Querer

Film 2024 | Drammatico

Regia di Alauda Ruiz de Azúa. Una serie con Nagore Aranburu, Pedro Casablanc, Miguel Bernardeau, Iván Pellicer, Loreto Mauleón. Cast completo Genere Drammatico - Spagna, 2024, Valutazione: 3 Stelle, sulla base di 1 recensione. STAGIONI: 1 - EPISODI: 4

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Ultimo aggiornamento martedì 17 febbraio 2026

Una coppia sposata da tre decenni si ritrova al centro di un processo giudiziario quando la moglie accusa il marito di abusi sessuali.

Consigliato assolutamente no!
n.d.
MYMOVIES 3,00
CRITICA
PUBBLICO
CONSIGLIATO SÌ
Una miniserie glaciale che mette sotto accusa quella violenza che non lascia tracce.
Recensione di Gabriele Prosperi
martedì 17 febbraio 2026
Recensione di Gabriele Prosperi
martedì 17 febbraio 2026

Dopo più di trent'anni di matrimonio, Miren prende una decisione che divide la sua famiglia: se ne va, con poche cose essenziali, e porta il marito Iñigo davanti alla giustizia accusandolo di averle imposto per anni rapporti sessuali senza consenso. La denuncia innesca da un lato l'iter legale, lungo e faticoso, dall'altra la resa dei conti familiare, dove i due figli - Aitor e Jon - non possono restare neutrali. Il primo reagisce difendendo l'immagine del padre e, insieme, l'idea stessa di "normalità" su cui ha costruito la propria vita; il secondo si avvicina alla madre, più disposto ad ascoltare ciò che fino a quel momento era rimasto impronunciabile.

Querer - miniserie spagnola in 4 episodi - racconta un percorso complesso ma senza mai offrire comodi appigli.

La serie non consegna al pubblico una ricostruzione oggettiva e chiusa, ma lo costringe a stare dentro le crepe di due concetti: quello di consenso e quello di normalità. Il punto di partenza è il primo: un tema che, quando è parte di una relazione stabile, la serialità spesso sfiora solamente, raramente affrontandolo di petto. Per raggiungere questo consenso "implicito", dato per scontato, Querer racconta molto bene l'abitudine di una relazione, la quale può "vestire" una forma subdola e difficilmente riconoscibile di sopraffazione. Da cui il conseguente concetto di normalità, quel "si è sempre fatto così" che diventa una forma di ricatto culturale.

La serie porta in primo piano un tipo di violenza molto difficile da mostrare, perché non lascia lividi. I danni avvengono lentamente, attraverso l'erosione quotidiana dell'autonomia, il controllo economico ed emotivo, o la capacità di far sentire l'altra persona in debito o in colpa. Una condizione che è in grado di affiorare più facilmente in contesti benestanti; la serie, invece, decide di posizionarsi in un contesto meno scintillante, sebbene rispettabile e curato: quello borghese, comune.

Proprio questo posizionamento conferisce alla storia tratti di inquietudine interessanti, che derivano principalmente dalla sensazione di star vedendo una storia che capita tutti i giorni, a tutti noi. In altre parole, non si usa la scorciatoia del caso estremo per raccontare questa forma di coercizione, basata sull'affossamento (culturale, sociale) di un genere da parte dall'altro. Querer pone principalmente una domanda, ovvero quante famiglie, protette da facciate ordinate e rispettabili, funzionano proprio grazie a una gerarchia che nessuno mette mai in discussione?

La serie nasce dalla stessa sensibilità che, negli ultimi anni, ha reso una parte del cinema e della serialità spagnola particolarmente attenta alle dinamiche intime e ai micro-conflitti. Alauda Ruiz de Azúa (Sundays, Lullaby) porta in scena un'idea di realismo sottile e al contempo rigoroso: mette i personaggi in situazioni riconoscibili e, scongiurando la deriva melodrammatica, decide di non concedere loro (e a noi) un modo per evitare il problema sottostante. La realtà, racconta Querer, è che l'amore può convivere con la coercizione, eccome, e che i ruoli sociali possono trasformarsi in armi (di un padre che condiziona i termini del rapporto sessuale coniugale; di un figlio che ricalca le orme del padre; di una madre che si affida all'apertura mentale di un figlio bisessuale).

Al centro della serie, quindi, non c'è tanto l'atto di denunciare un sopruso, ma ciò che quella scelta costringe tutti a rivedere: dalla biografia riscritta di una coppia adulta alla memoria selettiva dei figli nel prendere una o l'altra posizione, fino alla paura di somigliare a chi si ama e si teme allo stesso tempo. Questo è possibile, narrativamente, grazie alla scelta di raccontare un rapporto coniugale, per l'appunto, "normale", in cui sarà estremamente difficile (non solo per la giuria ma anche per noi spettatori) riconoscere le prove stesse di questo sopruso. Anzi, non le vedremo mai effettivamente, se non nelle conseguenze educative, nei lasciti comportamentali ai figli.

Per rendere tecnicamente questa complessità, la mossa più eloquente è, difatti, l'assenza di un flashback risolutivo o di una scena che certifichi definitivamente i fatti. La regia rifiuta l'idea di una prova visiva che chiuda la questione e preferisce lavorare per sottrazione: restiamo addosso ai corpi nel presente, alle esitazioni, agli sguardi che chiedono conferma o invocano complicità. Questo permette di evitare la trasformazione del trauma in spettacolo e, contemporaneamente, di replicare la condizione reale di molte testimonianze. Più che il fatto, diventa probatorio - a livello interpretativo - come viene creduto il racconto di un evento, e come viene messo in dubbio da chi ne viene a conoscenza (vittima e perpetratore compresi).

La messa in scena accompagna questo impianto con una grammatica molto severa, fatta di spazi chiusi e ordinati, che diventano oppressivi; toni desaturati e luce spesso piatta. Anche la colonna sonora è tendenzialmente assente, anti-emotiva, rendendo espressivo il silenzio delle pause e delle sospensioni. L'episodio ambientato quasi interamente in aula, fulcro giudiziario del racconto, è un ottimo banco di prova tanto di questo metodo narrativo, quanto di un principio di sottrazione che si estende a tutte le interpretazioni, allo scopo preciso di parlare di una violenza che non lascia tracce e che perciò, narrativamente, è anti-spettacolare. In altre parole, quella violenza, oltretutto avvenuta in un passato che non vediamo, viene fatta sentire con il clima, con le opinioni e le impressioni ex post, quando cioè di essa non sembra esserci alcuna traccia, se non in un luogo che non può essere visto, né rappresentato: l'io.

Qualche cenno anche alla location: la città di Bilbao ben si presta a tradurre questo clima volutamente asettico; una città potenzialmente da cartolina ma che rimane grigia e senza alcuna decorazione psicologica. Tutta la famiglia viene ripresa come un insieme di corpi nello stesso quadro, e grazie a questa impostazione atmosferica diventa essa stessa il campo di tensioni, nel quale la giustizia non riesce a intervenire.

Il pubblico, privato della prova visiva e di spiegazioni didascaliche, finisce nella posizione più scomoda, quindi, messo in difficoltà anche nella scelta di rimanere all'interno di questa sobrietà narrativa che è, volutamente, glaciale. Ne esce un racconto breve ma molto denso, che usa la forma per parlare di contenuto, ovvero la sottrazione per mostrare ciò che l'idea, il presupposto di questa "normalità" è in grado di sottrarre alle sue innumerevoli vittime.

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