Karhozat

Film 1987 | Drammatico

Regia di Béla Tarr. Un film con Gábor Balogh, János Balogh, Péter Breznyik Berg, Imre Chmelik, György Cserhalmi. Cast completo Titolo originale: Kárhozat. Titolo internazionale: Damnation. Genere Drammatico - Ungheria, 1987, - MYmonetro 3,25 su 2 recensioni tra critica, pubblico e dizionari.

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Ultimo aggiornamento mercoledì 31 marzo 2010

Consigliato sì!
3,25/5
MYMOVIES 3,50
CRITICA
PUBBLICO 3,00
CONSIGLIATO SÌ
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a cura della redazione
a cura della redazione

Karrer vive già da anni come tagliato fuori dal mondo, lontano da tutto. Passa il suo tempo osservando le benne della teleferica che si allontanano all'orizzonte, o vagabondando senza meta, sotto una pioggia incessante, per chiudere invariabilmente le sue giornate, qualunque sia la direzione presa la mattina, nella medesima taverna. Un giorno decide di coinvolgere nei suoi loschi affari il marito della cantante del Bar Titanic, per poter così avvicinare la giovane donna. Riesce ad allontanare l'uomo per qualche giorno, con la complicità di Willarsky, suo amico e proprietario del bar. Gli slanci affettivi mutevoli che caratterizzano i rapporti tra questi quattro personaggi indissolubilmente legati gli uni agli altri dai loro interessi e sentimenti, provocano tra di essi conflitti e ravvicinamenti disperati. Sarà Karrer a uscirne sconfitto; a lui non resterà che l'odio e il desiderio di vendetta. Le tappe del suo calvario lo porteranno non alla redenzione, ma a ciò che rappresenta il peggio per l'uomo europeo: la morte che precede la morte, la solitudine totale, il naufragio nella perdizione.

Un film talmente caratterizzato da dichiararsi allo spettatore anche in una sola inquadratura.
Recensione di Marco Chiani

In un piovoso luogo sperso nelle lande ungheresi, Karrer passa il tempo a fissare la teleferica dalla finestra del suo appartamento per poi finire le proprie giornate al Titanik Bar. Quando il gestore del locale, l'amico Willarsky, gli propone una commissione poco lecita, accetta al fine di girare l'ingaggio al marito di Vali, la cantante di cui è innamorato: in questo modo, riuscirà a far allontanare il rivale per il tempo necessario a conquistarla.
Sono davvero pochi i registi in grado di trasmettere quel senso di fine imminente che pervade ogni sequenza di Perdizione, opera oltremodo simbolica, ipnotica e enciclopedica di un'umanità sull'orlo della rovina. Siamo alle prese con il classico titolo capace di dividere in due la filmografia del suo autore, segnando nettamente un prima e un dopo. D'ora in avanti, Béla Tarr lavorerà, di tassello in tassello, alla creazione di una medesima, grande opera servita da un'austera quanto omogenea consonanza stilistica in cui ha non poca importanza l'incontro con lo scrittore László Krasznahorkai, sceneggiatore di tutti i lungometraggi a venire fino a Il cavallo di Torino. Ad interessare i due, in fase di scrittura, è la messa a punto di una scansione narrativa che svuota di senso l'azione, di fatto, rallentandola per produrre una visione il più possibile immersiva, finalità, quest'ultima, favorita dalla scelta del bianco e nero e dal ricorso alla tecnica del piano-sequenza. Avvio di un metodo d'astrazione narrativa che tende ad un'inazione che non è mai lacuna, Perdizione si serve (ancora) della parola per esprimere gli stati d'animo interiori, i dolori e i vaneggiamenti filosofici di Karrer, primo di una serie di personaggi divisi tra passività e gesto. Come ha chiarito il cineasta, del resto, stiamo parlando di «un film sugli spazi bianchi. Allontanandomi dalla trama, la zona bianca diventa molto più importante. Siamo alla fine del secolo e l'umanità dovrebbe chiedersi se esiste una prospettiva vera, o se c'è solo la prospettiva della disperazione».
La pioggia incessante, la nebbia e la sospensione di ogni elemento di una scenografia post-industriale contribuiscono a creare un paesaggio spettrale dove si agitano gli ultimi uomini possibili, rosi da un senso di disfatta chimericamente vinto soltanto nella sequenza finale del ballo. Prima di ogni altro, dunque, il Titanik Bar è il luogo di un altrove, una versione tutta terrena del concetto di Purgatorio, tuttavia, offuscata dalla prospettiva di un'attesa che durerà per sempre. Al di fuori solo cani sotto la pioggia. E uomini, in tutto, uguali a loro.
Nonostante le innegabili similitudini con i mondi filmici di Andrej Tarkovskij e Theo Angelopoulos, il cinema di Tarr è talmente caratterizzato da dichiararsi allo spettatore anche in una sola inquadratura. Per spettatori pazienti e disposti all'ascolto.

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PUBBLICO
RECENSIONI DALLA PARTE DEL PUBBLICO
mercoledì 4 novembre 2015
APropositodiCinema

Il primo film di Béla Tarr che vidi. Un film di una rara bellezza artistica e registica, pieno zeppo di piani sequenza stupendi che vanno a comporre sequenze una più bella dell'altra, anche grazie alla splendida fotografia in bianco e nero, che rende il tutto ancora più malinconco, e anche alle bellissime musiche. Un film da vedere assolutamente, praticamente un capolavoro [...] Vai alla recensione »

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