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Già la prima carrellata interna nella casa di bambole della famiglia Bishop, che assomiglia a quelle delle scene cartonate dei libri per bambini, mi dice che questa volta non uscirò dalla sala delusa. Subito dopo si chiarisce quanta importanza abbiano nel film la musica e la metafora dell’ orchestra, perché l’incipit prosegue con l’ascolto di un disco da parte dei bambini figli della coppia che risiede nella casa. Si tratta della ”Guida all’orchestra per ragazzi “di Benjamin Britten che spiega, destrutturandolo, un tema di Henry Purcell allo scopo di far capire ai più piccoli parti, variazioni, ruolo degli strumenti nella composizione. Come nella vita, per comporre un insieme funzionate ognuno deve svolgere bene il proprio compito, così nell’orchestra si può realizzare un tema se ogni tessera del mosaico è al suo posto. Ma torniamo alla famiglia Bishop, dove non circola l’affetto che dovrebbe unirne i membri; perciò la figlia più grande, la dodicenne Suzy (Kara Hayward), innamoratasi in modo fulminante del suo coetaneo Sam (Jared Gilman) organizza con lui, dopo un anno di segreta corrispondenza, una fuga d’amore. Entrambi cercano affetto, solidarietà e una nuova vita che li sottragga al disadattamento rispetto al circostante, che li tocca entrambi, pur se in modo diverso. Sam lascerà di nascosto il campo scout dell’isola dove l’azione si svolge e la ragazzina fuggirà dalla sua casa con una valigetta e il mangiadischi rubato ai fratelli più piccoli. E qui una serie di scene deliziose, piene di stile e poesia, fanno vedere come i due fuggiaschi comincino ad organizzare con dolce ingenuità o con arguzia il loro mondo, in una luce quasi sempre dorata e scene perfette nella loro semplicità, che ci riportano ai libri cartonati di cui sopra. Subito però gli adulti, capito di cosa si tratta, si mettono sulle loro tracce e ciascuno porta nella ricerca dei ragazzi il proprio modo di essere. I genitori di Suzi accentuano al momento la loro lontananza, il poliziotto dell’isola la sua apatia di fondo, il responsabile del gruppo scout la propria regolata rigidezza, l’assistente sociale, cui è affidato Sam, l’irresistibile antipatia. Ma via via che l’azione procede e la partitura musicale prende il corpo e l’anima che le dà Alexandre Desplat, anche i suddetti personaggi cominciano a sentirsi nell’orchestra e la sensibilità di ciascuno si risveglia. Lo strappo degli innamoratini ridà un po’ di bellezza, per contatto, anche alle loro esistenze. Così alla fine della narrazione ciascuno si sarà meglio inserito nella realtà, diventando migliore. A dare voce ai personaggi il testo scritto a due mani da Anderson e l’amico Roman Coppola, che segue senza orpelli le azioni e carica anche i gesti di simbolismo espressivo, mentre il ritmo nella parte vicina al finale culmina in una specie di pantomima da cinema muto. Gli interpreti seguono convintamente il regista e sono credibili sia in parti di primo piano sia in un divertente cammeo come quello di Harvey Keitel. Tocca all’ultima sequenza, dopo i titoli di coda, esemplificare con l‘aiuto di Desplat, come all’entrata di ogni singolo strumento l’insieme, uscito rinnovato dall’esperienza di ciascuno, ritrovi l’unicità fatta di apporti diversi. Con Moonrise Kingdom, W. Anderson sembra alludere, col suo modo poetico e surreale, alla speranza che al silenzio dei sentimenti o all’insignificante rumore degli adulti, si possa sostituire una musica più delicata e diversa.
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