Che quelli dell’Academy abbiano rilevato in Corpus Christi, il film del polacco Jan Komasa, le qualità per nominarlo all’Oscar per le opere non in lingua inglese, è più che legittimo.
Altri premi, rilevanti, gli sono caduti a pioggia. Trattasi di titolo decisamente importante. Sono molte le prospettive da cui raccontare questo film, che contiene indicazioni di portata decisiva in questa epoca dove tutto si sta trasformando. E occorre anche scegliere la modalità e la visione del racconto. In chiave di società, di cultura, di differenze o di mistica. Una sintesi di ciò che ho visto mi porta a privilegiare la trascendenza. La “novella” sarebbe questa: in un momento di evoluzione, diciamo pure di crisi della fede e della Chiesa, Dio sceglie qualcuno utile nel contesto. Apostolo e discepolo sono parole grosse. I lemmi giusti possono essere testimone, o portavoce.
Il giovane Daniel vive in un riformatorio, non è un santo, tanti reati, non piccoli, non disdegna la cocaina, fa sesso... qua e là, la sua espressione è quasi solo turpiloquio. Insomma è un “maledetto”. Ma qualcosa, “dentro” deve averla. Vorrebbe fare il prete ma è troppo compromesso. Ma non rinuncia e riesce a mentire. Si fa accettare in una comunità rimasta senza sacerdote e assume quel ruolo. Ed è come se fosse toccato dalla grazia. Le sue omelie incantano i fedeli. Sono parole nuove ma di radice antica, onesta: “Gesù, come faccio a imitarti, sei così puro e io sono così sporco con tutto quello che ti porto qui. Come posso agire nel tuo nome”.
Questa nuova novella, piena di forza e passione è il tentativo di rendere l’invisibile tramite il visibile. E Daniel provoca lo shock necessario.
C’è davvero qualcosa di nuovo nella comunità e non sono solo parole. Il “prete” agisce con coraggio. C’è da seppellire un uomo, forse un assassino. La comunità non vorrebbe concedergli la terra consacrata. Daniel sorpassa tutti i pregiudizi e lo seppellisce al cimitero. Alla fine torna il prete titolare e lui torna... Daniel. Come prima o peggio di prima, nel suo ambiente. E qui ci starebbe un dibattito. Perché Dio lo ha usato e poi abbandonato? È un dibattito degli anni zero cristiani, riguarda Giuda, scelto da Gesù per il suo disegno. L’uomo viene designato per una missione eccezionale, poi torna “uomo”. E comunque, nel trascendente, vale sempre il mistero, e tu, umano, lo scioglierai.
