Babel

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Un film di Alejandro G. Iņárritu. Con Brad Pitt, Cate Blanchett, Gael García Bernal, Kôji Yakusho, Adriana Barraza.
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Drammatico, durata 144 min. - USA, Francia, Messico 2006. uscita venerdė 27 ottobre 2006. MYMONETRO Babel * * * - - valutazione media: 3,04 su 164 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Quanto č difficile comunicare e farsi capire? Valutazione 3 stelle su cinque

di Giorpost


Feedback: 16104 | altri commenti e recensioni di Giorpost
lunedė 13 novembre 2017

In una remota e desolata landa del Marocco Richard e Susan, due coniugi americani in crisi, stanno viaggiando in pullman con altri turisti, quando lei viene improvvisamente colpita da un proiettile vagante tra spalla e collo; dall'altra parte dell'oceano una tata messicana di nome Amalia si reca -senza il permesso dei datori di lavoro- al matrimonio del figlio nel nord della Bassa California, scortata dal nipote e da due bambini di carnagione chiara e capelli biondi i quali, nel giro di 24 ore, si ritroveranno abbandonati in una zona desertica a metà strada tra Tijuana e San Diego; in Giappone, invece, una giovane giocatrice di volley sordomuta cerca disperatamente di farsi accettare dagli uomini, convinta di non esserne attratta, mentre suo padre -rimasto vedovo- è ricercato dalla polizia di Tokyo perché proprietario di un fucile Winchester usato in una sparatoria in un altro continente. Tre storie che ad un primo sguardo appaiono slegate tra loro (visto che si svolgono l'una a migliaia di kilometri di distanza dall'altra) ma che convergeranno in una sorta di scala di Escher all'interno della quale i fatti raccontati sono inevitabilmente interconnessi, senza un'apparente soluzione.
In un vortice di eventi inarrestabili scopriamo che esistono legami (affettivi e non) tra i vari protagonisti e ci accorgiamo di quanto possa essere sottile la linea del destino, anche -e soltanto- per la mancanza di pazienza da parte di qualcuno, vuoi che sia un poliziotto di frontiera, vuoi che si tratti di un gruppo di viaggiatori incapaci di empatia ma (invece) impazienti di far ritorno in albergo a cospetto di una vita in pericolo. Tre drammi diversi che sono, in realtà, tre lati di un triangolo umano, tra lingue, bandiere ed usanze lontane.

Babel (USA, Messico, 2006) è un film corale che per ritmo e concept ricorda Magnolia e Crash, ma dai quali si differenzia per l'ambientazione intercontinentale. La terza opera per il grande schermo di Iñárritu cattura l'interesse specialmente per la nitidezza scenica, grazie alla fotografia del fidato Prieto, ma anche per la bravura degli attori meno noti, tutti perfetti nei rispettivi ruoli. E' chiaro che il regista-sceneggiatore ha voluto raccontarci il suo punto di vista sul linguaggio del corpo e sulle difficoltà di comunicazione: il giovane Santiago che tradisce il suo essere brillo, la giovane Chieco che cerca di comunicare le sue voglie salvo provocare stupore e sconcerto, un padre di famiglia merocchino che cerca di spiegare alla spietata polizia che davvero non sa chi abbia usato quel fucile Winchester, il disperato Richard che prova a far ragionare i connazionali, esortandoli ad attendere l'ambulanza che potrebbe salvare la vita alla moglie...
Delle tre locations oggetto dello svolgimento dei fatti, quella che maggiormente colpisce dal punto di vista umano è senza dubbio la giapponese, dove la bella Rinko Kikuchi è bravissima nel vestire i difficili panni di un'adolescente colpita da una disabilità alienante; facendosi capire con la lingua dei segni, prova in ogni modo a farsi amare, trovando diniego da ogni parte e restando inaspettatamente delusa anche dalla sua migliore amica. In una metropoli sempre più tecnologica quale è Tokyo, la dolce Chieco muove le gesta di una tipica ragazza nipponica che vuole semplicemente divertirsi, avendo sullo sfondo quel caos calmo che normalmente aleggia tra le strade della capitale del sol levante, con la non trascurabile differenza che lei quei suoni non può sentirli. 
Molto convincente anche il segmento Californiano -sia dalla parte a stelle e strisce che da quella messicana- nel quale troviamo tradizioni tipiche del posto (matrimoni interminabili) e ri-troviamo le solite sequenze di confine, tra guardie sospettose e giovani che hanno sempre qualcosa da nascondere, anche se puliti. In Marocco, centro e fulcro intorno al quale ruotano gli altri pianeti come in un mini-sistema solare, troviamo Brad Pitt e Cate Blanchett disperatamente alla ricerca della felicità perduta a causa della morte del loro ultimo figlio appena nato, restando implicati in qualcosa di più grande di loro, tra un fucile da caccia regalato e dato “in gestione” a due ragazzini sprovveduti e villaggi allo stato brado nei quali il medico del posto risulta essere un veterinario. In un circolo d'azione grande quanto il diametro della Terra, tra lingue diverse e diversi approcci alla vita, scoviamo un secondo filo conduttore nel diverso modo di fare dei poliziotti, a seconda della latitudine: quello sospettoso di frontiera (USA), quello spietato ma in fondo comprensivo (Marocco) e quello buono, gentile e premuroso (Giappone, ovviamente). Una pellicola che riflette il lato animale dell'uomo, senza la parte del grugnito, mostrandoci direttamente il morso: Brad Pitt che distribuisce morsi ovunque pur di salvare la vita della malcapitata moglie; la tata messicana che sa di averla fatta grossa ma fa di tutto per salvare i due ragazzini affidatigli; la giovane asiatica che cerca di mordere la vita nel modo a lei più congeniale, con il linguaggio -inequivocabile- del corpo. E il linguaggio, appunto, è il filo principale che accomuna l'opera in una concentrazione di sforzi (umani e disumani) per raggiungere una non meglio determinata soluzione, una Babele di gesti, sentimenti e risentimenti che sa di amaro e che non addolcisce nemmeno un poco nonostante le vite (quasi tutte) salvate.

Bellissima la sequenza finale, con una ragazza completamente nuda stretta al padre sul balcone all'ultimo piano di un grattacielo, con Tokyo sullo sfondo, vera Babele di suoni, luci e colori.

Voto: 8

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