| Anno | 2024 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Georgia, Italia, Francia |
| Durata | 143 minuti |
| Regia di | Dea Kulumbegashvili |
| Attori | Merab Ninidze, Ia Sukhitashvili, Kakha Kintsurashvili . |
| Tag | Da vedere 2024 |
| Distribuzione | Adler Entertainment |
| MYmonetro | 3,23 su 11 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento venerdì 20 settembre 2024
In un mondo inospitale, una ginecologa pratica in maniera inflessibile il suo lavoro, facendo nascere bambini o praticamente aborti illegali. Il film è stato premiato a Venezia, ha ottenuto 1 candidatura agli European Film Awards, In Italia al Box Office April ha incassato nelle prime 3 settimane di programmazione 2,4 mila euro e 317 mila euro nel primo weekend.
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CONSIGLIATO SÌ
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Ostetrica e ginecologa in un ospedale della Georgia, la cinquantenne Nina viene messa sotto inchiesta dopo la morte di un neonato subito dopo il parto di una giovane donna. Sola e inflessibile, Nina ha abbandonato il suo compagno, nel frattempo diventato suo superiore in ospedale, e ha scelto di vivere sola. Nei giorni liberi batte la campagna georgiana con la sua auto aiutando le donne dei villaggi ad abortire clandestinamente e sfidando per questo sia le convinzioni della gente, sia le regole dell'ospedale. In attesa dell'esito dell'inchiesta, Nina non interrompe la sua missione ma aiuta una povera donna sordomuta forse violentata, consapevole del pericolo non solo professionale che corre.
Come già il film d'esordio della regista georgiana Dea Kulumbegashvili, Beginning, anche questo secondo film, che ha il titolo del mese della primavera, parla di passaggi e transizioni, di inizi e di fin, di spostamenti da un mondo all'altro, di vita e di morte.
Nina, la dura e inesplicabile protagonista di April, fa nascere bambini e pratica aborti. Non porta alla vita e non dispensa morte, ma semplicemente si occupa delle sue pazienti accudendo i loro corpi e il loro stato d'animo in momenti delicati. La sua posizione, come ha detto la stessa regista, è quella di chi «resta con i piedi per terra e ben separata dal resto del mondo». Nina non può avere emozioni, non può dispensare amore (ha rinunciato a un compagno e la sera va a caccia di uomini con cui fare sesso senza alcun trasporto), non può cedere alle proprie convinzioni nemmeno quando un neonato muore o una donna che ha aiutato ad abortire viene uccisa. Nina sta sulla soglia tra la vita e la morte, il prima e il dopo, l'inverno e la primavera, come del resto la creatura misteriosa su cui il film si apre e che più volte torna come presenza perturbante: un mostro pansessuale che proviene forse dalla tradizione folklorica georgiana e che non sembra appartere a questo mondo pur facendone parte, ripugnante e incantato, vicino e lontano, nel passato e nel presente, simbolo di morte e forse passaggio verso una nuova vita.
April non è un film facile, nemmeno vuole esserlo: le inquadrature di Dea Kulumbegashvili sono spoglie e fisse; il ritmo del montaggio è piano e dilatato; i dialoghi sono artificiosamente laconici ed estenuanti; le azioni sono mostrate nella loro nettezza ed evidenza (ma la lunga scena dell'aborto non ha il coraggio di mostrare l'immostrabile...). A tratti, però, la freddezza dello stile è squarciata da sequenze di straordinaria potenza visiva, come la ripresa a distanza di un impetuoso temporale, l'inquadratura fiammeggiante di un campo di fiori o il cupo calare della notte su una campagna invasa da suoni lontani. Il modo in cui la regista filma la natura ricorda la profondità magnetica del cinema di Carlos Reygadas, mentre il simbolismo da realismo magico (che rimane inesplicato e lascia allo spettatore il compito di dare al film una propria interpretazione) ricorda il cinema sovietico e in tempi più recenti le opere di finzione di Sergei Loznitsa. Se la messinscena di Kulumbegashvili rimanda in modo fin troppo evidente al cinema d'autore europeo, la sua rappresentazione del rapporto fra femminilità e mondo è unica e potentissima. Alle scene di parto e di aborto, fisse e insostenibili, fanno eco le aperture spaventose delle riprese naturali, realizzando così la magia di un cinema che a tratti sa catturare il respiro del mondo, la vividezza tangibile della vita. La stessa Nina, che ha il volto dolente di Ia Sukhitashvili (già interprete protagonista di Beginning), è specchiata dalla figura mostruosa la cui apparizione punteggia il film, destinata a restare inesplicabile come inesplicabile è la vita stessa, crudele nella morte e indifferente nella nascita. April non ha una vera e propria storia. Non ha nemmeno un tempo narrativo. Ha solo un incidere di situazioni che rendono conto, da un lato, dell'esistenza del mondo e, dall'altro, della presenza di una vita, quella di Nina, che si chiama fuori dalla società ma vuole lasciare traccia del suo passaggio. «Nina non può contribuire al cambiamento», come ha ancora detto la regista, eppure c'è, agisce, ascolta, si prende le sue responsabilità. Nina ha un corpo (a volte viene picchiato e vilipeso, altre imposto da lei stessa in casa d'altri) e soprattutto uno sguardo, che sovente coincide con quello della macchina da presa. Kulumbegashvili usa sovente la ripresa in soggettiva della protagonista o si muove in lente panoramiche per passare da un personaggio all'altro e da uno sguardo all'altro: un modo estremo, non facile da accettare ma ammaliante, per rappresentare con le immagini la scelta etica per cui vivere - e vivere in un mondo violento e osceno dove le donne sono ancora e sempre le vittime - significa agire, guardare, esserci, e non nascondersi.
Non ci saremmo aspettati un film così radicale dalla regista georgiana Dea Kulumbegashvili. C'è chi è uscito dalla sala dopo dieci minuti e chi è rimasto inchiodato sulla poltrona con le pupille dilatate e il respiro soffocato fino alla fine. La fissità e la dilatazione temporale, la camera che inquadra una porzione di spazi e corpi che reagiscono a ciò che accade fuori campo, lasciando che il fuori [...] Vai alla recensione »
Nina è una ginecologa finita nei guai per aver gestito male un parto. Poi è sospettata di passare farmaci anticoncezionali sottobanco alle pazienti e di praticare aborti illegali nelle zone rurali. Gira in macchina per le periferie rimorchiando partner occasionali con cui ha rapporti compulsivamente violenti. La sua storia repressa di traumi romantici e sessuali è solo accennata.
Il formato è 4:3, le inquadrature sono fisse ma non ferme, nell'oscillazione lieve di una camera a mano: tutto suggerisce un sistema oppressivo, di chiusura e di controllo, sulla vita della protagonista. E delle donne georgiane in generale, perché Nina fa l'ostetrica in città e pratica aborti clandestini nei villaggi, dove ragazze giovanissime o mogli esauste cercano di sottrarsi a gravidanze che non [...] Vai alla recensione »
Dea Kulumbegashvili è cresciuta a Lagodekhi, in Georgia, ha studiato a New York, non vive più nel suo Paese ma i luoghi dell'infanzia compongono la texture fisica e emozionale in cui abitano le sue storie. Era lì che si muoveva Beginning, il film d'esordio premiato al Festival di San Sebastian che l'ha rivelata, e quel paesaggio nella palette dei colori di una natura che riflette l'intimità dei personaggi [...] Vai alla recensione »
È forse il film di questa edizione 2024 del Concorso veneziano che resta maggiormente segnato da una forte connotazione formale, a tratti perfino esasperata e quasi prevalente rispetto al suo contenuto in una simbiosi che diventa necessariamente cifra stilistica sulla quale è costruito il film. Nina è una ostetrica preparata e scrupolosa e lavora in un ospedale.
Una creatura apparentemente umana dall'età e dal sesso indefinibili, in bilico forse tra morte e (ri)nascita, viene fagocitata dal buio della notte, mentre lo spazio sonoro è invaso da voci infantili. Piove, sulla campagna georgiana, allagando d'acqua e di fango i terreni e le strade. Progressivamente mettiamo a fuoco il personaggio di Nina (Ia Sukhitashvili), che è un'ostetrica e ginecologa esperta, [...] Vai alla recensione »
Il cinema della contemplazione ha trovato una nuova esponente in Dea Kulumbegashvili, trentottenne georgiana che, dopo il folgorante debutto Beginning, approda in Concorso a Venezia 81 con April. Un film consapevolmente estremista che conferma - anzi: ribadisce - il rigore di un'autrice consapevole di agire all'interno di un movimento transnazionale e, al contempo, del tutto posizionata nel suo orizzonte [...] Vai alla recensione »
Respiri pesanti e persistenti si rincorrono attravero le lunghe inquadrature di April. Quasi a comporre una sorta di colonna sonora per l'altrimenti silenziosissimo mondo creato dalla georgiana Dea Kulumbegashvili - qui al suo secondo lungometraggio. Una realtà immobile, per certi versi quasi fuori dal tempo. Irreale nelle sue architetture per lo più intonse, immacolate, vergini.
Rigore. Fuoricampo. Sottrazione. L'impressione forte, durante la visione di April, opera seconda della georgiana Dea Kulumbegashvili, è che questi tre termini siano ribaditi a ogni pie' sospinto, come se il pubblico dovesse progressivamente assimilarli alla stessa stregua di come si finisce per accettare i dogmi, ciò che non può essere messo in discussione.
In una non meglio identificata cittadina della provincia georgiana, Nina fa l'ostetrica all'ospedale locale e, oltre a dover affrontare dei seri problemi sul posto di lavoro a causa di un neonato morto di ipossia durante un parto complicato, viene accusata di praticare aborti illegali per le ragazze di villaggi sperduti alle pendici dei monti del Caucaso.