Dogman

Un film di Matteo Garrone. Con Marcello Fonte, Edoardo Pesce, Nunzia Schiano, Adamo Dionisi, Francesco Acquaroli.
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Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 100 min. - Italia 2018. - 01 Distribution uscita giovedì 17 maggio 2018. MYMONETRO Dogman * * * * - valutazione media: 4,22 su 37 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

La fiaba nera di "Dogman" tra relitti di umanità

di Emiliano Morreale La Repubblica

Matteo Garrone conferma il suo valore con uno dei film più potenti e compatti del festival. Si tratta di un piccolo progetto, realizzato nelle more del Pinocchio, sospeso e appena riannunciato; una vicenda che poteva essere semplicemente un compendio delle sue ossessioni legato al versante "nero" di L'imbalsamatore e Primo amore, ma che diventa qualcosa di più, come se il senso dell'opera scaturisse dalla forza allucinata dello stile. Lo spunto iniziale è la vicenda del "canaro", fattaccio di cronaca della Roma anni 80: un toelettatore per cani torturò e uccise il bullo di quartiere che lo vessava, facendo scempio del cadavere. Qui Marcello (Marcello Fonte), separato dalla moglie e con una figlia, è una specie di ultimo tra gli ultimi, che nel suo negozietto in un ecomostro (il set è il villaggio Coppola, lungo la via Domitiana, ma l'ambientazione non è specificata) cerca di tirare aventi facendosi accettare dagli abitanti del quartiere, e subendo le prepotenze di Simoncino (Edoardo Pesce), energumeno violento di cui molti si vorrebbero liberare. Ma il rapporto tra i due, e di Marcello con il prossimo in genere, non è schematico: piccole sfumature lo arricchiscono di una dimensione sottile, anche se il film è in apparenza tutto fatti e cose. Chi cerca la morbosità resterà deluso. Dogman è una fiaba nera angosciante, cupissima, in cui il compiacimento è evitato grazie a una dote primaria, che Garrone possiede in sommo grado: il trasporto sensuale per ogni ambiente osservato, fosse pure il più abbrutito; la promiscuità con cui aderisce ai propri personaggi. La cosa sorprendente del film è proprio l'amore del regista per i suoi personaggi, mai guardati dall'alto in basso; a cominciare dal protagonista, che alla fine, nella sua miseria, è quasi un paradossale Cristo di oggi, capro espiatorio di colpe altrui che all'inizio fa in pratica resuscitare un cadavere (non diciamo altro), e che alla fine trascina sulle spalle un peso sovrumano in una specie di via crucis. Come Reality non era un film sulla tv, ma l'apologo di un santo all'incontrario perseguitato da una Chiamata, anche Dogman è, a suo modo, un film religioso. Garrone va oltre ogni rappresentazione sociologica e supera per così dire il realismo estremizzandolo; utilizza il luogo con quella sensibilità da pittore già all'opera in Gomorra, come uno scenario da fantascienza post-apocalittica, di cui sottolinea l'aspetto quasi teatrale con l'uso di piani fissi e inquadrature a figura intera. Non ci sono più storia e politica nel mondo di Dogman, fatto di una violenza primaria, e non ci sono quasi nemmeno donne. Rimane una comunità di relitti, quasi tutti maschi (s'intravede una moglie, e c'è la figlia, unico barlume di umanità), senza altro movente che il denaro e la sopravvivenza personale. Insomma, uomini come noi. Il protagonista ha di diverso questo attaccamento quasi ferino per umani e animali, e la sua vera ferita è l'essere bandito da una comunità, per quanto incarognita e violenta. La regia inchioda in maniera quasi soffocante, aderendo perfettamente al racconto, senza una sola scelta banale e senza esibizionismi. Con il suo sorriso mite e quasi ebete, e con un romanesco parlato con accento calabrese, l'uomo dei cani Marcello Fonte è indimenticabile, è il film stesso. Intorno a lui un coro di personaggi definiti con pochi tocchi, grazie anche a un cast impeccabile: Garrone (non lo si dice mai) è anche un grande direttore d'attori.
Da La Repubblica, 17 maggio 2018


di Emiliano Morreale, 17 maggio 2018

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