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il brandani
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martedì 22 febbraio 2011
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il noir di almodovar
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Un giovane aspirante attore si reca nello studio di un regista per proporgli una sceneggiatura. Il racconto narra la storia di due compagni di collegio negli anni sessanta. I due protagonisti, Ignacio ed Enrique, hanno condiviso i primi turbamenti adolescenziali e la scoperta della loro omosessualità. Padre Manolo, il direttore del collegio, ha un interesse per Ignacio, del quale abusa, e per questo fa allontanare Enrique dal collegio. Il giovane attore altri non è che Ignacio e il regista è Enrique, finalmente ritrovatisi dopo tanti anni. Il racconto quindi parla del loro amore passato. Enrique, dopo un primo momento di titubanza, si convince della qualità del progetto.
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Un giovane aspirante attore si reca nello studio di un regista per proporgli una sceneggiatura. Il racconto narra la storia di due compagni di collegio negli anni sessanta. I due protagonisti, Ignacio ed Enrique, hanno condiviso i primi turbamenti adolescenziali e la scoperta della loro omosessualità. Padre Manolo, il direttore del collegio, ha un interesse per Ignacio, del quale abusa, e per questo fa allontanare Enrique dal collegio. Il giovane attore altri non è che Ignacio e il regista è Enrique, finalmente ritrovatisi dopo tanti anni. Il racconto quindi parla del loro amore passato. Enrique, dopo un primo momento di titubanza, si convince della qualità del progetto. Il film si farà dunque, ma egli non sa delle tante sorprese che lo attendono..
Almodovar abbandona la delicata dimensione introspettiva de Tutto su mia madre e Parla con lei per partorire una sceneggiatura che non conosce tempi morti, dove la dinamica del colpo di scena è la parola d’ordine. Il film si muove al di sopra dei generi che investe, impossessandosene, metabolizzandoli e rielaborandoli a proprio piacimento, ecco perché si ha l’impressione di assistere ad un ibrido ben riuscito che a tratti sfocia persino nel noir. Il tutto è ovviamente condito dalle inconfondibili spezie di Almodovar, che non rinunciano a far risaltare, in talune situazioni, il tipico retrogusto kitsch che da sempre ha caratterizzato il suo cinema sin dai tempi di Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio. Il film cattura l’attenzione dello spettatore e mantiene questo pregio con disinvoltura fino alla fine. Inoltre diverte, ma non è una risata in serenità, anzi, è la tipica risata che fuoriesce dalla bocca di una persona immersa in una atmosfera drammatica improvvisamente spezzata dall’avvento di un elemento inaspettato, quasi surreale (un uomo vestito da femme fatale, un travestito con un colorito turpiloquio, fulminanti battute volgari estemporanee). Geniali ed efficaci le soluzioni di allacciamento tra i diversi piani di narrazione, suggestiva la colonna sonora, bella la fotografia e funzionali le inquadrature e i movimenti della telecamera. Molto bravo tutto il cast di attori, in particolar modo Gael Garcia Bernal. Poco dopo l’intensa interpretazione di un giovane Ernesto Che Guevara ne I diari della motocicletta di Walter Salles, Bernal ci fa un regalo ancora più grande, calandosi perfettamente nel difficile ruolo di un aspirante attore gay disposto a tutto pur di ottenere fama e successo. Cresciuto parecchio dalla comunque bella prova del 2000 in Amores perros di Alejandro Gonzales Inarritu, l’attore si muove con destrezza nei panni di questo ambiguo personaggio, dimostrando grande padronanza scenica, dosando con attenzione assoluta senza mai esagerare.
Una particolarità da evidenziare infine, è la decontestualizzazione del tutto. A parte due o tre frecciatine all’età contemporanea (come la sarcastica, ma al tempo stesso bivalente frase “La gente è cambiata” pronunciata da Enrique, riferita alla Spagna di Zapatero), Almodovar si concentra prevalentemente sui meccanismi cerebrali dei personaggi, fatti scattare dalle loro relazioni e dalle conseguenze delle loro azioni. Egli non vuole fare un film che parla del problema della pedofilia all’interno della Chiesa o dell’accettazione della condizione omosessuale, questi ultimi sono solo pretesti per delineare caratterizzazione e disposizioni dei personaggi. Non gli va di far riflettere, né di far discutere. Vuole solo fare un noir e, rimanendo comunque fedele al suo stile, ci riesce.
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conte di bismantova
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lunedì 31 gennaio 2011
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è un film incredibile.
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va guardato due volte, per capire bene le meccaniche del "film sul film dentro il film", ma è, come sempre, un'altra puntata del suo grande viaggio dentro la società e la persona della Spagna in trasformazione post-moderna, stavolta in chiave trans. E' un film forte, per adulti di mentalità libera, generoso e abbondante di etica - nonostante le sequenze sul filo del gay-hard - amicizia ed amore. Imperdibile, non lo dico io ma l'Academy Awards.
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teo '93
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giovedì 20 agosto 2009
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le anime oscure di almodòvar
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La frantumazione della personalità è sempre stata una delle carte vincenti di Almodòvar. Ogni personaggio ha in sé un’infinità di sfumature, pieghe recondite e oscure, pronte a riemergere violentemente a frantumare ogni certezza. E qui il passato gioca come sempre un ruolo predominante. “La mala educacion” non è un film estremamente riuscito; l’intrecciarsi asfissiante di colpi di scena, salti nel passato, prolissità varie allontanano lo spettatore dalla vicenda fin quasi ad annoiarlo. Eppure l’universo tormentato di Almodòvar non può che lasciare qualche fastidiosa incertezza sul nostro presente. Un universo che non perde negli anni la voglia di sconvolgere coinvolgendo. Alzi la mano chi non ha provato un brivido durante la scena in cui Ignacio canta fuori campo Moon River accompagnato alla chitarra da padre Manolo, mentre scorrono le immagini a ralenti dei ragazzi dell’orfanotrofio che si tuffano nel lago.
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La frantumazione della personalità è sempre stata una delle carte vincenti di Almodòvar. Ogni personaggio ha in sé un’infinità di sfumature, pieghe recondite e oscure, pronte a riemergere violentemente a frantumare ogni certezza. E qui il passato gioca come sempre un ruolo predominante. “La mala educacion” non è un film estremamente riuscito; l’intrecciarsi asfissiante di colpi di scena, salti nel passato, prolissità varie allontanano lo spettatore dalla vicenda fin quasi ad annoiarlo. Eppure l’universo tormentato di Almodòvar non può che lasciare qualche fastidiosa incertezza sul nostro presente. Un universo che non perde negli anni la voglia di sconvolgere coinvolgendo. Alzi la mano chi non ha provato un brivido durante la scena in cui Ignacio canta fuori campo Moon River accompagnato alla chitarra da padre Manolo, mentre scorrono le immagini a ralenti dei ragazzi dell’orfanotrofio che si tuffano nel lago. Come a dimostrare che la purezza della gioventù porta a “tuffarsi” in un mare apparentemente cristallino, ma che nasconde sotto la sua spuma un mondo di nefandezze dove è tremendamente facile annegare. E in questo la chiesa, reclusa nel suo mondo di opportunismi e voltafaccia, non fa che allontanare noi stessi dagli altri e viceversa. Peccato. Ciò che manca al film è una focalizzazione all’altezza di un soggetto del genere. Una focalizzazione che (ne siamo certi) avrebbe turbato più di quanto sia stato capace di fare l’insuperabile “Carne tremula”.
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serpico
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giovedì 13 agosto 2009
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ottimo film
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IL CAPOLAVORO DI PEDRO ALMODOVAR
OTTIMA LA PARTE GAEL GARCIA BERNAL
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misia
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venerdì 24 aprile 2009
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una domanda
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Ho appena letto questa recensione di tale Roberto Di Diodato e sono rimasta piuttosto perplessa sulle frasi finali:
" [...] Il film non è la ricerca della verità, per quanto possa essere dolorosa e scomoda, ma sembra piuttosto una comoda normalizzazione della diversità omosessuale. Ed è questo che sconcerta di più: il fatto di raccontare l'omosessualità come normalità. [...] E se invece il film fosse solo uno spot di lusso alla nuova politica familiare di Zapatero, che vuole "normalizzare" appunto le coppie omosessuali?"
Intende dire letteralmente quello che ha scritto o c'è qualche significato che non colgo? Il film è "una comoda normalizzazione della diversità omosessuale"? Ma comoda a chi? Al regista? A Zapatero forse?
L'omosessualità non rientra nel "normale"?
Spero sinceramente di essere io a non aver capito, e non che lei intendesse davvero queste cose.
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Ho appena letto questa recensione di tale Roberto Di Diodato e sono rimasta piuttosto perplessa sulle frasi finali:
" [...] Il film non è la ricerca della verità, per quanto possa essere dolorosa e scomoda, ma sembra piuttosto una comoda normalizzazione della diversità omosessuale. Ed è questo che sconcerta di più: il fatto di raccontare l'omosessualità come normalità. [...] E se invece il film fosse solo uno spot di lusso alla nuova politica familiare di Zapatero, che vuole "normalizzare" appunto le coppie omosessuali?"
Intende dire letteralmente quello che ha scritto o c'è qualche significato che non colgo? Il film è "una comoda normalizzazione della diversità omosessuale"? Ma comoda a chi? Al regista? A Zapatero forse?
L'omosessualità non rientra nel "normale"?
Spero sinceramente di essere io a non aver capito, e non che lei intendesse davvero queste cose.
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[+] solo sulle frasi finali?
(di marezia)
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lalli
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mercoledì 8 aprile 2009
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vergogna di diodato
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ma che recensioni di parte mettete????? ci dovrebbe essere più obiettività nelle critiche e recensioni non le idee razziste di Di diodato che crede ancora ch i gay sono diversi dagli etero...vergognaaaaaaaaa!!!!!!!
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lalli
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mercoledì 8 aprile 2009
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pedro non al meglio ma fa riflettere
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non tra i miglior film di Pedro ma comunque un bel flm su cu riflettere...
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miro
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sabato 21 febbraio 2009
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più meno che più
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Credo che la prima parte della recensione, proprio in quanto oggettiva e impersonale abbia colto nel segno. Peccato davvero per la seconda parte e conclusiva in cui l'autore si lascia trascinare con troppo abbandono dal "pregiudizio del pregiudizio". Un'ermeneutica sociologica di stampo clericale e conformista, in tacita contraddizione con se stessa.
La pellicola non è certo entusiasmante, è tuttavia un frammento fondamentale e verace di coscienza del postmoderno. La prospettiva del suo pubblico deve cambiare.
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anonimo
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martedì 10 febbraio 2009
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goffredo fofi
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Leggete la scheda di Goffredo Fofi su questo film.
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silvestro
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sabato 6 settembre 2008
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che peccato !!!!!!!!!!!!
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Che peccato !!!
Un regista che aveva raggiunto un livello di liricita' e maturazione è precipitato in un baratro di ovvieta', volgarita ' e voyerismo in cui traspare un compiacimento nel far vedere scene volgari e da film "erotici" di cassetta !
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