| Titolo originale | En Corps |
| Titolo internazionale | Rise |
| Anno | 2022 |
| Genere | Commedia, Drammatico, |
| Produzione | Francia, Belgio |
| Durata | 117 minuti |
| Regia di | Cédric Klapisch |
| Attori | Marion Barbeau, Hofesh Shechter, Denis Podalydès, Muriel Robin, Pio Marmaï François Civil, Souheila Yacoub, Mathilde Warnier, Zinedine Soualem, Damien Chapelle, Fanny Sage, Stéphane Debac, Mourad Frarema, Olivier Broche, Jane Milon, Stéphanie Selva. |
| Uscita | giovedì 6 ottobre 2022 |
| Tag | Da vedere 2022 |
| Distribuzione | Bim Distribuzione |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,53 su 21 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento venerdì 10 maggio 2024
Elise, una ballerina classica molto promettente, si infortuna durante un'esibizione a 26 anni e prova a ripartire dalla danza contemporanea. Il film ha ottenuto 8 candidature a Cesar, 1 candidatura a Lumiere Awards, Il film è stato premiato a Colcoa French F.F., a Rendez-Vous, 1 candidatura a Semiramis Award, In Italia al Box Office La vita è una danza ha incassato 103 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Élise è un'étoile, ha ventisei anni, una fede salda nella danza e un fidanzato volubile. Turbata dal tradimento del suo compagno cade in palcoscenico, rovinosamente. Il referto medico è crudele e mette in pausa la sua carriera. Riposo forzato per due anni. Tradita dal suo corpo e da chi ama, è pronta a rinunciare e a seguire un'amica e il suo compagno, cuochi itineranti, in Bretagna. Insieme preparano i pasti per una maison di artisti che ospita per una stagione un coreografo israeliano (Hofesh Shechter!) e la sua compagnia. Tra legamenti e (nuovi) legami, per la ragazza si delinea un nuovo orizzonte. Un nuovo ritmo, elettrico e tribale, ancorato alla terra e al territorio.
Fagocitati da storie di gelosia e rivalità, nevrosi e rapporti psicotici dell'interprete col proprio ruolo, i 'film di danza' dimenticano sovente di raccontare la passione, l'amore per l'arte o la felicità inaudita che deriva dal controllare un gesto e un corpo che si fa veicolo di emozioni.
Ed è esattamente questa esultanza fisica che magnifica Cédric Klapisch, ponendo lo spettatore in posizione attiva fin dai 'primi passi'. La vita è una danza, traduzione disneyana del titolo originale e lacaniano (En corps), si apre su una lunga sequenza che avanza tra scena e quinte, senza parole e senza elementi drammatici, solo note che conducono direttamente alla protagonista, giovane étoile impegnata ne La Bayadère. Come se il regista facesse eco alla bellezza pura della disciplina prima di introdurre il suo racconto.
Dieci minuti di audacia grammaticale in cui ricorre come Degas a prospettive oblique e punti di vista decentrati, taglia le figure e i margini della scena rendendo più dinamica la struttura d'insieme dello spazio. E in quello spazio coglie la danza in volo, un attimo prima che la sua eroina precipiti dal cielo e nella disperazione. Il corpo spezzato con la caviglia. Da quel momento il film scende dal palcoscenico e dalle punte per riparare fuori porta, dentro un paesaggio rurale e orizzontale.
Quello che interessa a Klapisch è il processo di ricostruzione e il passaggio tra due mondi, la danza classica e quella contemporanea, che alcuni giudicano inconciliabili. L'autore, rinnova il suo amore per la danza, rivelato nei suoi documentari (Aurélie Dupont, l'espace d'un instant, Dire Merci), e l'affida questa volta alla fiction provando a schivare il positivismo a oltranza e facendo onore alla bellezza e all'utilità dell'arte. E per una volta la danza non è trattata attraverso il filtro della competizione esacerbata ma attraverso il piacere di chi la pratica, una vocazione ardente piuttosto che un martirio. L'incidente in ouverture non genera suspense, la questione non è la possibilità o meno di esercitare di nuovo la propria arte, ma di riapprenderla altrimenti, di ricostruirsi e di ricostruire un'altra vita.
Alternando momenti leggeri e momenti gravi, scene collettive e intervalli intimi, La vita è una danza cattura i movimenti coreografici (ed esistenziali) con una vivacità formidabile, complice un cast ispirato, Pio Marmaï, irresistibile mentre simula un suicidio in slow motion sulle note di un 'coro sacro', François Civil, Denis Podalydès, Muriel Robin, Souheila Yacoub. Al centro della scena, letteralmente, Marion Barbeau, ballerina dell'Opéra al suo debutto d'attrice. La sua silhouette sottile costruisce ponti tra classico e contemporaneo e cerca un secondo soffio per la sua eroina. Una prestazione luminosa che fa il paio con un feel-good movie sulla fragilità che si fa forza. Un invito a ritrovare i nostri contorni e a credere nella nostra capacità di rinnovarci.
Il tema della caduta e della risalita non è nuovo ma Klapisch lo assume con candore, trasmettendo allo spettatore una concezione diversa del virtuosismo, basato sulla frangibilità e lontano dal corpo glorioso e altamente performante in cui i ballerini sullo schermo sono ancora imbrigliati.
Last but not least, Cédric Klapisch lascia campo libero alla danza meno codificata e più viscerale e astratta di Hofesh Shechter, coreografo israeliano che interpreta se stesso e il suo 'gesto di fabbrica' che ha il piacere come forza motrice.
Lunedì 27 maggio continua l'iniziativa Il lunedì del cinema a cura di Repubblica e MYmovies per il cinema di qualità in streaming. Una sala cinematografica virtuale pronta ad accogliere gli iscritti di MYmovies con una selezione ricercata di titoli da vedere (o rivedere) rigorosamente insieme dalle 20:00 a mezzanotte.
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Per il quinto appuntamento di lunedì 27 maggio, Repubblica con Bim Distribuzione presentano La vita è una danza (prenota un posto gratis), il film del regista de L’appartamento spagnolo Cédric Klapisch, un'opera che ha incantato 1,5 milioni di spettatori in Francia. Con Marion Barbeau, prima ballerina dell’Opéra di Parigi.
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Comincia come il più classico dei drammi sulla danza, con un incidente che minaccia di porre fine alla carriera della ballerina classica Elise, La vita è una danza (originalmente: En corps), ma in fondo l’incidente è anche un pretesto per raccontare, attraverso i corpi, ciò che avviene nella nostra mente, in quei passaggi della vita che sembrano accidentali, appunto, ma si rivelano momenti di svolta. Bisogna cadere per potersi rialzare: è questo quello che il film di Klapisch mette letteralmente in scena, servendosi ancora una volta di una generazione, quella dei giovani tra i venti e i trent’anni, che si trova anagraficamente al crocevia su diversi fronti (professionali, sentimentali), e di una protagonista – la ballerina Marion Barbeau - che sostiene la finzione con un reale lavoro del corpo, incarnando il passaggio del suo personaggio dalla dimensione aerea e stilizzata della danza classica e quella più tribale e interpretativa della danza contemporanea.
Elise scopre, infatti, che quando un percorso giunge al termine, è solo cambiando strada che si può proseguire: l’alternativa è l’apatia, il rimpianto, l’autocommiserazione. Dal punto di vista prettamente filmico, invece, l’alternativa è il melodramma (anche nella versione più vicina al thriller psicologico de Il cigno nero), ma non è quello il genere che interessa a Cédric Klapisch, il quale, con una piroetta, lo tramuta nel suo opposto, confezionando un film ottimista e motivazionale, che celebra la sua passione per la danza: un’arte che, esattamente come il cinema, è una combinazione di tempo e movimento. La danza è dunque la vera protagonista, tanto in termini visivi che tattili, perché è quel clima di promiscuità rispettosa che la caratterizza, di esperienza insieme collettiva e individuale, che il film mette al centro del proprio racconto, presentandola come un tesoro da (ri)scoprire.
È impossibile non pensare, allora, all’interruzione della vita sociale, sportiva e relazionale che la pandemia da Covid19 ha bruscamente introdotto nelle esistenze di tutti, con il portato di incertezza rispetto alla durata di ciò che stava avvenendo e la minaccia che potesse proseguire oltre una temporanea fase di emergenza.
La vita è una danza, quattordicesima regia per il cinema per il sessantunenne Cédric Klapisch, è stato accolto con grande fervore in Italia dalla critica, un entusiasmo che in realtà sembra andare anche oltre i meriti della pur solida commedia orchestrata dall'autore del trittico iniziato con L'appartamento spagnolo. Certo, la prima sequenza del film appare quasi stordente, così come gli ambiziosi [...] Vai alla recensione »