| Titolo originale | Ta'Ang |
| Anno | 2016 |
| Genere | Documentario |
| Produzione | Hong Kong, Cina, Francia |
| Durata | 148 minuti |
| Regia di | Bing Wang |
| MYmonetro | 2,92 su 1 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento lunedì 21 novembre 2016
Donne e Bambini birmani in fuga oltre il confine cinese
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CONSIGLIATO SÌ
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Qualche giornata nelle vite dei rifugiati Ta'ang, sfuggiti al sanguinoso conflitto che ha luogo nel Kokang, regione del Myanmar, per riparare nello Yunnan, in territorio cinese. Senza una casa, con pochi viveri ed effetti personali a disposizione.
Laggiù nello Yunnan, mentre il mondo guarda da un'altra parte, migliaia di persone sono costrette a vivere in condizioni di estrema difficoltà. Un'etnia di cui l'occidente conosce poco o nulla, conduce la sua silenziosa lotta quotidiana per la sopravvivenza. Wang Bing, già cantore della disperazione in opere che hanno reinventato il documentario negli ultimi anni, come Three Sisters e Madness, si concentra su una delle innumerevoli minoranze che popolano il sud est asiatico o le più remote province della grande Cina. Lo sguardo di Wang Bing è al solito oggettivo e oggettivante. Non lascia trasparire emozioni, ma colloca la sua inquadratura in un punto ben preciso, per mostrare anche ciò che vorremmo fingere non esista.
I rumori di esplosioni accompagnano inesorabili tanto le scene diurne che quelle notturne, una presenza invisibile ma cacofonica, un segnale sonoro che ricordi continuamente la caducità della vita negli angoli più sfortunati del mondo.
Wang segue in tutto, momenti privati inclusi, i migranti. Si fa accogliere dalla loro comunità, vive con loro, assecondandone ritmi e abitudini.
Il contrasto tra abiti tradizionali e cellulari, tra la luce e il buio nero come la pece, rischiarato da sporadici fuochi produce immagini di suggestiva bellezza, come l'inquadratura notturna della ragazza che si staglia su uno sfondo fiammeggiante.
Immagini suggestive, su cui il regista si sofferma, senza avvicinarsi mai a una forma di exploitation. Wang mantiene la propria "invisibilità", benché il messaggio sia ben presto esplicito: Ta'ang si apre infatti sulla violenza di un militare che prende a calci, quasi con indifferenza, una donna migrante.
E l'epilogo dimostra come ogni luogo, ogni situazione sia effimera per chi, oltre a una casa e una vita decente non ha neanche uno ius soli da esprimere.