Il Giovane Picasso

Un film di Phil Grabsky. Documentario, Ratings: Kids+13, durata 85 min. - Gran Bretagna 2019. - Nexo Digital uscita lunedì 6 maggio 2019.
   
   
   

La costruzione di un genio Valutazione 4 stelle su cinque

di vanessa zarastro


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venerdì 3 maggio 2019

Phil Grabsky ha elaborato un documentario sulla gioventù di Picasso che sarà nelle sale solo per tre giorni, nel ciclo La Grande Arte al Cinema, dal 6 all’8 maggio. Il regista si è specializzato in film d’arte, ne ho visti un altro paio di recente: “Il giardino degli artisti - L’impressionismo americano” del 2017 e “David Hockney alla Royal Academy of Arts “del 2018.
Ne “Il Giovane Picasso” il regista narra l’infanzia e l’adolescenza di uno dei più celebri artisti della storia che si svolge in Spagna: Malaga, Barcellona - e alla fine Parigi - sono i “luoghi” di formazione di Pablo messi in evidenza dal documentario. Attraverso varie interviste e qualche lettura di frasi di artisti suoi contemporanei, il filmato mostra con cura ciò che deve aver stimolato la fantasia di Pablo Ruiz y Picasso.
Il docu-film è ben montato, alcuni critici asseriscono che è condotto come una detective story, svelando poco a poco i fatti che hanno portato il giovane pittore spagnolo a diventare una notorietà mondiale. Si alternano in questa prima parte varie personalità spagnole come José Maria Luna, Direttore responsabile della gestione della casa Natal di Picasso a Malaga, José Lebrero, Direttore Artistico Museo Picasso Malaga, Rafael Ingrada, storico della Fondazione Picasso-Casa Natal, con gli interessanti racconti del nipote Olivier Widmaier Picasso (figlio della figlia Maya) che accompagnano il filmato fino alla fine.
Nasce il 25 ottobre 1881 a Malaga, primogenito di Don José Ruiz y Blasco, un onesto pittore che insegnava di disegno alla Scuola delle Belle Arti, e Maria Picasso y López, una donna di origine italiana, della quale prenderà più tardi il nome d'arte.
Di Malaga Picasso assimila i colori del mar mediterraneo, vede e disegna la corrida (a otto anni), osserva gli animali, dipinge i piccioni, uccelli urbani per antonomasia. Le sue radici sono dunque spagnole, e precisamente malagueñe. La sua infanzia è vissuta in un mielieu di piccola borghesia, ma piena di stimoli visuali, in un contesto di lotte sociali, dove c’erano o i molto ricchi o i molto poveri.
Picasso andrà a scuola a La Coruña in Galizia per quattro anni, ma poi da lì la famiglia si trasferisce a Barcellona. Poiché il primo maestro di Pablo è stato il padre, i suoi dipinti di questa fase sono prevalentemente ritratti, come da tradizione, o anche autoritratti.
In questa parte catalana, il filmato mostra le interviste di Eduard Vallès, Senior Curator del Museo Nazionale d’Arte de Calaluña, e di Livia Loreti, Modern Art Scholar & Curator che commentano la sua vita a Barcellona dal 1895, un grosso centro culturale ed eclettico. Proprio nello stesso periodo Ildefons Cerda metteva a punto il suo piano urbano dell’Eixample, il secondo distretto che occupa la parte centrale di Barcellona: una maglia uniforme che configura e definisce gli isolati quadrati dagli angoli smussati della lunghezza di poco più di cento metri di lato. Pablo approdò quindi, a tredici anni, in una metropoli ricca di suggestioni culturali, con i primi edifici di Gaudì appena realizzati e animata dai nuovi fermenti del modernismo catalano, e caratterizzata da un’indipendenza politica, stabilità economica e prosperità artistica.
Vengono così intervistati i responsabili delle istituzioni d’arte di Barcellona tra cui Reyes Jiménez, Capo del Restauro e Conservazione del Museo Picasso di Barcellona che parla del quadro, in restauro, “Scienza e Carità” del 1897, uno studio di grande formato, considerato l’apice della sua educazione accademica. Infatti, la scienza e la medicina diventano dei temi classici della fine dell’Ottocento.
Barcellona possedeva questo doppio aspetto: da un lato l’accademia piuttosto conservatrice imponeva copie, riproduzioni cui, ovviamente, Picasso si ribellava, dall’altra la città era estremamente vitale, dove la gente vivace e le prostitute per le strade, costituirono una fonte d’ispirazione per Pablo Picasso. Le solide basi che ha avuto nella sua formazione, gli hanno permesso poi di rompere le regole e trasgredire tutti gli insegnamenti, formarono la sua peculiare personalità d’artista.
Picasso studia anche all’Accademia Reale San Fernando di Madrid, dove visitando il Prado ha l’opportunità di conoscere la pittura dei più grandi pittori spagnoli.
Dal 1898 è di nuovo Barcellona dove ama passare molto tempo al famoso “Cafè 4 gatti”, ritrovo di artisti vari, e dove nel 1900 partecipa a una mostra collettiva insieme ad artisti catalani.
Il quadro dove si nota un reale cambiamento nella pittura di Picasso è quello che rappresenta la sorella Lola vicino alla finestra aperta del 1900, ed essendo controluce, non si vedono i lineamenti del volto. Sembrerebbe essere un inizio verso una ricerca di libertà. Contemporaneamente Picasso dipinge anche ciò che vede dalla finestra dei vari studi che cambia: tetti, altane, paesaggi urbani, quello che oggi si chiamerebbe sky-line.
Da qui in poi nel documentario, si alternano prevalentemente le interviste a Emilia Philippot, Curatrice Capo del Museo Nazionale Picasso-Paris e quella di Anne Umland Senior Curator of Painting & Sculpture MoMA New York.
Dal 1900 Picasso inizia a fare vari viaggi a Parigi (appena inaugurata l’Esposizione Universale), dove poi rimarrà permanentemente dal 1904. A Parigi inizia a frequentare i cafè (Royal, Moulin Rouge, Moulin de la Galette, Le Saint Jean e, più tardi, Au Lapin Agile). Sarà a contatto con tutta l’arte d’avanguardia che c’era in quegli anni (Impressionisti, Espressionisti, van Gogh) e Montmartre diventa una sorta di colonia spagnola.
Per la prima volta nella vita Pablo Picasso, che era stato abbastanza viziato finché era in famiglia, deve iniziare a mantenersi da solo, non parlava francese, ma si sentiva finalmente libero, anche di seguire le sue curiosità e scelte artistiche. È lì che lascia il cognome del padre e adotta solo quello della madre come in una sorta di affrancamento dalla pittura tradizionale.
Esegue vari schizzi veloci della gente, e nelle sue peregrinazioni notturne tra balletti, e prostituzione, viene a contatto con Toulouse-Latrec. Aveva solo 19 anni quando è arrivato a Parigi, ma è un grande osservatore, imprime nuove tonalità di colore ed inizia la sua evoluzione. Vive al Bateau-Lavoirche, uno stabile (oggi si direbbe un edificio di archeologia industriale) sito al numero 13 di place Émile-Goudeau nel quartiere di Montmartre e si forma una bande à Picasso, come venne soprannominata, cui facevano parte oltre al suo amico e pittore spagnolo Carles Casagemas, anche André Derain, Maurice Denis, Max Jacob e Guillaume Apollinaire, con il quale divideva l’interesse per la poesia.
Conosce Ambroise Vollard che ha una galleria in rue Laffitte, dove riesce a vendere una sessantina di quadri. Ciò nonostante Picasso ha difficoltà economiche e non potendo permettersi più di comprare le tele, inizia a dipingere sul cartone.
Ma già nei primi anni parigini una disgrazia lo colpirà profondamente: il suo amico Carles Casagemas, il 17 febbraio del 1901 si spara per l’amore non corrisposto di Germaine Gargallo.
Da qui inizia il cosiddetto periodo blu di Picasso, in cerca di una sua identità. Dipinge quadri dove il soggetto è il concetto di povertà, dipinti in cui la carica simbolica è importante, i soggetti sono spesso vagabondi o donne povere. Nello stesso periodo dipinge anche quadri a carica erotica, nudi femminili. Conosce la bellissima Fernande Olivier che diventerà la sua musa e la sua amante per sette anni .
Dipingeva durante la notte, per non essere disturbato, e dormiva la mattina. Con Fernande visitò Gosol, un paesino incastonato nei Pirenei dove scoprì una statua iberica preromana che gli fece scattare molte curiosità. I suoi paesaggi di Gosol color ocra segnano il passaggio al cosiddetto Periodo rosa (1904/1906) che trova le sue motivazioni - secondo il nipote Olivier Widmaier Picasso - da un lato nell’attrazione per il circo con gli arlecchini e i saltimbanchi così pieni di colori, nel fatto che, finito il periodo di difficoltà economiche, Picasso trova un maggior piacere nella vita.
Inizia man mano un periodo di interrogativi, di riflessioni filosofiche sul senso dell’arte, e sui linguaggi figurativi. Picasso comincia a scolpire e si interessa anche delle maschere, come per andare oltre il realismo. È attratto, inoltre, dai periodi non classici e dalla cultura non occidentale.
Nel “Harem” del 1906 si riscontra una forte semplificazione delle forme, la loro geometrizzazione rende la pittura più vicina alla scultura. Più che interessarsi di chi rappresenti realmente il quadro, si interessa di come sono rappresentati i corpi.
L’apice di questo periodo, che può essere considerato l’inizio del cubismo, è rappresentato da “Les Demoiselles d’Avignon” del 1907. Qui Picasso usa un linguaggio estremamente moderno. Vuole essere un innovatore, un provocatore. Le donne rappresentate sono prese dalla strada e il quadro è una scena senza filtri di un bordello. Negli schizzi preparatori appaiono anche due maschi, due clienti: un sarto e uno studente di medicina che, nella trasposizione del quadro diventano lo sguardo con cui si osservano le donne. Il bordello ritratto è probabilmente la reminiscenza dell’iniziazione sessuale di Picasso al Carrer d’Avinyo di Barcellona.
I volti sono geometrizzati, risentono delle influenze delle sculture egizie e dei volti dipinti da Gaugin, sono visti contemporaneamente di fronte e di profilo: su un solo piano diversi punti di vista. Ciò è da considerarsi un valore aggiunto della pittura che stimola l’immaginazione dell’osservatore e ricostruisce intellettualmente la complessità di un oggetto: una struttura tridimensionale.
“Les Demoiselles d’Avignon” furono un grosso shock per tutti anche per i più intimi amici come Leo Stein, Matisse e André Breton che si chiedevano perché Picasso avesse voluto fare una cosa così diversa.
Picasso in tutta la sua vita non smise mai di sperimentare come se non fosse mai soddisfatto del suo lavoro, di se stesso, spaziando in altre aree: ceramiche, disegni, incisioni, olio, in tutto circa 50.000 opere. Il documentario si ferma qui, chiude con un’immagine di Guernica come summa del XX secolo. 

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