The Back |
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Un film di Liu Bingjian.
Titolo originale Bei Mian.
Drammatico,
durata 85 min.
- Francia, Hong Kong 2010.
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L'evoluzione della Cina e le sue conseguenze
di VredensFeedback: 104 | altri commenti e recensioni di Vredens |
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venerdì 5 novembre 2010 | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||
Nella breve scheda di presentazione che accompagna tutti i film del cinema di Roma, Bei Mian di Liu Bingjian (regista cinese inviso alle autorità di Pechino fin dai tempi del provocatorio Men and Women), viene presentato come horror; anzi, nientemeno che come “horror totalitario”. Espressione un tantino pomposa e sicuramente fuorviante, ma che ha quantomeno avuto il merito di creare un piacevole effetto sorpresa. Infatti, Bei Mian non è un horror, e difficilmente può essere inquadrato in un qualsiasi genere cinematografico. Il regista mette in scena le inquietudini del giovane protagonista Hong Tao senza da principio spiegarci le ragioni della sua alienazione, le quali piuttosto vengono fatte affiorare lentamente attraverso un narrazione che procede a strappi tra interminabili inquadrature statiche e flashback che ci riportano alla sua infanzia, segnata dalla figura di Mao e soprattutto di suo padre, fanatico seguace del partito comunista cinese e ritrattista ufficiale di Mao Tse-Tung. Padre-padrone che, operando un ossessivo lavaggio del cervello ideologico sul proprio figlio, gli infligge anche terribili torture alla schiena la cui reale natura scopriremo soltanto alla fine. E che custodiscono persino il segreto del film. Con Bei Mian Liu Bingjian punta molto in alto, e ricorre all’apologia della lentezza narrativa e della centralità dell’eleganza della forma sulla sostanza tipiche del cinema melodrammatico hongkonghese per affrontare tematiche profonde e fondamentali: dal retaggio della folle Rivoluzione Culturale nella Cina moderna e le conseguenze che ogni totalitarismo produce in ogni essere umano, mostrati attraverso gli sconvolgimenti mentali ed anche fisici del protagonista (incapace di amare ed anche solo di rapportarsi col prossimo), fino alla metamorfosi della Cina da nazione che venera Mao in nazione inchinata al nuovo dio denaro, spiegata invece magnificamente attraverso la cinica commercializzazione di quegli stessi ritratti di Mao che da fonte di dolore si sono trasformati in fonte di guadagno. Film certamente complesso nel suo procedere a scossoni tra il rivelato e non rivelato, e tra sequenze di esasperante lentezza e scene di sesso e violenza, da metabolizzare con calma per poter essere correttamente interpretato; ma suggestivo ed efficacemente costruito in un crescendo narrativo che raggiunge, nel bellissimo finale ambientato negli incontaminati spazi tibetani in netto contrasto con gli angusti spazi chiusi della prima parte del film, squarci poetici di sincero coinvolgimento. Bei Mian non è forse un capolavoro. Ma è comunque un film affascinante, sentito e personale, che per la bellezza di alcune sequenze e l’importanza dei temi trattati merita sicuramente di essere visto e ricordato.
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