Black Rabbit

Film 2025 | Drammatico

Regia di Jason Bateman, Justin Kurzel. Una serie con Abbey Lee, Jason Bateman, Jude Law, Dagmara Dominczyk, Cleopatra Coleman. Cast completo Genere Drammatico - USA, 2025, Valutazione: 3 Stelle, sulla base di 1 recensione. STAGIONI: 1 - EPISODI: 8

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Ultimo aggiornamento giovedì 2 ottobre 2025

In una New York contemporanea, una serie che mostra un lato della città che mescola il successo dell'alta società con la criminalità urbana. La serie ha ottenuto 1 candidatura a Golden Globes,

Consigliato assolutamente no!
n.d.
MYMOVIES 3,00
CRITICA
PUBBLICO
CONSIGLIATO SÌ
Una serie magnetica, con una regia attenta alla psicologia dei personaggi.
Recensione di Gabriele Prosperi
giovedì 2 ottobre 2025
Recensione di Gabriele Prosperi
giovedì 2 ottobre 2025

La storia si apre con un brindisi che si incrina all'improvviso: la notte inaugurale di un ristorante-culto a Manhattan, un discorso di Jake Friedken (Jude Law) e, subito dopo, un'irruzione armata che congela tutti sul posto. Da lì la serie torna indietro di un mese: Jake, ex musicista diventato imprenditore, sta preparando l'espansione del locale mentre suo fratello Vince (Jason Bateman) riappare con addosso debiti, ricadute e vecchie dipendenze. Il loro ricongiungimento mette in moto una catena di favori, menzogne e accordi opachi che trascina ogni personaggio verso l'evento annunciato dal prologo.

La miniserie Netflix firmata dagli sceneggiatori di The Order, Zach Baylin e Kate Susman, punta a un crime da vetrina festivaliera, dichiaratamente prestigioso, e restringe il fuoco su una fratellanza interrotta, ostinata, che non trova valvole di sfogo fuori dal proprio perimetro.

Black Rabbit ha uno stile sotterraneo, caratterizzato da un'estetica che assorbe la grammatica dell'underground statunitense - fatta di spazi stretti, di texture ruvide - e la raffina in un oggetto altolocato. Ne esce un ibrido potenzialmente molto interessante, sicuramente anomalo ma seducente: un dramma metropolitano che proviene dagli scantinati e dai club notturni, ma che viene lucidato da locale di lusso. Soggetto di trama che rispecchia la relazione realmente al centro del racconto.

Fattore encomiabile è il suono: le scelte musicali di Black Rabbit fanno ben riemergere la memoria dei protagonisti, garantendo in maniera molto efficace i salti temporali, e mixandosi in maniera stratificata con i rumori delle cucine, dei frigoriferi che vibrano, delle porte che sbattono. Ne deriva un ronzio quasi industriale, che ha evidentemente lo scopo di farci percepire da subito la pressione costante che schiaccia i due fratelli Friedken. Quando la musica diventa diegetica (un jukebox, un brano provato male in una stanza), emerge il retrogusto di un passato represso che reclama spazio nel presente.

Come il suono, anche l'immagine ragiona per contrasti: ai chiaroscuri nervosi, spesso sporchi, che governano corridoi, uffici e retrobottega, si alternano lampi di colori saturi e luci ipervivide, quasi a dichiarare che, dietro lo scintillio - e dietro l'ambizione del protagonista - pulsa un sottostrato umano ruvido, pronto a riaffiorare. Il piano temporale - ovvero la connessione tra passato e presente - è centrale e ben strutturato per mezzo del flashforward, che però agisce come un metronomo di fatalismo, una gabbia che impone ripetizioni più che una progressione narrativa, e che sottende un fattore produttivo centrale in questa serie. Fattore che, come spesso accade quando lo ritroviamo, è anche deficitario.

Parliamo di un'impronta molto evidente, quella della centralità attoriale. Episodi firmati da interpreti-registi - tra cui Laura Linney e lo stesso Jason Bateman - espandono la cura per il dettaglio comportamentale: le posture, i tempi di risposta, le micro-esitazioni, sono tutti testimonianze del fatto che dietro la macchina da presa c'è un attore o un'attrice; e così, tutto concorre a scolpire personaggi mossi da necessità psicologiche più che da funzioni di trama. Tra le interpretazioni più interessanti - con un cast che è in generale molto solido - va citata quella di Troy Kotsur, nei panni di uno strozzino non udente e non verbale. L'impossibilità del personaggio di parlare e sentire rende palese proprio questa fortissima attenzione ossessiva all'espressività facciale: l'attore coniuga, così, forza e violenza a vulnerabilità e sensibilità, rendendolo forse il personaggio più interessante e ben costruito di Black Rabbit. Ma non centrale, d'altronde; dall'altro lato, infatti, Bateman lavora per sottrazione, Law cesella la performance su un controllo che viene costantemente perso e che rende la sua riconoscibilità talvolta distraente. Le figure secondarie, anche, sono molto valide, ma solo quando ottengono un certo respiro, mentre spesso rimangono ai lati come strumenti per garantire la chiusura del disegno narrativo.

Sta proprio qui il tasto dolente: Black Rabbit è molto capace di intrecciare passato e presente, di mostrare come ciò che abbiamo provato a seppellire - i rancori di famiglia, l'azzardo, l'eco di aspirazioni interrotte - finisca per rientrare dalla porta di servizio e dettare il ritmo della vita adulta. Il problema è che raramente si spinge oltre il perimetro di questa interconnessione. La spirale narrativa privilegia variazioni dello stesso conflitto - proteggere/lasciar andare, dire la verità/mentire ancora un po' - e solo di rado allude a un discorso più largo (sul lavoro che ti consuma, sul capitalismo dell'immagine). Anche il finale, che concede a Jake una sfumatura di redenzione, non rovescia questo vettore: più che un'ellisse di caduta e risalita, la serie è una discesa continua con piccoli momenti di tregua. È una scelta coerente con l'estetica della stanchezza che pervade tutto il prodotto, ma che rischia di, anzi di fatto fa, chiudere l'opera in sé stessa.

Un racconto sull'attrito quotidiano di vite che si riparano alla meglio finché il meccanismo cede: per questo, e formalmente, Black Rabbit è una serie magnetica, grazie ai suoni curatissimi, a una fotografia pensata e una regia attenta alla psicologia dei personaggi. Narrativamente, però, questi stessi pregi diventano difetti perché l'impalcatura rimane, per tali ragioni, autosufficiente: dice molto dei Friedken e pochissimo del mondo attorno a loro, illumina l'intimità dei due fratelli ma lascia in penombra l'ecosistema che li circonda. È un peccato, perché l'eleganza con cui traduce in immagini e musica un certo underground statunitense ripulito poteva avere un respiro assai più ampio. Ne usciamo con occhi e orecchie soddisfatti, ma anche con una storia che si dissolve in fretta nel substrato da cui nasce.

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