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claudiofedele93
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lunedì 11 gennaio 2016
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otto piccoli pistoleri per tarantino.
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Sono pellicole sempre dotate di un fascino grottesco ad al contempo realistico, quelle del maestro Tarantino, un uomo che, a suo dire, si è fatto strada nella settima arte per conto proprio, non studiandola in accademia, ma vivendola sul campo ed amandola fino all'inverosimile, osservando attentamente le pellicole altrui, partendo da quel negozio di video-noleggio che possedevano anni or sono, fino ad arrivare a mettere la firma su veri e propri capolavori che si sono fatti apprezzare dalla maggior parte dei critici e degli spettatori.
Dopotutto, se è vero che nessun grande artista inventa, ma che tutti rubano un po’ di qua ed un po’ di là, è possibile, con poco, convincersi che Quentin sia il più abile e letale dei ladri ed il cineasta che più deve a chi l'ha plasmato fino al midollo, grazie al quale è riuscito a creare storie che, a distanza di tempo, facciamo fatica a dimenticare, vuoi per le particolari sceneggiature cariche di forza o per i dialoghi brillanti, capaci di far breccia nell’immaginario collettivo con l’ausilio di particolari espressione, o per la regia da una parte piena di brio e dall'altra ferma su quelli che sono i capisaldi della tecnica cinematografica per eccellenza.
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Sono pellicole sempre dotate di un fascino grottesco ad al contempo realistico, quelle del maestro Tarantino, un uomo che, a suo dire, si è fatto strada nella settima arte per conto proprio, non studiandola in accademia, ma vivendola sul campo ed amandola fino all'inverosimile, osservando attentamente le pellicole altrui, partendo da quel negozio di video-noleggio che possedevano anni or sono, fino ad arrivare a mettere la firma su veri e propri capolavori che si sono fatti apprezzare dalla maggior parte dei critici e degli spettatori.
Dopotutto, se è vero che nessun grande artista inventa, ma che tutti rubano un po’ di qua ed un po’ di là, è possibile, con poco, convincersi che Quentin sia il più abile e letale dei ladri ed il cineasta che più deve a chi l'ha plasmato fino al midollo, grazie al quale è riuscito a creare storie che, a distanza di tempo, facciamo fatica a dimenticare, vuoi per le particolari sceneggiature cariche di forza o per i dialoghi brillanti, capaci di far breccia nell’immaginario collettivo con l’ausilio di particolari espressione, o per la regia da una parte piena di brio e dall'altra ferma su quelli che sono i capisaldi della tecnica cinematografica per eccellenza.
Tarantino è questo e molto altro, un cocktail ben amalgamato di genio e follia, innovazione e citazione, elegante e caotico, serio e divertente, insomma, un fenomeno pop ed allo stesso tempo un archeologo di un Cinema che molti oggi hanno dimenticato o non hanno mai avuto la fortuna di vedere per innumerevoli motivi. Eppure, dietro ad una giostra complessa di personaggi incredibilmente variegati, come quelli da lui creati per The Hateful Height, che se le dicono e se le fanno di tutti i colori nelle tre ore necessarie ad arrivare ai titoli di coda, mai si ha il sentore che quello a cui siamo messi davanti sia una pellicola pacchiana, stucchevole, fredda o pretenziosa.
In effetti, come sarebbe possibile credere di quanto scritto quando si parla di un uomo, e del suo operato, che ha sognato tutta la vita di vivere accanto a quelle icone che, forse, noi stessi facciamo fatica a celebrare e riconoscere come astri lucenti di cultura e creatività. Mr. Tarantino è, prima di essere un regista osannato e di talento intramontabile, un fan sfegatato di quei maestri (Italiani, Orientali, Europei, Giapponesi e Americani) che gli hanno permessi di diventare, semplicemente, ciò che ora è: un giovane che ancora fatica a credere che quel che la pellicola è capace di mostrare sia puro intrattenimento o sequenze di fotogrammi, poiché è immerso, fino all'inverosimile, in ogni secondo di quanto gli viene mostrato in una sala di un qualunque cinema, convinto fino alla pazzia che sul grande schermo le favole diventino davvero realtà.
Per questo motivo The Hateful Eight è una pellicola capace di trascendere il genere di appartenenza, essa si traveste da Western, ma di quel preciso cinema non porta che l'estetica ed i suoni, la musica del maestro Ennio Morricone e qualche riferimento storico piazzato accuratamente nei momenti opportuni. La storia degli 8 protagonisti è un thriller in tutto e per tutto, che prende forma sequenza dopo sequenza fino a palesarsi come tale una volta che la vicenda giunge ad una precisa maturazione e tocca le vette più alte di pathos.
Siamo, forse non a caso, dinnanzi ad un giallo affine, magari per alcuni fin troppo, a quelli che scriveva Agatha Christie, a quelle storie dal sapore di “Dieci Piccoli Indiani” o “Assassino sull'Oriente Expresse” dove le persone e il luogo sono ridotti al minimo ed hanno un'importanza spropositata, mostrando sfaccettature che, con l'avanzare dei minuti, si fanno sempre più interessanti e profonde.
A dare un po’ di vita e far vibrare le corde della tensione ci sono i dialoghi e le battute classiche ormai del repertorio del celebre film-maker, quel “negro” tanto odiato da Spike Lee, e quell'ironia, a volte tanto nera e spinta, da squarciare in piccoli frammenti, come una pallottola, le fila di un intero discorso portato avanti da più comprimari.
In fondo di cosa parla questa storia incentrata su 8 sfortunati sconosciuti costretti a passare qualche giorno insieme in una catapecchia di montagna? E’ un affresco crudele dell’America, messo in luce anche attraverso l'uso di metafore sessuali e di giochi di potere esercitati con l'opportunismo giusto, un plastico vecchio di due secoli in miniatura spietato, ove ogni componente agisce e si immedesima in una precisa realtà che, da intenti nobili e ideali degni di memoria, finisce nel trasformarsi in una civiltà che lascia sempre più se stessa alle spalle, diventando l'ombra di quello che era stata un tempo, dimenticandosi di coloro che l'hanno costruita per renderla migliore, quegli idoli che gli U.S.A. hanno celebrato per poi distruggere immediatamente dopo la loro caduta.
Distante centinaia di secoli da quella sfumatura on-the-road che stava al centro di Django, The Hateful Eight regala allo spettatore una visione originale e straordinariamente appagante, sorretta da un ritmo sostenuto che offre continui momenti di riflessione da affiancare a (poche) sequenze ricche di azione o tensione, tutte unite da una storia che, se seguita grazie alla brillante sceneggiatura, riuscirà a tenere saldo l’interesse sotto ogni punto di vista per tutto il suo percorso. Siamo lontani anni luce da quelli che erano i toni del primo Kill Bill o da quella sfrenata animosità tipica di Django Unchained, mentre è facile accostare l'ultima fatica di Tarantino ad i suoi lavori un po’ più intimi e elaborati, quali Kill Bill Vol. 2 o Le Iene, ove, in tal caso, molti saranno i parallelismi tra le due produzioni.
The Hateful Eight, che i più fortunati potranno visionare anche nei cinema con una proiezione a 70mm, è un lento processo di consapevolezza e un testamento a dir poco personale che Tarantino realizza in nome di tutto ciò che crede. E’ una critica al suo paese, è un elogio alla propria terra natale, è un omaggio al cinema (riscontrabile anche grazie ad un preciso uso di telecamere e fotografia), è un atto d'amore al Western e a quelle leggende viventi che lui ha amato (non sono casuali il coinvolgimento di Morricone o i costumi che in alcuni frangenti ricordano quelli di “Il Buono, il Brutto, Il Cattivo”), il tutto è un vero e grande momento di Cinema che non capita, purtroppo, spesso di vedere. The Hateful Eight non sarà, probabilmente, idolatrato quanto gli altri lavori del regista, ma resterà un film importante, di cui se ne sentirà il peso negli anni avvenire, destinato a non far divertire lo spettatore a suon di sparatorie o volgarità, ma a farlo ragionare con l'ausilio dell'intreccio del racconto di cui si fa portavoce. Un giallo intellettuale godibile, in salsa western, attuale, che parla di persone buone e dannate, uomini e donne, che vanno avanti sul patibolo della morte, laddove ogni speranza è perduta e ogni segno di civiltà dimenticato.
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[+] cinema, politica razziale e western by tarantino
(di antonio montefalcone)
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enrike b
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domenica 3 gennaio 2016
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buon vecchio tarantino... sempre il solito
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Tre stelle forse sono poche, ma la verità è che personalmente mi sarei aspettato da qualcosa di più da Tarantino, che ormai ha trovato il suo personale stampino per scrivere e dirigere film. Il valore di Quentin è fuori dubbio, ma il film, se conoscete molto bene i suoi film precedenti, non ha quei dialoghi brillanti che tanto hanno contraddistinto il suo cinema. Comunque The Hateful Eight resta un buon film: ben diretto, ben scritto, ben interpretato da tutti ottimi attori tarantiniani, il tutto in quasi 3h di pellicola che volano senza annoiare mai, per niente scontato se si pensa che si svolge tutto in un unico ambiente (un po' quasi come nel suo primo Le Iene).
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Tre stelle forse sono poche, ma la verità è che personalmente mi sarei aspettato da qualcosa di più da Tarantino, che ormai ha trovato il suo personale stampino per scrivere e dirigere film. Il valore di Quentin è fuori dubbio, ma il film, se conoscete molto bene i suoi film precedenti, non ha quei dialoghi brillanti che tanto hanno contraddistinto il suo cinema. Comunque The Hateful Eight resta un buon film: ben diretto, ben scritto, ben interpretato da tutti ottimi attori tarantiniani, il tutto in quasi 3h di pellicola che volano senza annoiare mai, per niente scontato se si pensa che si svolge tutto in un unico ambiente (un po' quasi come nel suo primo Le Iene). C'è una grande musica di Morricone, c'è un po' di splatter che Quentin non ci fa mai mancare nei suoi film, la divisione in capitoli come in Kill Bill che funziona molto bene..... Insomma tutto molto ben fatto, ma la sensazione è che Tarantino abbia girato il mestolo nel pentolone del suo solito minestrone, che è un gourmet da Chef da 5 stelle e non tradisce mai... ma a forza di insistere non è che un giorno ci verrà a noia anche quello?!
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michele
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mercoledì 30 dicembre 2015
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il terzo capolavoro assoluto di mr. tarantino
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Il fattore più sorprendente del cinema di Tarantino è la sua capacità di mettere in scena, con estrema e ammirabile originalità, delle tipologie di trame sostanzialmente vecchie e ormai standardizzate in 120 anni di vita della settima arte. La vicenda che ci presenta in questo suo ottavo lungometraggio è un retaggio e un mescolamento di strutture narrative e archetipi che già sono stati portati sul grande schermo in passato da altri registi, niente di così nuovo e sensazionale quindi se analizziamo la grammatica del film o se studiamo le strutture soggiacenti che ne plasmano la forma e danno vita ai contenuti. Ma questo suo ispirarsi a altre pellicole va oltre la citazione (e l’autocitazione) fine a se stessa, Tarantino infatti sa bene come utilizzare il cinema che più ama, sa rimescolare tra loro le varie situazioni e le singole trame, sfornando sempre un prodotto nuovo e dall’aspetto accattivante.
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Il fattore più sorprendente del cinema di Tarantino è la sua capacità di mettere in scena, con estrema e ammirabile originalità, delle tipologie di trame sostanzialmente vecchie e ormai standardizzate in 120 anni di vita della settima arte. La vicenda che ci presenta in questo suo ottavo lungometraggio è un retaggio e un mescolamento di strutture narrative e archetipi che già sono stati portati sul grande schermo in passato da altri registi, niente di così nuovo e sensazionale quindi se analizziamo la grammatica del film o se studiamo le strutture soggiacenti che ne plasmano la forma e danno vita ai contenuti. Ma questo suo ispirarsi a altre pellicole va oltre la citazione (e l’autocitazione) fine a se stessa, Tarantino infatti sa bene come utilizzare il cinema che più ama, sa rimescolare tra loro le varie situazioni e le singole trame, sfornando sempre un prodotto nuovo e dall’aspetto accattivante. Lo aveva fatto in passato e lo ha fatto ancora adesso in questo splendido western che va di diritto a collocarsi tra le più belle pellicole che abbia mai girato. Dopo "Pulp fiction" e "Bastardi senza gloria", il suo terzo capolavoro assoluto. Nel giocare a mescolare tra loro i vari ingredienti, Tarantino riesce a generare una creatura del tutto particolare, a fondare addirittura un nuovo genere, in questo caso un giallo western che menziona e usa molti aspetti di svariati film precedenti, dalle pellicole tratte dai libri di Agatha Christie a Hitchcock (a me in certi tratti ha fatto pensare a “I prigionieri dell’Oceano” , qualcuno penserà forse a “Nodo alla gola”), fino alle pellicole più propriamente affini al genere western, a questo proposito è doveroso citare anche Sergio Leone. In tutto questo poi c’è il suo tocco visivo che è specificamente e volutamente ‘pulp’, crudo, sanguinoso e quello letterario, con dialoghi lunghi, a tratti estranianti, forse addirittura surreali, ma graffianti e divertenti. Non manca infine una certa dose di autocompiacimento verso il finale che ci appare più prolisso del necessario e dove il regista insiste su un lessico decisamente e marcatamente cruento e folle, come a voler rimarcare la cifra stilistica che meglio lo caratterizza. Ciò che più si evince da “The hateful eight” è che Tarantino si diverte come un matto a fare cinema, attinge ispirazione dalle idee altrui e le mescola con le sue, con il proprio stile, con la propria fantasia e quello che ne viene fuori è un qualcosa di così personale che può appartenere solo a lui e in seguito al pubblico che lo vedrà. D’altra parte come diceva il genio di Picasso (frase che un altro genio, Steve Jobs, appese nel suo studio) “I bravi artisti copiano, i grandi rubano” .
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j tenenbaum
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martedì 29 dicembre 2015
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una pallottola nell'aria
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Quando uno nasce genio rimane genio. Dopo "Django Unchained" un altro western poteva risultare ripetitivo, ma non lo è stato.
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mirko l
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lunedì 28 dicembre 2015
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passa il natale con qualcuno che odi
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Qualche commento sul film che fortunatamente ho visto in originale
Film non leggerissimo per il fatto che dura circa 2 ore e 50 minuti e come sempre è molto crudo e crudele, per circa un ora e mezza succede poco niente di azione ma sono quasi tutti dialoghi che il tutto serve per preparare il terreno dei 7 personaggi, comunque i dialoghi non annoiano e sono molto grezzi, diretti e graffianti.
In un film del genere dove presenta molti dialoghi la recitazione degli attori è fondamentale e devo dire che qui la scelta del cast è stata ottima e hanno recitato benissimo, mi sono piaciuti anche se quello che mi ha convinto meno è stato Channing Tatum.
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Qualche commento sul film che fortunatamente ho visto in originale
Film non leggerissimo per il fatto che dura circa 2 ore e 50 minuti e come sempre è molto crudo e crudele, per circa un ora e mezza succede poco niente di azione ma sono quasi tutti dialoghi che il tutto serve per preparare il terreno dei 7 personaggi, comunque i dialoghi non annoiano e sono molto grezzi, diretti e graffianti.
In un film del genere dove presenta molti dialoghi la recitazione degli attori è fondamentale e devo dire che qui la scelta del cast è stata ottima e hanno recitato benissimo, mi sono piaciuti anche se quello che mi ha convinto meno è stato Channing Tatum.
Il film cambia direzione narrativa diventando più avvincente dopo l’ora e mezza quando c’è un colpo di scena (non che prima non ce ne siano stati), bello anche il fatto che il film torna indietro di qualche minuto con il narratore che rispiega la sequenza da un’altro punto di vista (passaggio chiave).
Come sempre il film viene diviso in capitoli, musiche perfette (Morricone), fotografia bellissima (girato in 70mm) e su questo Tarantino non delude mai, trama come sempre intrecciata con un finale col botto.
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