
Titolo originale | Bei Mian |
Anno | 2010 |
Genere | Drammatico |
Produzione | Francia, Hong Kong |
Durata | 85 minuti |
Regia di | Liu Bingjian |
Tag | Da vedere 2010 |
MYmonetro | 3,47 su 1 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento martedì 12 ottobre 2010
Una rilettura contemporanea e in chiave horror della rivoluzione culturale cinese e delle sue crudeli follie.
CONSIGLIATO SÌ
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Il giovane Hong Tao gestisce un ristorante di classe a Pechino, ma nasconde un segreto che non gli permette di vivere la sua vita: quello di un padre folle, pittore ufficiale del Presidente Mao così ossessionato da Zedong da tatuarne l'effigie sulla schiena dei suoi cari. Se è indubbia l'esasperazione da dissidente di razza che si può evincere dal romanzo di Jing Ge e dalla sua rivisitazione da parte di Liu Bingjian, è altresì sconcertante (ancora una volta) osservare la scia di sangue lasciata a distanza di anni dalla Rivoluzione Culturale. Hong Tao è un sopravvissuto, smarrito nel tempo e nello spazio, stritolato da un passato che non si può dimenticare e da un presente che stenta ad appartenergli, impossibilitato ad amare e costretto a fuggire da una società ostile. Oggi come ieri Cina equivale a mortificazione dell'individuo e della sua specificità, declassamento della vita umana a mero numero o merce di scambio; ieri era il distorto miraggio di un mondo migliore, oggi l'altrettanto distorta illusione data da grattacieli infiniti e potere economico. Negli occhi di Hong Tao - uno Hu Bing straordinariamente dedito a snaturare la sua immagine di sex symbol per ragazzine - si legge il dolore di un'oppressione millenaria, di un immenso popolo indomito e perennemente soggiogato. Per realizzare The Back Bingjian ha abbandonato la sua carriera di documentarista dedicando dieci anni di tempo al progetto, recuperando finanziamenti hongkonghesi e francesi per sfuggire alla censura e aggiungersi a quella folta schiera (Wang Bin, Cao Baoping, per non citarne che un paio) di autori invisi al regime di Pechino, novelli Solženycin intenti a erodere lentamente le colonne di granito su cui si poggia l'Impero. Difficile, per il protagonista come per chi assiste al nerissimo thriller di Bingjian, cancellare dalla mente quell'effigie di Mao impressa sulla schiena come fosse il marchio di una vergogna indelebile.
Nella breve scheda di presentazione che accompagna tutti i film del cinema di Roma, Bei Mian di Liu Bingjian (regista cinese inviso alle autorità di Pechino fin dai tempi del provocatorio Men and Women), viene presentato come horror; anzi, nientemeno che come “horror totalitario”. Espressione un tantino pomposa e sicuramente fuorviante, ma che ha quantomeno avuto il merito di creare un piacevole effetto [...] Vai alla recensione »