Quo vadis? [2]

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Un film di Mervyn LeRoy. Con Robert Taylor, Deborah Kerr, Peter Ustinov, Leo Genn, Patricia Laffan.
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Titolo originale Quo Vadis. Storico, durata 171 min. - USA 1951. MYMONETRO Quo vadis? [2] * * * * - valutazione media: 4,45 su 29 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Quo vadis? Valutazione 4 stelle su cinque

di Nicolas Bilchi


Feedback: 3990 | altri commenti e recensioni di Nicolas Bilchi
sabato 23 aprile 2011

Quo vadis? è il padre di tutti i kolossal storici hollywoodiani (non il più bello: Ben Hur è insuperabile), il film che, sotto la guida dell'esperto LeRoy, setterà gli standard per tutti coloro che in futuro vorranno imitarlo. Per la prima volta il grande pubblico si trovava di fronte ad uno spettacolone che, pur essendo figlio di altre produzioni maestose (Via col vento), per la prima volta si caricava del compito di raccontare la Storia, in questo caso gli anni del principato di Nerone a Roma, un periodo di corruzione e violenza nei confronti del popolo. Una certa critica ha bollato Quo vadis? come un noioso e troppo lungo polpettone svuotato di una vera ragion d'essere che non sia l'ostentazione e il compiacimento dei risultati tecnico-visivi raggiunti grazie alle quasi infinite disponibilità economiche di Hollywood. Personalmente mi trovo in fortissimo disaccordo con questa tesi critica: prima di tutto Quo vadis?, è un "kolossal" atipico, nonostante sia il primo. Infatti più avanti i vari Ben HurI dieci comandamenti, El Cid, cercaranno di far leva soprattutto sul versante della spettacolarità scenica, cioè sul massiccio uso di comparse (addirittura 100.000 nel capolavoro di Wyler) o degli effetti speciali più all'avanguardia. Nell'opera di LeRoy queste caratteristiche sono certamente presenti (perchè rientrano nella definizione stessa di kolossal), ma il regista mostra di non considerarle come prerogative fondamentali per il successo del film; anzi, paradossalmente proprio i frangenti più maestosi, quali l'incendio di Roma o il rientro delle truppe di Vinicio in città, accolte da un numero impressionante di romani, sono quelli che incidono di meno nello spettatore. Tale condizione è sicuramente anche il frutto di qualche errore gestionale del regista, ma se sbagli ci sono stati, essi dipendono probabilmente dal fatto che l'interesse di LeRoy è stato sempre rivolto altrove: sul versante della psicologia e del messaggio morale. Ciò che è veramente avvincente in Quo vadis? è che, se ne analizziamo tutte le parti singolarmente (cosa necessaria dinanzi ad un film tanto grande), noteremo come esse siano tra loro tutte collegate a creare un prodotto compatto e quindi solido, nel quale tutto trova un senso perchè non rimane abbandonato a sè stesso, ma si presenta come sezione costitutiva di una struttura unitaria totale che coincide, filmicamente, col messaggio che si vuole mandare. Ed in questo senso il messaggio dell'amore universale, cristiano, che poi è, al di là del credo personale di ognuno, il più profondo e sentimentalmente in grado di suscitare moti dell'animo, è sempre presente in tutto il film, visto o positivamente (il magnifico discorso di San Pietro, più in generale tutti gli esempi di virtù dei fedeli) che negativamente, attraverso il contrasto di forze di Licia, emblema della cristianità, e Marco Vinicio, simbolo del più puro (ed incorrotto) paganesimo romano. Ecco quindi, a dimostrazione di quanto detto prima, che la tendenza al romanticismo propria del cinema americano di quel periodo si amalgama e si sublima all'interno dell'epicità della narrazione e sfocia nella riflessione morale, descrivendo un lento ma progressivo sforzo di coesione e tolleranza tra due realtà tanto diverse che si materializza nell'immagine fisica più elementare e pura, l'amore tra un uomo ed una donna, e trova la sua stupenda conclusione quando Vinicio, finalmente mosso da vera fede, prega Gesù che dia ad Ursus la forza di sconfiggere il toro nella battaglia finale all'interno del Colosseo. Ulteriori valori aggiunti ad un'opera già di per sè validissima sono l'accurata ricostruzione storica (ad un certo punto Nerone definisce addirittura Petronio "mio arbitro di eleganza"), inusuale per un cinema così rivolto all'evasione come quello hollywoodiano, e la prestazione di Peter Ustinov nei panni dell'Imperatore, che esce dal ruolo molto stereotipato che spesso i kolossal riserveranno, un po' illogicamente, alle figure storiche più importanti, e diventa una figura complessissima, la quale da sola meriterebbe molto più spazio di riflessione. Nerone non è un "cattivo" secondo gli standard del cinema classico, ma un personaggio disturbato che merita anche una certa dose di compassione (come dice Pietro: "Nessun uomo è una belva; se lo osservate, vedrete che è solo malato...) e che in alcuni frangenti suscita odio, quando trasuda crudeltà, ma in altri appare indifeso, piagnucoloso, quasi un inetto nel senso moderno del termine. Ed infatti da inetto (ma anche da uomo vero, cioè terrorizzato dinanzi alla morte) muore, e da inetto sbaglia nel non ascoltare le sagge parole di Petronio, compiendo un errore fondamentale: credendo di poter uccidere l'idea (cristiana) annientando i profeti di essa; è forse in questa gloriosa riflessione, molto audace per quei tempi, ed anticipatrice di tendenze, cinematografiche e non, che si svilupperanno solo in seguito, che si riassume e concretizza l'indiscutibile, ma purtoppo non indiscussa, grandezza di Quo vadis?.

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