| Titolo originale | The Flowers of War |
| Anno | 2011 |
| Genere | Storico, |
| Produzione | Cina |
| Durata | 146 minuti |
| Regia di | Zhang Yimou |
| Attori | Christian Bale, Paul Schneider, Ni Ni, Xinyi Zhang, Tong Da Wei, Atsuro Watabe Shigeo Kobayashi, Tianyuan Huang, Shawn Dou, Takashi Yamanaka, Bai Xue, Kefan Cao, Haibo Huang. |
| Distribuzione | Movies Inspired |
| MYmonetro | 2,59 su 1 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento martedì 16 aprile 2019
Nel 1937, quando Nanjing era ancora la capitale della Cina e le truppe giapponesi uccisero migliaia di cittadini cinesi, un prete americano aiutò un gran numero di cinesi a sfuggire al massacro. Il film ha ottenuto 1 candidatura a Golden Globes,
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CONSIGLIATO NÌ
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1937, seconda guerra sino-giapponese, assedio di Nanchino. Un becchino chiamato a seppellire il prete di una chiesa cattolica, scopre una volta arrivato a destinazione che il cadavere non c'è più. In cerca del denaro che avrebbe ricevuto e stimolato dal pericolo della guerra ne assume il ruolo. Nella chiesa, oltre alle 13enni studentesse del collegio irrompono anche altrettante prostitute in cerca di un nascondiglio. Nessuno è intenzionato ad aiutare l'altro ma tutti dovranno darsi una mano.
Dietro The flowers of war c'è un progetto ambizioso fatto da 94 milioni di dollari di budget (il più alto di sempre per la Cina), dal più importante regista del paese e dall'arruolamento dell'arma di distrazione di massa perfetta: un volto di primo piano del cinema hollywoodiano.
Il risultato è un film pensato per catturare i cuori di tutti gli spettatori, non solo quelli cinesi, con gli stessi ingredienti attraverso i quali il cinema hollywoodiano si è imposto a livello mondiale: granitici sentimenti positivi, un nemico chiaro e assoluto, la lenta conquista della dignità in cuori che prima non la prevedevano, l'incrollabile forza di un popolo (stavolta quello cinese) e un arbitrario ancoraggio a "fatti realmente accaduti" (stando al cartello che precede il film).
Tutto questo nella prima parte funziona pure. Zhang Yimou distilla 60 minuti della sua arte più pura, al servizio di una storia che gli consente le mille invenzioni visive e sottili allusioni che caratterizzano il suo stile. Le protagoniste femminili che dallo scantinato guadagnano il proscenio (ancora una volta forti, indipendenti e prostitute), le individualità che scaturiscono dalla massa e l'indomita forza di volontà di una bambina, vengono uniti ad un linguaggio fatto ritmo serrato, immagini meticolosamente composte e colori che dialogano espressivamente tra loro. Per opposizione il regista imbianca il suo protagonista (di farina) quando è privo di scrupoli e lo veste di nero (l'abito talare) quando è dominato da una morale rigida, per allusione filtra la realtà dei bambini dai coloratissimi vetri del rosone e per contrasto condisce un'esplosione letale con mille carte colorate. Cinema cinese impeccabile fuso con l'arte americana portata dalla recitazione fisica di Christian Bale, capace di essere al servizio del film senza dimenticare il proprio linguaggio. Come in un braccio di ferro creativo il risultato è uno stallo meraviglioso.
Sfortunatamente nella seconda parte The flowers of war è invaso dalla retorica e dalla poesia della peggior specie (quello che passa per canzoni, balletti, primi piani insistiti oltre il decente e ralenti). Così ogni complessità è azzerata a favore di un continuo ripetersi di piccole scene madri, rimestando ad oltranza nella sollecitazione delle medesime emozioni, come accade nelle peggiori produzioni. Ogni inventiva scompare sosituita da piccoli fuochi d'artificio e tanti specchietti per allodole, fino ad un finale che sembra non arrivare mai.
Impossibile non chiedersi come mai proprio Zhang Yimou, che qualche anno fa con Mille miglia...lontano aveva nesso a segno un tentativo importante di revisione della figura dei giapponesi nell'iconografia cinese, abbia ora realizzato un film così spietato e bieco nel ritrarre il nemico di sempre. Una controparte tanto deumanizzata infatti non è un errore storico quanto una leggerezza cinematografica insensata e imperdonabile.
Torna Zhang Yomou, il grande maestro cinese regista di capolavori come "Lanterne cinesi", "La storia di Qui Ju" e "Vivere" e lo fa con una pellicola dalle due anime, quella poetica e onirica della tradizione filmica cinese e quella dell'epopea di guerra tipicamente hollywoodiana, con un eroe che nasce come avventuriero e si trasforma in coraggioso paladino man mano [...] Vai alla recensione »