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Ultimo aggiornamento martedì 23 novembre 2021
La storia di un nativo dell'Alabama e nipote di un membro del Ku Klux Klan che s'inserisce nel centro per il movimento dei diritti umani e civili nel 1961.
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CONSIGLIATO SÌ
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1961. Bob Zellner, un ragazzo di Montgomery (Alabama) figlio di un pastore metodista e nipote di un membro del Ku Klux Klan, deve fare una tesina sulle relazioni razziali. Assieme ad altri quattro compagni di corso partecipa a un evento che si svolge in una chiesa, frequentato da fedeli di colore e organizzato in occasione del quinto anniversario del boicottaggio del bus di Montgomery quando Rosa Parks (che con Ralph Abernathy è stata tra gli organizzatori dell'iniziativa) è stata arrestata per non aver ceduto il posto a un bianco. La polizia però arriva sul posto per arrestarli e i ragazzi vengono fatti scappare dal retro. Da quel momento la vita del ragazzo si trasforma in un incubo soprattutto dopo che è uscito un articolo su un giornale che ha parlato della sua partecipazione alla ricorrenza. Bob però ha scelto da che parte stare. Contrasta apertamente i coetanei razzisti, salva una ragazza di colore da un linciaggio durante la manifestazione dei Freedom Riders a Montgomery e si schiera in prima linea in difesa dei diritti civili.
Tratto dal libro di memorie "Wrong Side of Murder Creek: A White Southerner in the Freedom Movement" di Bob Zellner, Il colore della libertà ripercorre alcuni degli eventi fondamentali che hanno portato alla presa di coscienza da parte del protagonista. Barry Alexander Brown, storico montatore di Spike Lee che nel film è tra i produttori esecutivi, mette in campo la giusta energia ma il risultato è sbiadito.
Il clima di oppressione, il razzismo che si respirava dietro ogni angolo in Alabama sono soffocati da una ricostruzione precisa che però toglie al film la sua carica di ribellione e di sete di giustizia.
Costruito come un lunghissimo flashback, con l'immagine iniziale di Zellner che sta per essere condotto all'impiccagione, Il colore della libertà è l'esempio di quel cinema civile che si pone sulla linea di quello di Spike Lee e John Singleton ma gli manca la loro rabbia così come è assente il trascinante impeto di Selma - La strada per la libertà.
Il cineasta riesce a dare il giusto ritmo al film attraverso un montaggio serrato, ma lascia eccessivamente sullo sfondo l'influenza del Ku Klux Klan e i documenti d'archivio con le immagini di Rosa Sparks. Ci sono delle scene emotivamente forti come il flashback di Bob bambino in cui è costretto a ferire un passante di colore e la manifestazione dei Freedom Riders.
L'approccio non è sbagliato, anzi è corretto ma è apparso timido. Malgrado la convincente interpretazione di Lucas Till nei panni di Bob Zellner e Brian Dennehy nei panni del nonno del protagonista in uno dei suoi ultimi film prima della scomparsa, Il colore della libertà aveva bisogno di un maggiore slancio emotivo e tensione, che si avvertono appena nella scena in cui il protagonista è spiato da una macchina. La rappresentazione non è impassibile, ma uniforme. Il film rischia così in molti momenti di essere prolisso e in più la dimensione familiare e sentimentale del protagonista, seppure presente, è piuttosto incolore.
È principalmente un film giusto Il colore della libertà, che in Italia probabilmente con il titolo originale Son of the South, ovvero "Filglio del Sud", non avrebbe avuto la stessa visibilità. Giusto perché di contenuti e rinuncia volentieri a una drammaturgia serrata, lasciando al montaggio e alla sceneggiatura il compito di dire quel che la sostanza dei fatti sottrae alle dinamiche strettamente cinematogr [...] Vai alla recensione »