| Anno | 2026 |
| Genere | Drammatico |
| Produzione | Francia |
| Durata | 87 minuti |
| Al cinema | 1 sala cinematografica |
| Regia di | Alexandre Smia |
| Attori | Denis Ménochet, André Dussollier, Reda Kateb, Dominique Blanc . |
| MYmonetro | Valutazione: 3,00 Stelle, sulla base di 1 recensione. |
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Ultimo aggiornamento domenica 6 settembre 2026
Un'opera che affonda a piene mani nel conflitto russo-ucraino.
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CONSIGLIATO SÌ
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Paul Archambault, appena proclamato Presidente della Repubblica francese, si trova subito invischiato in una grave crisi internazionale. L'omologo russo, vittima di un attentato, minaccia di cancellare l'Ucraina se non si arrenderà all'istante. Archambault, così, è messo di fronte a un dilemma lacerante: ricorrere all'atomica per dissuaderlo o tentare le vie diplomatiche per scongiurare il genocidio? Se gli altri capi di Stato sono interessati soprattutto a tutelare gli interessi nazionali, il suo consiglio si divide tra chi vuole la diplomazia a oltranza e chi, invece, propende per la bomba a fini dissuasivi. La decisione finale, però, spetta solo al Presidente, il capo supremo delle Forze Armate.
Per l'esordio alla regia, lo sceneggiatore Alexander Smia trasforma l'attualità in incubo: affonda a piene mani nel conflitto russo-ucraino, la contorna dello spettro atomico e confeziona un thriller sulle responsabilità del potere e sul peso mondiale di singole decisioni politiche.
Dopo la sceneggiatura della serie crime Une affaire française e del film politico 13 jours, 13 nuits, Smia continua a plasmare un cinema d'indignazione civile con coraggio provocatorio e sgomento legato all'attualità, che punta il dito su una classe politica inadeguata di fronte al dilagare di guerre, stragi e genocidi.
La scansione narrativa, infatti, replica quella del titolo cannense per unità di tempo, luogo e azione. Se lì c'era Kabul assediata, ora c'è il bunker ipogeo di Parigi dove il Presidente è chiamato ad arginare una Russia più che mai sul piede di guerra.
Al centro della cinepresa, però, nel contesto di minaccia indecifrabile e di apocalisse globale, finisce un padre, prima che un politico, trovatosi appena eletto di fronte al peggior scenario diplomatico possibile. È gravato da una responsabilità personale, vissuta come un peso inevitabile, una decisione fulminea che può segnare il destino dell'umanità: per l'articolo 15 della Costituzione francese, è l'unico a poter innescare in modo irreversibile il protocollo atomico.
Con una regia asfissiante, che sta "addosso" al protagonista per registrarne ogni singolo respiro, movimento e sbuffo del corpo, Smia è soprattutto incantato dalla prova fisica di Denis Ménochet: politico dalla stazza erculea, dalla psiche fragile, con sentimenti lacerati e volontà scissa. L'attore transalpino contiene e reitera la ferinità ora più sottesa (Bastardi senza gloria) ora manifesta (Robin Hood e soprattutto As Bestas) che ne ha suggellato sinora la carriera. Per di più, con un sottile gioco metatestuale, in una scena chiede all'interprete di riportargli più che le parole, i non detti, le esitazioni, lo stato d'animo implicito del Presidente russo al telefono. È lo stesso imprimatur che Smia applica alla sua regia.
Smia, così, porta Fuori Concorso alla Mostra di Venezia 2026 un film che, pur nello scavo psicanalitico, rimette nelle mani dello spettatore tutto il terrore per un'umanità sull'orlo dell'autodistruzione a causa delle schizofrenie di pochi: il leader russo, chiara maschera di Putin, è condannato senza pietà, ma il film addita senza remore, dietro nomi di fantasia, tutti gli attuali governanti, da Macron alla nostra Meloni fino al capo di Stato USA, curiosamente donna (una Kamala Harris ucronica?).
Peccato per certi frangenti onirici un po' didascalici e molto psicologistici, come per il peso enorme dato a dialoghi fin troppo esplicativi che sgonfiano il significato delle immagini in movimento, e letteralmente, qui più che mai, delle immagini-tempo.
Jupiter, però, è più scandaglio psichico che disaster movie, più antropologia del potere che thriller politico, più A prova di errore che Il dottor Stranamore. Film pessimista quanto si vuole ma per niente distopico, propone un cinema di domande spaventose e irrisolte. Reclama il suo spazio nel dibattito pubblico, crede nella ricorsività della storia (Hiroshima e Nagasaki non sono più un monito, ma un precedente), rimpiange la diplomazia (il tempo del dialogo è finito, l'equilibrio mondiale è solo una questione privata) e svaluta i corpi intermedi (la NATO, l'ONU, l'Europa) nella costruzione della pace.
In fondo Smia crede solo nell'arte cinematografica: unico argine alla furia genocida di pochi potenti capaci di cancellare interi popoli con una sola parola.
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