pone sotto l'obiettivo, una porzione in cui la seconda metà è speculare alla prima, in una continuità perfetta di tono e di tocco, nonostante la radicale diversità del setting.
Brie Larson e Jacob Tremblay si rimbalzano il testimone di una maratona attoriale ad alto tasso di emozione, optando sempre con grande giudizio per la soluzione in levare. Dal loro legame dipende l'intera impalcatura del film e loro sanno reggerla con grazia e solidità.
Che dire di questo film? Semplicemente meraviglioso e perfetto sotto tutti i punti di vista. Il regista sceglie di adottare il punto di vista di Jack, 5 anni, nato e cresciuto dentro la STANZA, quella del titolo, insieme alla mamma rapita e segregata lì 7 anni prima. Questa scelta registica balza subito agli occhi dello spettatore con tutta la sua potenza emotiva e riflessiva.
Il cinema claustrofobico rappresenta probabilmente una delle sfide più intense per i cineasti. A osservare le foto di scena e i making of di Room, si possono gustare tutte le strategie utilizzate da Lenny Abrahamson per piazzare la macchina da presa dietro le pareti, sotto il pavimento, in mezzo alla stanza in cui i due protagonisti sono rinchiusi da anni. Molti di noi, guardando il film appena premiato per la migliore attrice protagonista (Brie Larson), hanno vagato con la fantasia e con i ricordi cinefili, compresi quelli dalla storia del videoclip - chi rammenta il formidabile video che Tim Pope diresse per i The Cure, Close to Me, in cui la band suonava chiusa in un armadio?
Questo cinema di esperienze sconvolgenti, maturazioni improvvise, fantasie a fin di bene, sopravvivenze al limite ci dice evidentemente qualcosa di noi, delle nostre fobie, dei nostri adattamenti a una realtà sempre meno leggibile, e forse a un mondo globale che viene a bussare alle nostre case.
Dirigere in spazi stretti è dannatamente difficile, e diventa una sfida di enorme valore cinematografico. Una sfida, questa, che pare eccitare parecchio il cinema più recente, se è vero che abbiamo visto in pochi anni film girati principalmente in spazi stretti, dentro abitacoli di automobile (Locke), dentro una bara (Buried), dentro un ascensore (Devil), in una cabina telefonica (Phone Booth), in un crepaccio (127 ore), e così via. Persino l'idea stessa della vita in cattività, preda di un maniaco, vede Room affiancato da Chained di Jennifer Lynch. Gli esempi potrebbero continuare ma ha più senso chiedersi il motivo di tanta claustrofobia, se non fosse che poi ci accorgiamo che al tempo stesso il cinema contemporaneo è anche affascinato e spaventato dagli spazi aperti e sconfinati (Gravity, Revenant, Into the Wild, Wild ecc.). Possibile che due sentimenti estetici così opposti possano convivere? Forse sì, almeno se pensiamo al cinema di oggi come a un "cinema dell'esperienza estrema", dove ad avvincere gli spettatori sono racconti di sopravvivenza, survival movies che mettono i personaggi in condizioni radicali, di un tipo o di un altro, troppo esposti alla natura o troppo costretti da un impedimento meccanico.
La storia narrata nel film dell'irlandese Lenny Abrahamson (e nel libro di Emma Donoghue) s'ispira a un caso di pochi anni fa. Nel 2008 si scoprì che l'austriaco Josef Fritzl, ora in carcere a vita, aveva tenuto per 24 anni sua figlia Elisabeth segregata in un bunker dove abusava di lei e dove erano nati sette figli incestuosi. Nel film una giovane donna vive rinchiusa con il suo bambino di 5 anni [...] Vai alla recensione »