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chiarialessandro
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lunedì 19 aprile 2010
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un fulmine a ciel sereno.
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Dopo un esordio che ritengo pressoché sconosciuto, Daniel Monzon ci ha regalato un vero gioiello, possente ed impetuoso, incastonato in una struttura narrativa semplice e lineare che si lascia seguire con facilità, dando corpo e voce ad una delle tante storie “assurde” che diventano realistiche proprio grazie a quella meravigliosa macchina dei sogni rispondente al nome di cinema. Vi potreste mai immaginare un secondino che, per una strana serie di cause, deve assumere l’identità di un detenuto e che, nel volgere di un brevissimo spazio di tempo, subisce tante e tali di quelle esperienze da vedere completamente sconvolta la sua vita, fino al punto di guidare con profonda convinzione una rivolta carceraria, di uccidere un collega reo di avergli ammazzato la moglie incinta e di stringere un sotterraneo ma sincero rapporto di stima e di amicizia con il peggiore dei reclusi? Eppure Daniel Monzon riesce a rendere verosimile tutto questo.
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Dopo un esordio che ritengo pressoché sconosciuto, Daniel Monzon ci ha regalato un vero gioiello, possente ed impetuoso, incastonato in una struttura narrativa semplice e lineare che si lascia seguire con facilità, dando corpo e voce ad una delle tante storie “assurde” che diventano realistiche proprio grazie a quella meravigliosa macchina dei sogni rispondente al nome di cinema. Vi potreste mai immaginare un secondino che, per una strana serie di cause, deve assumere l’identità di un detenuto e che, nel volgere di un brevissimo spazio di tempo, subisce tante e tali di quelle esperienze da vedere completamente sconvolta la sua vita, fino al punto di guidare con profonda convinzione una rivolta carceraria, di uccidere un collega reo di avergli ammazzato la moglie incinta e di stringere un sotterraneo ma sincero rapporto di stima e di amicizia con il peggiore dei reclusi? Eppure Daniel Monzon riesce a rendere verosimile tutto questo. Bellissimo, nella sua cruda violenza estetica. Indimenticabile lo sguardo fiero e magnetico di Malamadre – Luis Tosar. A dimostrazione di come, per costruire grandi film, non siano indispensabili grandi capitali od effetti speciali. A differenza de "Il profeta", che sfrutta abilmente una prospettiva claustrofobica sulla quale costruire una sottile sensazione di angoscia che ti accompagna dall'inizio alla fine.
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nino pell.
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sabato 17 aprile 2010
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il mondo non cambia, ma anche l'amicizia vera
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A volte capita che il confine che separa coloro che si schierano dalla parte del bene (o credono di schierarsi) e coloro che invece hanno scelto, per varie vicissitudini, l'altra sponda, diventa così labile e trasparente tanto da non riuscire più a distinguere i primi coi secondi. E quello che succede al protagonista di questo film: un giovane con una moglie ed un figlio prossimo alla nascita, che, dovendo assumere servizio come guardia carceraria all'interno di un istituto penitenziario di massima sicurezza, decide di anticiparsi di un giorno per iniziare a capire la realtà di un mondo che fino a ieri gli era completamente sconosciuta. E qui inizieranno per lui una serie di avvenimenti destinati a cambiargli completamente la vita.
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A volte capita che il confine che separa coloro che si schierano dalla parte del bene (o credono di schierarsi) e coloro che invece hanno scelto, per varie vicissitudini, l'altra sponda, diventa così labile e trasparente tanto da non riuscire più a distinguere i primi coi secondi. E quello che succede al protagonista di questo film: un giovane con una moglie ed un figlio prossimo alla nascita, che, dovendo assumere servizio come guardia carceraria all'interno di un istituto penitenziario di massima sicurezza, decide di anticiparsi di un giorno per iniziare a capire la realtà di un mondo che fino a ieri gli era completamente sconosciuta. E qui inizieranno per lui una serie di avvenimenti destinati a cambiargli completamente la vita. Questo film naturalmente è rivolto ad un pubblico allenato e, come tale, abituato a vedere scene forti, cruenti e chiaramente in questa pellicola ce ne sono, eccome. L'ambientazione all'interno di un carcere, si sa, non promette mai niente di buono: vi regnano ostilità, malvagità e soprattutto tanta violenza da parte di chi vi è detenuto. Ma è anche vero che tali situazioni sono spesso alimentate dalla scarsa sensibilità della polizia e del Governo in quanto spesso i carcerati vengono abbandonati a se stessi, costretti a vivere in situazioni pietose di isolamento, di umiliazioni e, spesso, coloro che riversano in condizioni di degenza, non curati a dovere. Ed ecco allora che, nel corso della trama di questo film, un gruppo di carcerati decide di ribellarsi alle ataviche regole del regime penitenziario, scatenando il loro desiderio di cambiamento in efferrate azioni di rivolta. Come risponderà il Governo alle loro esigenze di esseri umani? Purtroppo con indifferenza e con altrettanta violenza come si potrà evidenziare nel corso del film. Ma anche in un ambiente che potrebbe sembrare così orripilante quale appunto quello carceraio, possono nascere sentimenti come la fratellanza e il rispetto dell'uomo nei confronti degli altri. L'amicizia che nasce e si rafforza col tempo tra il capo dei detenuti ed il giovane sfortunato neo agente penitenziario resta sicuramente tra i momenti di maggior poesia di quest'opera di Daniel Monzòn. L'amicizia vera che appunto in un mondo sempre più egoistico e di dissoluzione dei valori umani, resterà per sempre l'unico elemento eterno di certezza. E ciò a prescindere dalla malinconica osservazione che in fondo le cose di questa vita sono destinate a non cambiare mai. Un film adrenalico, senza mezze sfaccettature e che punta diritto all'obiettivo, unendo egregiamente impegno sociale con quel tocco ammiccante di spettacolarizzazione che non guasta. Magari da rivedere per assimilare altri elementi che potrebbero sfuggire alla prima visione.
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alespiri
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venerdì 21 maggio 2010
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avvincente e spettacolare thriller claustrofobico
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Una situazione paradossale, resa estremamente credibile, è lo spunto per il claustrofobico thriller del regista spagnolo Daniel Monzon.
Juan Olivier, un neoassunto in un carcere di massima sicurezza, ale presentazioni, viene coplito alla testa: è l’inizio di una rivolta carceraria sanguinosa. Altri agenti vengono feriti nel tentativo di arginare la sommossa. Grazie anche alla prontezza di riflessi, alla scaltrezza, del protagonista questi si troverà ad affrontare un involontario "passaggio" nella schiera dei rivoltosi perché scambiato per un detenuto e riuscirà a mettersi in buona luce, coi suoi suggerimenti strategici per evitare alle forze dell’ordine di avere la meglio, con il pluriomicida e più temibile tra tutti: Malamadre (Luis Tosar), semisconosciuto in Italia ma già vincitore di un premio Goya in Spagna e candidato per questo film come attore protagonista.
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Una situazione paradossale, resa estremamente credibile, è lo spunto per il claustrofobico thriller del regista spagnolo Daniel Monzon.
Juan Olivier, un neoassunto in un carcere di massima sicurezza, ale presentazioni, viene coplito alla testa: è l’inizio di una rivolta carceraria sanguinosa. Altri agenti vengono feriti nel tentativo di arginare la sommossa. Grazie anche alla prontezza di riflessi, alla scaltrezza, del protagonista questi si troverà ad affrontare un involontario "passaggio" nella schiera dei rivoltosi perché scambiato per un detenuto e riuscirà a mettersi in buona luce, coi suoi suggerimenti strategici per evitare alle forze dell’ordine di avere la meglio, con il pluriomicida e più temibile tra tutti: Malamadre (Luis Tosar), semisconosciuto in Italia ma già vincitore di un premio Goya in Spagna e candidato per questo film come attore protagonista.
L’amicizia tra i due è il fulcro del film, che si regge sui due interpreti (Juan e Malamadre) che riescono a far passare emozioni autentiche e forti allo spettatore.
Nella consapevolezza di una fine prossima il loro legame diventerà intenso ed il valore di quest’amicizia rappresenterà l’unico elemento umano della narrazione.
"Cella 211" è un film che ci fa riflettere sulla sindacabilità di ogni giudizio, dove i valori invertono i poli di continuo e quello che c’è fuori dal carcere, ad un certo punto, apparirà meno rassicurante di quello che c’è dentro.
Luis Tosar (Malamadre) trascina col suo sguardo carismatico, in un labirinto di emozioni , ma tutti gli interpreti sono all’altezza della situazione. Il livello di tensione narrativa risulta essere alto fino all’ultimo secondo. Un senso di frustrante amarezza ci lascia l’inevitabile finale nella consapevolezza che la corruzione umana si trasferisce sempre più spesso ai vertici sociali, mascherata abilmente da parole prive di verità.
E questa, ancora una volta, è di chi la sa raccontare meglio.
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cianoz
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domenica 27 marzo 2011
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bel film
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Bel film. Chi si è fatto (giustamente) l'idea che il cinema spagnolo sia tutto minestroni manierati di Almodovar può ricredersi parzialmente guardando questo bel film.
Molto ben recicato, realistico e credibile. Una vicenda che si svolge con degli sviluppi non scontati e ben orchestrati. Da vedere. Ottima presenza scenica quella del protagonista cattivo, il leader del detenuti.
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giovedì 5 agosto 2010
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emozionante ma ben poco credibile.
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Troppo costruito, nonché dimostrazione lampante che i premi nazionali sono la più grande masturbazione mentale (e non solo) dell'industria cinematografica (vincitore di 8 premi Goya). E' un problema tipico dei film tratti da libri, le storie che funzionano sotto l'aspetto "sospensione dell'incredulità" in un libro a volte non funzionano al cinema (uno certi dettagli nella lettura se li dimentica). Il regista qui ha spinto con numerosi colpi di scena per tenere su la tensione e la drammaticità della storia (e quindi l'interesse del pubblico), a discapito però della credibilità generale.
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Troppo costruito, nonché dimostrazione lampante che i premi nazionali sono la più grande masturbazione mentale (e non solo) dell'industria cinematografica (vincitore di 8 premi Goya). E' un problema tipico dei film tratti da libri, le storie che funzionano sotto l'aspetto "sospensione dell'incredulità" in un libro a volte non funzionano al cinema (uno certi dettagli nella lettura se li dimentica). Il regista qui ha spinto con numerosi colpi di scena per tenere su la tensione e la drammaticità della storia (e quindi l'interesse del pubblico), a discapito però della credibilità generale.
I protagonisti hanno aiutato il regista con ottime prestazioni, ma ciò non è bastato a mio avviso... quando la storia non funziona del tutto, puoi fare tutto quello che vuoi, la storia non funziona del tutto (problema tipico dei film spettacolari americani, ma lì già lo sai ancora prima di entrare in sala).
A circa metà del film io ho perso l'interesse. A questo punto vorrei chiedervi perché di tutte queste esaltanti recensioni sui blog, riviste e giornali come ad esempio il corriere della sera. Ognuno si faccia la domanda e si dia la risposta, come diceva il buon Marzullo (buon?!).
Dal punto di vista della sceneggiatura ci sono degli spunti interessanti, mentre, mi ripeto, la recitazione nonchè le scenografie sono ottime. Un grande dispendio di mezzi, per la gran carità (e quando c'è un grande dispendio fioccano premi e buone recensioni). Ma il personaggio del cattivo ad esempio, ovvero il poliziotto che ama picchiare, ha un qualcosa che manca. E' fin troppo antagonista e conosciamo troppo poco la sua storia. Non è caratterizzato a sufficienza. E' lì per fare il suo compitino in sceneggiatura, ma non ha nulla che lo muove veramente. E' un sadico, ma non abbastanza. E' l'autore della prima svolta del film, quando durante una rivolta con una manganellata manda in ospedale la moglie di Juan e questi diventa uno che non ha nulla da perdere, uno dei disperati del carcere. I buoni diventano cattivi e i cattivi buoni, e Juan ne è l'eroe. L'evoluzione del personaggio Juan è centrale in questa storia, quello che avviene nel carcere è a corredo di questa sua rivoluzione interiore.
Mi è piaciuto molto, l'inizio, d'effetto devo dire, ripeto la regia ottima, con ottimi spunti. Ma lo sceneggiatore con le mani legate fa le sue marchette e si vede. Film franco-spagnolo buono in questo genere tipicamente americano, ma se si vuole competere con i film di oltreoceano bisogna fare di più. Lo sconsiglio a persone dai gusti raffinati, mentre per il pubblico medio va più che bene.
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[+] approvo in toto!
(di cris2811)
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