| Anno | 2018 |
| Genere | Documentario |
| Produzione | USA |
| Durata | 84 minuti |
| Regia di | Jonathan Sutak |
| Attori | Stefano Zandri, Thomas Barbey, Den Harrow, Tom Hooker . |
| MYmonetro | 2,54 su 1 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 17 ottobre 2018
Il documentario che rivela la verità che si cela dietro al grande successo di Den Harrow negli anni '80.
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CONSIGLIATO NÌ
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Una storia antica e che non ha mai fine, quella tra ghost writer e interprete, tra chi si prende il merito e chi resta nell'ombra. Da Cyrano de Bergerac e Cristiano al Fantasma del palcoscenico gli esempi sono infiniti. Fino a tempi più vicini a noi e più prosaici, come quelli di Den Harrow, fenomeno italo disco di enorme successo negli anni Ottanta, con hit come "Future Brain" e "Don't Break My Heart" che hanno sbancato in tutta Europa. E un mistero svelato solo sei anni fa, quando si è infine scoperta la verità.
Den Harrow non era un cantante ma un progetto: volto e corpo appartenevano all'italiano Stefano Zandri, voce e testi invece all'americano Tom Hooker. Quest'ultimo, nonostante Zandri abbia ammesso tutto, sembra non trovare pace finché il mondo non avrà riconosciuto il suo valore di artista.
Una vicenda che ha evidentemente ispirato Jonathan Sutak, regista newyorchese che ha pensato di poter realizzare la sua versione di Dig! - doc di culto del 2004 sul rapporto insanabile tra due rockstar indie un tempo amiche. Sutak si reca prima a Las Vegas e poi a Viareggio, raccoglie le testimonianze dei due contendenti, li segue dal vivo mentre si esibiscono con il medesimo repertorio. Hooker continua a rimanere una nota ai margini del libro del pop, nonostante i suoi sforzi ossessivi; Zandri invece si rivolge a un pubblico di nostalgici e attempati tedeschi, che sperano di rivivere le sensazioni di un tempo.
Il confine tra nostalgia e revival trash è estremamente labile, ma il punto di vista di Sutak resta ambiguo. Cosa lo spinge a rimestare in una storia vecchia e tutto sommato chiusa? Tesi maliziose a parte (un'idea di progetto sulla italo disco ricondotta a più miti consigli, un contributo di Hooker che spinge alla realizzazione del film), a Sutak manca il gran finale, con la riconciliazione tra i due. Il fatto è che, a giudicare dal tempo concesso all'uno e all'altro tra i due contendenti, e dal taglio con cui vengono illustrate le due personalità contrapposte, sembra chiaro che il regista propenda per la visione di Hooker, genio creativo "scippato" del proprio merito. Ma è proprio Hooker a uscirne involontariamente peggio.
Non solo Zandri ha confessato tutto quanto già nel 2012, confermando una pantomima di cui entrambi erano complici, ma ha anche capitalizzato meno dell'americano sulla vicenda Den Harrow. Zandri sembra pacificato con quel che è stato, con i propri innumerevoli errori (inclusa la truffa subita dal proprio commercialista), dove Hooker pare tristemente ancorato al passato e al rimpianto, come un bimbo capriccioso a cui una villa gigantesca, le Ferrari e una famiglia evidentemente non bastano.
Palesando in sostanza il deficit di carisma che portò la Baby Records a scegliere Zandri come frontman per il progetto Den Harrow. Un(')a(ltra) truffa del rock'n'roll? Può darsi: anche Sid Vicious aveva un bassista vero che suonava al posto suo dietro le quinte, ma i Sex Pistols non sarebbero tali senza Sid Vicious e la sua "My Way".
La storia di rock, pop e disco music è costellata di piccole truffe, in cui lo spettacolo imbastito e presentato al pubblico è spesso il risultato di compromessi, raggiri e disonestà. Il caso Den Harrow non è il primo né il più eclatante: stupisce quindi che Dons of Disco si concentri unicamente su questo, per 80 minuti di film in cui molto è concesso allo sviluppo della propria (e opinabile) tesi, ma assai poco a quella curiosità intellettuale che dovrebbe muovere un'operazione simile.
Lo chiamavano Den Harrow. Ma era Stefano Zandri da Nova Milanese. O forse invece era Tom Hooker, da Greenwich? Un fenomeno anni Ottanta quello di Den Harrow, legato ad alcune hit sensazionali (vi ricordate di "Future Brain" o di "Don't Break My Heart"?): inizialmente spacciato per un cantante americano - il nome nasce dalla parola italiana "Denaro", ndr - poi rivelatosi italiano e infine - trent'anni dopo - un progetto collettivo, in cui il proprietario del volto non coincideva con quello della voce. Una vicenda apparentemente simile al caso Milli Vanilli, con un colpo di scena nel 2012, quando Zandri ammette di aver svolto un ruolo di mimo e performer per il progetto e che le canzoni erano state composte e registrate da un altro cantante pop, Tom Hooker (che oggi si fa chiamare Thomas Barbèy). A rendere di nuovo attuale la vicenda è un documentario, Dons of Disco, girato da Jonathan Sutak: un confronto tra i punti di vista dei due contendenti, con una distribuzione diseguale tra l'artista (Hooker) e il suo "volto" (Zandri). Solo che Zandri non ci sta. Sostiene di aver firmato la liberatoria per tutt'altro, ovvero per un progetto sulla scena italo disco nel suo complesso anziché per un doc sull'annoso dualismo intorno alla paternità di Den Harrow.
Due anni fa mi chiama Jonathan Sutak e mi dice che vorrebbe intervistarmi, perché sta facendo un documentario sugli anni 80 su Den Harrow e altri artisti del periodo. Il mio ex produttore Roberto Turatti mi dice di fare questa intervista e io ci sto. Sutak viene a Viareggio, dove vivo, e mi segue il giorno dopo a Berlino per un mio concerto. Poi mi fa firmare una liberatoria per un documentario che ritrae me insieme ad altri protagonisti della italo disco.
Dopodiché non so più niente del film per due anni, finché mi chiama Sutak per dirmi che Dons of Disco in America è piaciuto a tutti e che sarebbe stato proiettato alla Festa del Cinema di Roma e in altre rassegne americane ed europee. Sono andato sul sito del film e ho visto la mia faccia: lì ho capito che il lavoro era interamente dedicato alla querelle tra me e Tom Hooker, con interviste a Chieregato (ex produttore di Den Harrow, ndr) e a Turatti. Chiedo di vedere il film, per capire come sono stato ritratto, ma nonostante le mie insistenze Sutak non me lo concede.
Poi mi invita alla prima di Roma il 15 ottobre - l'intervista risale al giorno stesso, ndr - ma ovviamente non ci vado, mentre Tom Hooker scopro che sarà presente. Non contento, qualche giorno prima della proiezione Tom chiama Radio Deejay nella speranza di ottenere qualche riscontro e pubblicità, tirando in ballo ancora questa storia. Nicola Savino e Linus, però, che sono miei amici, gli dicono di no e gli fanno capire che, se non fosse stato per Stefano Zandri, Den Harrow non sarebbe mai esistito. D'altronde il successo di Den Harrow è in gran parte dovuto alla sua immagine.