Van Gogh - Sulla soglia dell'eternitÓ

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Un film di Julian Schnabel. Con Willem Dafoe, Rupert Friend, Oscar Isaac, Mathieu Amalric, Emmanuelle Seigner.
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Titolo originale At Eternity's Gate. Biografico, Ratings: Kids+13, durata 110 min. - USA 2018. - Lucky Red uscita giovedý 3 gennaio 2019. MYMONETRO Van Gogh - Sulla soglia dell'eternitÓ * * 1/2 - - valutazione media: 2,87 su 58 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Il travaglio a colori del pittore disturbato. Valutazione 3 stelle su cinque

di Great Steven


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sabato 27 aprile 2019

VAN GOGH – SULLA SOGLIA DELL'ETERNITà (USA/FR, 2018) diretto da JULIAN SCHNABEL. Interpretato da WILLEM DAFOE, RUPERT FRIEND, MATHIEU AMALRIC, MADS MIKKELSEN, EMMANUELLE SEIGNER, OSCAR ISAAC, VLADIMIR CONSIGNY, STELLA SCHNABEL, NIELS ARESTRUP, AMIRA CASAR
Vincent Van Gogh, dopo un’esperienza parigina che non gli frutta la medesima fortuna che all’epoca (fine anni 1880) ebbero gli Impressionisti, si reca ad Arles, paesino francese di campagna ideale per dipingere gli ampi paesaggi da lui amati. Gli abitanti, però, lo considerano un deviante e lo maltrattano provocandogli nell’animo irrequieto reazioni impulsive. Durante i ricoveri in ospedale, il fratello minore Theo, unica persona al mondo che comprende il pittore e crede nelle sue capacità artistiche, gli consiglia di farsi spedire le opere a Parigi, cosicché lui, stimato mercante d’arte, le possa vendere. Ma neanche questo funziona: i quadri di Vincent non riscuotono successo e lui continua a vivere da povero ad Arles, dove fa la conoscenza di Madame Ginoux, procace tenutaria di un’osteria, alla quale dedica, all’insaputa di lei, un intero quaderno di acquerelli. Theo convince il pittore francese Paul Gauguin a dividere un appartamento col fratello maggiore, proponendogli lo stesso contratto offerto a Vincent, in modo che Gauguin possa ricavare da quella convivenza in affitto il denaro occorrente per partire alla volta della Martinica. Gauguin accetta e Vincent è ben lieto di avere accanto a sé un collega che adora, ma il rapporto fra i due è complicato dal fatto che il francese disprezza il mondo di dipingere di Vincent e che quest’ultimo continua a comportarsi in modo irrazionale e nervoso di fronte anche a queste intemperanze. Va a finire che Paul lo abbandona e Vincent, disperatamente solo, si mozza il lobo d’un orecchio e, in seguito a questa autolesione, decide di farsi ricoverare nel manicomio di Saint-Rémy. Lui prova a spiegare ai medici che lo assistono e ad un prete che si apre a lui (ma in maniera non troppo cordiale) il motivo che lo spinge ad esternare il suo mondo interiore mediante la pittura. Successivamente, poiché a livello clinico sembra guarito, Vincent va a vivere ad Auvers-sur-Oise, ospite del dottor Paul-Ferdinand Gachet, per cui realizza un ritratto, finché un pomeriggio un colpo di pistola inferto al ventre gli toglie la vita a soli trentasette anni. Ennesimo film sul pittore più controverso, ammirato, incompreso e discusso di ogni epoca, lo si potrebbe credere, prima di entrare in sala a vederlo (perché merita assolutamente d’essere visto in sala), una biografia con un andamento più rapido e denotato da un minor ammasso di psicologia, mentre si presenta come un’opera finemente concentrata sull’obiettivo di una rappresentazione scenica imperniata sulla coralità della mente di Van Gogh e, al tempo stesso, una spiegazione sintetica ma efficace della sua arte, intesa, come traspare dai dialoghi, quale suo unico sistema di sopravvivere. Dafoe, premiato con la Coppa Volpi a Venezia 2018, gli dà l’acqua della vita parlando spesso a mezza voce e gettando nel vuoto sguardi trasognati, cosicché il suo protagonista dai capelli rossi e il volto precocemente invecchiato risulti la conseguenza di un cervello alienato che va in cerca di comprensione umana trovando soltanto rifiuti sdegnosi e senza raccogliere mai un cenno di apprezzamento sul proprio repertorio. Una cosa che però il film di J. Schnabel non sottolinea – e in ciò ha un torto piuttosto riprovevole – è l’abilità che ebbe Van Gogh nella scrittura: è vero che il mito del pittore pazzo ha da sempre affascinato migliaia di critici e semplici appassionati d’arte, ma più che darvi retta ciecamente, sarebbe più educativo far leva su quel carteggio epistolare che per moltissimi anni Vincent intrattenne con Theo, carteggio denso di un talento letterario davvero stupefacente, forse addirittura migliore nel descrivere la sua personalità tormentata che non i colori accesi e intensi dei quadri. Dopotutto, nell’intimo profondo, Vincent fu un osservatore poco attento e più che altro meditabondo sui propri pensieri, le cui riflessioni andavano sovente a una sorta di autarchia psicoanalitica di vedere ciò che disegnava, il che non corrispondeva con troppa aderenza alla realtà, ma costituiva una triste fuoriuscita di un sentimento brutalmente ferito: invece, le emozioni che trasudano con coraggio dalle lettere rivelano (e in parte la pellicola lo dimostra nei monologhi a schermo buio) un caleidoscopio interiore molto sincero in merito alle cose che si guardano ogni giorno, alle persone che si conoscono approfondendone il linguaggio espressivo e alla natura che in ogni senso sputa fuori un senso relativo a come è fatta. Schnabel, insieme ai co-sceneggiatori Louise Kugelberg e Jean-Claude Carrière, gli restituisce dignità senza drammatizzarne il mesto itinerario, sbagliando solo nel finale in cui avvalora la tesi ben poco credibile che, a ucciderlo, fossero stati senza volerlo due ragazzini con inclinazioni delinquenziali, di cui uno armato di rivoltella. Quanto agli altri attori, spiccano E. Séigner con la sua Madame Ginoux col suo sguardo contemplativo, M. Amalric (peccato per il suo ruolo, ridotto a poco più di un cameo) nei panni del dott. Gachet, O. Isaac nelle vesti di un Gauguin fascinoso e inflessibile sulle metodologie lavorative e M. Mikkelsen col suo sacerdote ottuso. Menzione speciale per un formidabile R. Friend che recita Theodorus Van Gogh con un trasporto affettivo eccellente, dimostrando quanto i due fratelli si volessero bene al di là del rapporto di parentela, ma proprio e principalmente per la vicendevole fiducia. Contribuiscono a renderlo un prodotto di buon artigianato, nonostante le sue numerose imperfezioni, la fotografia di Benoît Delhomme e gli effetti speciali di Thibaut Granier. Dedicato allo stilista tunisino Azzedine Alaïa. Di forte pregio la cura ambientale, assai meno incisiva l’amarezza di fondo che lascia al termine della proiezione (virata con destrezza scaltra verso un involontario compatimento). Distribuito in Italia da Lucky Red.

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