Ta'Ang

Film 2016 | Documentario 148 min.

Titolo originaleTa'Ang
Anno2016
GenereDocumentario
ProduzioneHong Kong, Cina, Francia
Durata148 minuti
Regia diBing Wang
MYmonetro 2,92 su 1 recensioni tra critica, pubblico e dizionari.

Regia di Bing Wang. Un film Titolo originale: Ta'Ang. Genere Documentario - Hong Kong, Cina, Francia, 2016, durata 148 minuti. - MYmonetro 2,92 su 1 recensioni tra critica, pubblico e dizionari.

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Ultimo aggiornamento lunedì 21 novembre 2016

Donne e Bambini birmani in fuga oltre il confine cinese

Consigliato sì!
2,92/5
MYMOVIES 3,00
CRITICA
PUBBLICO 2,84
CONSIGLIATO SÌ
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Cinema
La vita quotidiani dei migranti Ta'ang, privati di tutto: della loro terra e della speranza.
Recensione di Emanuele Sacchi
Recensione di Emanuele Sacchi

Qualche giornata nelle vite dei rifugiati Ta'ang, sfuggiti al sanguinoso conflitto che ha luogo nel Kokang, regione del Myanmar, per riparare nello Yunnan, in territorio cinese. Senza una casa, con pochi viveri ed effetti personali a disposizione.
Laggiù nello Yunnan, mentre il mondo guarda da un'altra parte, migliaia di persone sono costrette a vivere in condizioni di estrema difficoltà. Un'etnia di cui l'occidente conosce poco o nulla, conduce la sua silenziosa lotta quotidiana per la sopravvivenza. Wang Bing, già cantore della disperazione in opere che hanno reinventato il documentario negli ultimi anni, come Three Sisters e Madness, si concentra su una delle innumerevoli minoranze che popolano il sud est asiatico o le più remote province della grande Cina. Lo sguardo di Wang Bing è al solito oggettivo e oggettivante. Non lascia trasparire emozioni, ma colloca la sua inquadratura in un punto ben preciso, per mostrare anche ciò che vorremmo fingere non esista.
I rumori di esplosioni accompagnano inesorabili tanto le scene diurne che quelle notturne, una presenza invisibile ma cacofonica, un segnale sonoro che ricordi continuamente la caducità della vita negli angoli più sfortunati del mondo. Wang segue in tutto, momenti privati inclusi, i migranti. Si fa accogliere dalla loro comunità, vive con loro, assecondandone ritmi e abitudini. Il contrasto tra abiti tradizionali e cellulari, tra la luce e il buio nero come la pece, rischiarato da sporadici fuochi produce immagini di suggestiva bellezza, come l'inquadratura notturna della ragazza che si staglia su uno sfondo fiammeggiante.
Immagini suggestive, su cui il regista si sofferma, senza avvicinarsi mai a una forma di exploitation. Wang mantiene la propria "invisibilità", benché il messaggio sia ben presto esplicito: Ta'ang si apre infatti sulla violenza di un militare che prende a calci, quasi con indifferenza, una donna migrante. E l'epilogo dimostra come ogni luogo, ogni situazione sia effimera per chi, oltre a una casa e una vita decente non ha neanche uno ius soli da esprimere.

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