| Anno | 2024 |
| Genere | Documentario |
| Produzione | Germania |
| Durata | 115 minuti |
| Regia di | Andres Veiel |
| Tag | Da vedere 2024 |
| MYmonetro | 3,69 su 5 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento giovedì 29 agosto 2024
Un ritratto di Leni Riefenstahl e della sua eredità artistica. Il film ha ottenuto 2 candidature agli European Film Awards, In Italia al Box Office Riefenstahl ha incassato 996 .
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CONSIGLIATO SÌ
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La berlinese Leni Riefenstahl (1902-2003) inizia la sua carriera nel cinema a metà degli anni Venti, come attrice e danzatrice in film di montagna, per lo più diretti da Arnold Fanck. Educazione spartana, spiccate doti atletiche e una forte dose di ambizione, passa presto dietro la macchina da presa, esordendo alla regia con La bella maledetta, da lei diretto e interpretato e selezionato nel 1932 alla prima edizione della Mostra di Venezia. Su commissione di Hitler, suo grande ammiratore, documenta con un dispiego di mezzi mai visto prima e con stile registico innovativo, dinamico ed estetizzante, il raduno del Partito nazista a Norimberga in Il trionfo della volontà (1934) e le Olimpiadi di Berlino del 1936 in Olympia, premiato alla Mostra nel 1938 con la Coppa Mussolini. Unica donna in un circolo maschile, proprio in funzione di quei film (e di altri che girerà, seguendo le direttive e la comunicazione del Terzo Reich) è riconosciuta come la più nota portavoce dell'ideologia nazista. Processata più volte dopo la guerra per le sue più che strette relazioni non solo con il Führer ma anche con Joseph Goebbels, Ministro della propaganda e Alfred Speer, l'architetto di Hitler e Ministro degli armamenti e della produzione bellica, e classificata dalle autorità come "simpatizzante", Riefenstahl minimizza il proprio ruolo, nega il suo coinvolgimento nel piano politico e la consapevolezza dei campi di sterminio, afferma di aver semplicemente ripreso la realtà. A fine anni Ottanta dà alle stampe le sue lavoratissime memorie (uscite in italiano nel 1995, come Stretta nel tempo. Storia della mia vita), scrivendo le quali applica lo stesso principio dei suoi film: partire dalla verità per piegarla e manipolarla a proprio favore, verso temi e ideali a lei vicini.
Per una specie di contrappasso della storia, novant'anni dopo il raduno nazionalsocialista di Norimberga Riefenstahl di Andres Veiel (Beuys, If Not Us, Who), affida al montaggio l'individuazione di questa ambiguità, di questa doppiezza persistente e pericolosa.
Che oggi, con il riemergere degli estremismi e totalitarismi, tocchiamo con mano quotidianamente, veicolato dalla pervasività dei social e dagli usi distorti dell'intelligenza artificiale. "Ricordare qualcosa significa dimenticare qualcos'altro", dice in un passaggio la discreta voce narrante del film: una frase che sintetizza il principio del documentario, che analizza il meccanismo di rimozione che la regista attuò per tutta la sua lunga vita, avventurosa, eccezionale. Fare spazio a qualcosa esclude automaticamente qualcos'altro e la scelta che si fa determina il punto di vista morale su ciò che si filma. Abilissima montatrice, il suo senso del ritmo ha fatto scuola (nel film se ne compiace lei stessa, in un estratto da La forza delle immagini: Leni Riefenstahl, il documentario di Ray Muller del 1993 più volte citato da Veiel). E infatti nei primi secondi di Riefenstahl, dopo aver mostrato alcuni frammenti di uno dei film da lei interpretati, in cui Leni appare in una luce dorata, come una figura di mitologia nordica, Veiel seleziona un esempio emblematico della forza propagandistica dei film da lei diretti per Hitler: dopo un'inquadratura di folla radunata, in controcampo arriva un quasi primo piano di bambina che sorride a quello spettacolo; alle sue spalle, alla parata, uomini in divisa nazista con svastica in bella vista.
Il film attinge a una mole di immagini enorme e stupefacente, quasi interamente provenienti dall'archivio, custodito in settecento scatole, che la regista ha lasciato alla Fondazione del patrimonio culturale prussiano di Berlino. Pellicole, anche in Super 8mm, ma anche fotografie, corrispondenze, interviste televisive, registrazioni telefoniche che Helene Bertha Amalie Riefenstahl, detta Leni, conservò e catalogò zelantemente. A seguito della morte del suo compagno Horst Kettner, nel 2016, i materiali sono stati acquisiti dalla produttrice e giornalista Sandra Maischberger per essere studiati; Riefenstahl è frutto di quattro anni di lavoro congiunto di tre montatori (Stephan Krumbiegel, Olaf Voigtländer, Alfredo Castro, omonimo dell'attore). Unici elementi aggiunti, una molto discreta voce narrante e la colonna sonora di Freya Arde, che si inserisce in una stratificata tessitura di voci originali. Oltre alla miriade di parole e dichiarazioni, a comunicare il senso di un'esistenza sono i primi piani della regista, proposti in ralenti durante imbarazzanti interviste televisive da lei rilasciate in tedesco ma anche in inglese. Oppure, con effetto sconcertante, se si valuta il tempo da lei vissuto, le immagini del suo volto che dissolvono l'una nell'altra, attraverso le epoche, in una continuità orrorifica di ostinata coerenza ma al tempo stesso in una progressione "naturale". Dalle prime inquadrature alle ultime (che hanno a che fare con uno specchio e il controllo dell'illuminazione per un'intervista) è impossibile non cogliere la vanità innata di questa carismatica, inossidabile contemporanea di Marlene Dietrich (che Jodie Foster a lungo ha provato a interpretare, poi abbandonando il progetto): l'atteggiamento divistico e ambizioso di chi ha fatto del culto della bellezza e della perfezione un ideale di vita e di carriera, mettendolo al di sopra di ogni altra cosa. E voleva essere ricordata per il suo film "non politico", La bella maledetta.
La posizione che gli intellettuali assunsero di fronte al fascismo in Italia e al nazismo in Germania resta tuttora, a tanti anni di distanza, una questione estremamente spinosa. Si prenda da noi la famosa letterina che Pirandello mandò nel 1924 al Duce per chiedergli di potersi iscrivere al partito fascista proprio pochi mesi dopo che il regime aveva ucciso Giacomo Matteotti.
Una ricostruzione dei rapporti di Leni Riefenstahl con le più alte figure della gerarchia nazista e un'indagine per fare luce, una volte per tutte, su quanto realmente la cineasta conoscesse delle politiche razziali del regime. Leni Riefenstahl è una delle figure più controverse della storia del cinema. Cineasta dallo sguardo unico, è stata colei che con le sue immagini, e soprattutto con la sua [...] Vai alla recensione »
"Ho ripreso solamente le parti positive del nazismo", sostiene Leni Riefenstahl in un'intervista. Nel mentre, scorrono le immagini de La vittoria della fede del 1933, film di propaganda legato al raduno di Norimberga. Davanti a migliaia di persone schierate, Hitler viene dichiarato garante della pace. "Non ho mai ripreso nulla riguardo alla teoria della razza", continua Riefenstahl.
Partendo da una monumentale mole di documenti, filmati e materiali d'archivio e con un lavoro che ha richiesto anni di ricerca accurata, Andres Veiel porta a Venezia 81, fuori concorso, Riefenstahl, potente documentario sulla berlinese Leni Riefenstahl, la "regista del nazismo", la cineasta di Il trionfo della volontà e di Olympia, manifesti propagandistici dell'estetica e ideologia nazista e del culto [...] Vai alla recensione »