| Anno | 2026 |
| Genere | Drammatico |
| Produzione | Polonia |
| Regia di | Karol Klementewicz |
| Attori | Ignacy Liss . |
| MYmonetro | Valutazione: 3,00 Stelle, sulla base di 1 recensione. |
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Ultimo aggiornamento martedì 31 marzo 2026
Una serie polacca che racconta le vicende drammatiche di un giovane alla ricerca di se stesso.
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CONSIGLIATO SÌ
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Filip Raczynski, modello poco più che venticinquenne, vive a Varsavia di ingaggi saltuari, chemsex e incontri occasionali, ospite della sorella Anka. Quando lei muore all'improvviso, la figlia neonata, Tosia, resta senza nessuno: il padre biologico non intende occuparsene. Filip decide di crescerla e scopre che, per la legge polacca e per le commissioni che valutano gli affidamenti, un uomo single e dichiaratamente omosessuale è il candidato meno probabile. Intorno a lui si stringe un gruppo di amici che diventa man mano un valido esempio di famiglia.
Arrivata su HBO Max dopo il Grand Prix di Séries Mania, la serie creata da Karol Klementewicz e Monika Pecikiewicz per TVN Warner Bros. Discovery con Magnolia Films si è presentata quasi ovunque sotto l'etichetta del coming-of-age adulto, una formula che però descrive solo il movimento della trama, non l'oggetto del racconto.
Perché quello che
Klementewicz, anche regista, mette al centro non è la maturazione di un ragazzo
irresponsabile, ma una questione di regimi visivi: cosa accade a un uomo la cui
professione consiste nell'essere guardato quando lo sguardo che lo raggiunge cambia
natura, e chiede invece di essere ricambiato?
Nel primo episodio la macchina da presa sta addosso a Filip, lo frammenta in dettagli, lo
isola in primissimi piani che hanno la stessa funzione dello scatto pubblicitario ma
applicato alla dimensione del festino sessuale, rendendo il suo corpo fortemente
desiderabile. Il richiamo a Euphoria è evidente, ma c'è differente punto di vista: l'eccesso
non è una soggettiva allucinata, come nella serie di Sam Levinson, ma la resa di uno
sguardo esterno che il protagonista ha interiorizzato al punto da coincidervi. Filip non
viene filmato come si sente, viene filmato come vuole essere visto, e la regia gli concede
questa complicità proprio per poterla poi ritirare.
Il punto di rottura è affidato a un gesto che avviene all'obitorio: il bacio sulla guancia della
sorella lascia sulla sua pelle fredda una traccia di glitter; è in questo modo che i due
mondi, per la prima, tragica volta, entrano in contatto per contaminazione. È il momento in
cui i due regimi visivi della serie collidono e da lì in avanti l'immagine perde
progressivamente la sua funzione seduttiva.
Questa perdita si accompagna a una richiesta di competenza da parte delle istituzioni
polacche. Quando una legale gli spiega che, per avere qualche possibilità davanti a
commissioni di ispirazione cattolica, dovrebbe sospendere temporaneamente la propria
omosessualità, il "closet" passa da una condizione psicologica a richiesta effettiva: dai
provini di moda a un provino di rispettabilità, Filip dovrebbe costruire un'immagine da
consegnare a chi valuta. È così che la serie individua una torsione originale del discorso
sull'omofobia istituzionale, che non viene raccontata come divieto esplicito ma come
pretesa di conformità figurativa: non si chiede di non essere, ma di non sembrare. Che a
subirla sia un uomo la cui unica abilità certificata è produrre l'immagine giusta per il
committente giusto, rende perfetta la trappola narrativa: Filip potrebbe farcela e per farcela
dovrebbe cancellarsi.
Il controcampo di questa richiesta è il padre biologico di Tosia. L'ex compagno di Anka
possiede tutto ciò che a Filip manca sul piano formale: il legame di sangue,
l'eterosessualità, una posizione che nessuna commissione avrebbe motivo di interrogare.
È il titolare naturale di quella famiglia tradizionale che la legislazione polacca protegge
come modello unico, e la esercita nell'unico modo che gli riesce, cioè non esercitandola. Il
suo disinteresse è una funzione occupata e lasciata vuota, che però continua a valere
come garanzia agli occhi del sistema. Sul lato opposto c'è un uomo che proviene da una
disfunzione radicale - caratterizzata dall'affido e dall'abbandono nell'infanzia, e da
un'identità costruita contro un ambiente che non la contemplava. È proprio a partire da lì
che Filip sviluppa la competenza che serve a una bambina, non perché la disfunzione
redima, ma perché gli ha insegnato che cosa significa mancare a qualcuno. La serie
mostra così che la funzionalità della cura non è deducibile dalla forma della famiglia che la
esercita, e che il criterio con cui l'istituzione valuta gli affidamenti misura una somiglianza a
un modello, anziché una capacità reale.
Alla minaccia che Tosia finisca in una struttura - una minaccia reale quanto la memoria di
Filip - si accompagna una famiglia scelta, una troupe convocata a gestire il set di questa
nuova paternità. Una comunità costruita con un focus prediletto sulle figure femminili, che
occupano un ruolo privilegiato e simbolico nel racconto. In particolare l'amica Kiki e la
vicina Beata condividono con Filip la condizione di chi vive ai margini di un ordine sociale
che le tollera senza legittimarle, ma la occupano da posizioni opposte: la prima è una
madre troppo giovane e senza mezzi, l'altra ha rifiutato una maternità che pure le era
toccata, e nel farlo ha commesso l'unica trasgressione che la società non ammette. Beata
è il personaggio in cui la serie mostra il costo di quel rifiuto: la sua dipendenza dall'alcol è
la forma che assume l'aggressione continua di un contesto che a una donna concede di
essere qualsiasi cosa tranne che non-madre, e che nel toglierle ogni altra collocazione
possibile la spinge verso l'autodistruzione. La regia la riprende quasi sempre sulla soglia
(sul pianerottolo o sul corridoio) e la lascia lì, in una posizione di prossimità. Nessuna delle
due sarebbe mai valutata idonea da una commissione, e tuttavia entrambe possiedono ciò
che quel sistema pretende di saper misurare: una competenza pratica dell'accudimento
imparata sul campo, e nel caso di Beata anche una conoscenza esatta di ciò che accade
quando la cura viene richiesta a chi non può o non vuole fornirla - che è la stessa
domanda che pesa su Filip.
Una domanda che trova risposta in un episodio che abbandona del tutto il regime
realistico per affidarsi a una costruzione interamente immaginata. È il momento in cui il
passaggio dal "prendersi cura di sé" al "prendersi cura di sé per qualcun altro" diventa un
contenuto pensato dal personaggio. La scommessa è alta, perché una serie che ha
costruito la propria credibilità sulla reticenza rischia qui l'esplicitazione; funziona perché la
deviazione rimane coerente con il sistema visivo messo in piedi fin dal primo episodio. Se
Filip ha passato la vita a produrre immagini destinate a un committente, questo è il primo
apparato figurativo che costruisce senza destinatario esterno, guardando in sé stesso.
L'immaginazione degli eventi di questo episodio (costruito sulla domanda "cosa
accadrebbe se...") è l'unico luogo in cui la sua competenza professionale può essere
riconvertita in strumento di conoscenza invece che di seduzione. Ed è significativo che la
responsabilità, in una serie che la racconta quasi sempre come fatica materiale e
burocratica, debba passare per un atto di finzione per essere riconosciuta come tale:
prendersi cura di qualcuno esige prima di tutto la capacità di immaginarsi diversi.
Restano alcuni scarti nella resa: la rappresentazione della vita gay nelle prime puntate
indulge a un repertorio di eccessi già molto frequentato, e alcune sottotrame si accalcano
prima di stabilizzarsi. Ma il titolo, letto in controluce, conserva la sua doppiezza: orgoglio
come rivendicazione e orgoglio come vanità. Proud si prende il tempo di logorare il
secondo senza mai promettere il primo. Quando Filip smette di essere fotogenico,
comincia a essere qualcuno, e questo tema viene infine rintracciato con un finale aperto
molto efficace.
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